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Questo articolo è stato pubblicato più di cinque anni fa.
música

My Bloody Chinese Democracy

Da My Bloody Valentine a Andrew WK, tutti i signori della indie-truffa.

di Francesco Birsa Alessandri
28 novembre 2012, 9:53am

La cosa più complicata nello scrivere un articolo come quello che vi apprestate a leggere è fare una scrematura di tutto il superfluo e darsi un punto da cui iniziare. Il materiale è tanto, e mi trovo a esplorare un mare di stronzate talmente profondo che affondare è un attimo: questo articolo parla di truffe e di un paio di boiate musicali a cui non dovete credere, se vi sta a cuore evitare di ridurvi a una versione indie-povera di quelli che hanno trepidato 15 anni per l’uscita di Chinese Democracy (non so se mi spiego), o di quelli che spendono 150 sterline per un posto in ultima fila al cinquantenario degli Stones. L’argomento, che deve essere sempre ben chiaro, è che lo showbiz molte volte funziona come una sorta di ambigua macchina ciuccia-tempo e contemporaneamente da supporto vitale per corpi in coma profondo da eoni interi. Ne ho parlato a proposito del mainstream rock, ora veniamo agli "indipendenti".

La menzione del fantomatico disco perduto dei G’n’R arriva non a caso: ha un suo corrispettivo nel fantomatico terzo album dei My Bloody Valentine, che i più fichetti avvicinerebbero semmai all’altrettanto eterno incompiuto (poi però compiuto) Smile di Brian Wilson. Io no, non voglio assolutamente gonfiarne in questo modo la dignità artistica e vi spiego pure perché. Nel caso non lo sappiate, Smile è da sempre oggetto di studio e disamina da parte di una miriade di giornalisti, critici, pseudogiornalisti, pseudocritici, blogger, pseudoblogger, fan, controfan e retro-fan che ne dibattono le qualità in relazione alla lunghissima gestazione, alle aspettative e ai risultati. Giusto che sia così, in un certo senso, ma anche che due palle. Chinese Democracy, invece, se lo sono dimenticato tutti, e quelli che ai tempi si facevano viaggioni su come avrebbe suonato e si scaricavano i demo bootleggati da Napster, ora si vergognano come ladri di averci effettivamente perso del tempo. Nessuno ne vuole più parlare, e lo stesso Axl Rose è tornato a nascondersi in casa sua per farsi di ormoni femminili.



Venendo a noi: in teoria i MBV stanno lavorando al nuovo LP dal ’96 (seh..). Nel frattempo si sono sciolti e poi riuniti per un tot di concerti, e Kevin Shields, dopo qualche anno di isolamento totale, è entrato a far parte dei men who look like old lesbians. Facendo due conti, mi sembra che l’uscita di questo benedetto disco abbia totalizzato una quarantina di rinvii, e quello che davvero mi auguro io è che non esca MAI. Seriamente, non potrei sopportare le vagonate di parole, speculazioni, litigi, manate in faccia e leccate di culo da parte dei soliti controblogger indie-sessuali.
Il livello di scontro e chiacchiericcio sarebbe talmente alto che provocherebbe diversi feriti, un paio di morti e il crash totale di internet per eccesso di flame. Ancora peggio sarebbe se dovesse rivelarsi esatta la teoria che covo da un po’: Shields, che ai tempi aveva millantato influenze JUNGLE in fase di composizione, sta solo aspettando che questa torni di moda, e ci siamo quasi. Non voglio davvero sapere cosa direbbero a quel punto i pitchforkiani di rimbalzo su un disco che, vada come vada, non sarà comunque niente di che. 

Da un gruppo che cova un disco per decenni a uno che non si sta fermo un secondo: i Flaming Lips... sono un gruppo di merda, in senso oggettivo, senza appello. E per “senso oggettivo” non intendo minimamente dire che la loro musica fa oggettivamente cagare, ma che come entità-band sono degli schifosi. Trattasi infatti di una di quelle band iperprolifiche ,e non per motivi effettivi di urgenza artistica, piuttosto per una forma acuta di diarrea sonica.
Da più di vent’anni la parola d’ordine è “strano”: inventarsi una serie di pazzissime originalissime idee che poi la gente dice "Oh, che si saranno inventati stavolta quei mattissimi geni dei Flaming Lips," con un sacco di riverbero e delay ed effetti stereo a caso. Nell’ultimo lustro hanno subito un’impennata tremenda di autoreferenzialità che li ha portati a fare un banalissimo pezzo di psichedelia dozzinale lungo sei ore, a risuonare per intero vecchi classici del prog-psichedelico e a collaborare con chiunque ci sia in mezzo tra i Lightning Bolt e Ke$ha, tipo "Quanto fa strano se ci mettiamo pure Erykah Badu coi brillantini sulla fregna e Nick Cave e Yoshimi dei Boredoms che sono matti sicuro perché sono giapponesi?"
L’altra parola d’ordine, poi, è ancora peggio: DROGA, anzi ACIDO. I Flaming Lips adorano ricordarci che per essere genialissimi matti psichedelici bisogna prendere l’acido e ne parlano con un'insistenza tale da far pensare che Wayne Coyne non se ne sia mai ingoiato mai uno in vita sua. E guarda un po’: fonti interne dicono che è proprio così. Mai. Zero. Niente. Che tristezza. Ultimamente ha concesso a un fan sventurato di pigliarsene uno di consolazione “con lui e Yoko Ono,” voglio proprio vedere come andrà a finire.



Poi c’è il re dell'"oh che strambo," una figura in realtà piuttosto enigmatica ma, stranamente, non molto interessante. Andrew W.K. in vita sua ha fatto praticamente di tutto, a partire dalle cassettine noise firmate Wolf Eyes con cui sperava di convincere questi ultimi, suoi concittadini e amici, a farlo entrare nel gruppo (non è mai successo). In seguito è entrato in classifica, ha scritto libri di training autogeno, suonato con i Current 93 (!!!), parlato a una convention di fan del Mio Mini Pony, ed è apparso su Pitchfork per presentare una chitarra a forma di pizza.
Diciamo che la sua utilità maggiore è stata, a oggi, proprio quella di mostrarci in che modo si sono evoluti media come lo stesso Pitchfork. Guardatevi le due recensioni, una dell’originale e una della ristampa commemorativa, del suo unico disco che la gente si sia mai cagata, I Get Wet. Le hanno scritte a dieci anni di distanza e si nota la transizione della linea editoriale, da nerd-snob a ironica a post-ironica. Ad ogni modo, quello che veramente fa strano in Andrew è come sia arrivato a collaborare con gente molto underground e sperimentale quando i suoi album ufficiali sono un misto di hair metal, Michael Jackson e canzoni per bambini. Qualcuno è arrivato a mettere in dubbio che tutto questo sia effettivamente farina del suo sacco e, a quanto pare, è venuto fuori che è vero: si tratta di un personaggio costruito a tavolino da una equipe di gente che non aveva un cazzo di meglio da fare. Una specie di reality, quindi, da seguire chiedendosi quale mattissima cosa partorirà in futuro il nostro eroe, che intanto campa di rendita sulle vendite di I Get Wet.
L’ultima è la combo annuncio-smentita riguardante una sua missione in Bahrain come ambasciatore culturale USA. Non ci ha creduto nessuno, ciononostante WK rimane un gradino sopra gente come i Flaming Lips—almeno sappiamo bene che si tratta di puro entertainment e, tutto sommato, possiamo anche permettergli di basare una carriera intera sul fatto che quella splendida vaccata di “Party Hard” è stata una hit. Molto tempo fa.



Comunque sia, a fronte di tutta questa merda, quando ho bisogno di ritrovare fede nell’umanità penso a Scott Walker: fa un disco ogni dieci anni, ok, ma tra uno e l’altro non ha alcun bisogno di mantenere viva l’attenzione dei fan con promesse da marinaio o collaborazioni altisonanti. In sostanza, proprio non gli potrebbe fregare di meno di quello che la gente pensa o dice di lui. Il suo ultimo disco è appena uscito: si intitola Bish Bosch e vi consiglio caldamente di ascoltarlo perché è molto bello.


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