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Attualità

‘Blastare lagggente’ non serve a niente, e non fa neanche più ridere

I toni a cui ci hanno abituato Mentana e Burioni non vanno a vantaggio né del rapporto tra giornalismo e pubblico né della divulgazione scientifica.

di Matteo Pascoletti
30 novembre 2018, 5:00am

Screenshot di Mentana via; screenshot di Burioni via. Collage di Pietro Amoruoso

Possiamo definire il “blasting” come una variante del flame o del trolling con una peculiarità: Il blastatore si trova più in alto del blastato—per popolarità, posizione sociale o competenze. Il blasting è la controparte digitale dell’analogico rimettere in riga: chi sta in alto ricorda a chi sta in basso che il divario di posizione e le gerarchie non sono fatti casuali, o da ignorare. È blasting quando chi sta in alto vince a furor di like lo scontro: è lui il cecchino dialettico con la pistola—il blaster, per l’appunto—pronta a fulminare il bersaglio, e non il contrario.

La pratica del blasting non è una diretta conseguenza degli strumenti digitali, ma dell’abitudine a vivere il dibattito come uno scontro. “Asfaltare” è per esempio un termine ampiamente sdoganato nel lessico politico, così come “distruggere”. Nel quotidiano siamo abituati ad “azzerare” qualcuno con un commento, o persino a “fare il culo” a parole, magari “stroncando” un libro su Goodreads. “Mentana blasta Casapound” titola Giornalettismo a proposito di uno scambio tra Enrico Mentana e Simone di Stefano durante la maratona elettorale dello scorso marzo.

È invece peculiare del web l’eco che il blasting può ricevere, soprattutto se connota singoli personaggi, creando vere e proprie fanbase. Del resto i media ci hanno abituato a riprendere liti di personaggi famosi prima in tivù e ora sui social (citofonare Sgarbi). Non stupisce perciò la nascita di pagine come Enrico Mentana Blasta Lagggente (non più aggiornata, ma con oltre 200mila fan) e Roberto Burioni che Blasta Lagggente (quasi 50mila fan), dedicate ai due personaggi che più di altri hanno contribuito a rendere popolare la pratica. Abbiamo anche un Carlo Calenda Blasta la Ggente (meno di 10mila fan), che però sembra più una pagina di propaganda dissimulata, visto che i bersagli ripresi sono quasi sempre politici—Di Maio e Salvini su tutti, blastati in quanto meno competenti del super tecnico. C’è anche Matteo Renzi Blasta la Ggente (meno di 2000 fan), ma ricorda quei cantanti a fine carriera che suonano con aria stanca e triste un repertorio cui non credono più.

Magari può stupire il criterio di notiziabilità di “Le 10 migliori risposte di Mentana agli utenti su Facebook”, ma probabilmente è il segno che il blasting attraverso le fanbase e la viralità ha raggiunto i media mainstream. Anche perché tanto Mentana quanto Burioni non fanno mistero della loro abitudine a blastare, che considerano un mezzo necessario contro due tipi di soggetti. Il primo, Mentana, blasterebbe i cosidetti webeti, quegli “imbecilli” stigmatizzati da un ormai storico discorso di Umberto Eco. Il secondo invece sarebbe la nemesi di “somari” e “ciarlatani” antiscientisti, a partire dai no-vax. Una crociata divenuta evidente a partire dal famoso commento “la scienza non è democratica”.

Se sopra ho usato il condizionale è perché ormai è abbastanza evidente che tanto a Burioni quanto a Mentana il blaster è un attimo sfuggito di mano. Più di una pedagogia poco ortodossa, sta assumendo i contorni di un dileggio ai limiti del bullismo. E ciò non va certo a vantaggio del rapporto tra giornalisti e pubblico, o della divulgazione scientifica. Temi su cui non mancano esempi di un’attitudine aperta al confronto, come Simone Spetia o Anna Masera tra i giornalisti, o Salvo di Grazia (in arte Medbunker) tra i medici divulgatori.

Prendiamo Burioni. Già su Valigia Blu Antonio Scalari aveva contestato il principio della scienza comunicata “a suon di schiaffi”. Burioni—quando il blaster è nella fondina—a questo tipo di critiche risponde citando un report del 2017 di Observa Scienze in Society, secondo cui rispetto al 2015, la fiducia verso l’obbligo vaccinale è aumentato. Ma è una correlazione temporale senza causalità, oltre al fatto che Burioni non è certo l’unico a fare divulgazione a riguardo.


Guarda la nostra intervista a Roberto Burioni:


Infine, sempre nello stesso report, alla domanda “Di chi si fida maggiormente per avere informazioni accurate sui vaccini?” il 49,9 percento risponde “Medici di base o pediatri”. Solo il 4,9 percento parla di “Forum sul web e/o pagine social”. Report a parte, come ricordato su Medium da @ffffjd, persino l’Organizzazione mondiale della sanità, in materia di vaccini, sconsiglia nella comunicazione verbale in pubblico un approccio aggressivo o ridicolizzante nei confronti dei no-vax. Questo perché altrimenti si rischia di radicalizzare su posizione contraria chi magari nutre semplici dubbi. Se per l’Oms dal vivo è sconsigliato il ricorso al semplice humour (“può danneggiare la credibilità, e minare la competenza percepita dell’oratore quando usato in un contesto inappropriato,” si legge nelle linee guida), difficile che nella comunicazione online arrivi a consigliare il blasting a tutto spiano.

Del resto, se Burioni di recente al Corriere ha dichiarato di “bullizzare” “solo chi spaventa le persone, e chi dà false speranze”, tra i blastati spesso e volentieri figurano persone che non sono nemiche della scienza, tutt’altro. Il filosofo Simone Regazzoni si è beccato in pratica dell’accademico fallito e delle battutine sulla calvizie incipiente per aver criticato Burioni sulla preparazione in filosofia della scienza. E i comunicatori scientifici, che dovrebbero essere un ponte di contatto tra il mondo accademico e il resto della popolazione, sono presi di mira in quanto falliti—o come “rosiconi”—specie se osano criticare il professore. Con tanto di ripresa giubilante della pagina Roberto Burioni che Blasta Lagggente.

A prescindere dall’idea che ognuno ha della scienza, si può convenire che non è una gara a chi ce l’ha più lungo, con il curriculum al posto dei centimetri. E forse proprio perché Burioni è una figura importante in campo medico e universitario, sarebbe per lui opportuno prendere le distanze da una comunità di fan che aggrediscono veementi chiunque tocchi il loro idolo, anche solo con una semplice antonomasia, o anche se si tratta di un’altra pagina satirica. Invece gli capita anche di condividere d’impeto—rimuovendo poi—post che attaccano “autocertificati divulgatori”, come il già citato Scalari.

Quanto a Mentana, l’impressione è che, come molti giornalisti della sua generazione (tipo Gramellini, per capirci), non abbia preso troppo bene la faccenda della disintermediazione. Impressione che si può datare al 2013, quando il direttore del TgLA7 lascia Twitter perché popolato da troppi utenti con l’offesa libera. Pochi anni dopo lo ritroviamo su Facebook dalla parte del bastonatore, dove spesso insulta in modo esplicito. Ne sanno qualcosa due che tutto sono fuorché webeti—Mario Seminerio e Massimo Mantellini, candidati da Mentana al premio “Vieni avanti, cretino”. Il motivo? Aver criticato la conduzione del telegiornale. Tra l’altro Seminerio aveva preso di mira il trattamento di Mentana dello spread—e di economia forse il primo sa qualcosa in più del secondo, no?

Che il blasting sia estensione digitale del carattere di Mentana lo si vede anche in un episodio di qualche mese fa. Mentre presenta a Milano il suo progetto per una testata online, Open, dà del “coglione” a un giornalista dell’agenzia Dire, dopo una domanda. I due poi si chiariscono—a quanto pare il giornalista non era stato molto professionale in precedenza—ma è interessante guardare il video integrale dell’alterco.

Dopo essere ritornato al centro dell’attenzione, in piedi e microfono in mano, Mentana si stizzisce di nuovo. “A cosa serve sapere quale sarà il ruolo di Cairo?” domanda, e dal pubblico un giovane risponde: “A me interessa”, chiedendo conto di come sarà finanziato il progetto. “Che te ne frega?” lo apostrofa Mentana, che poi rincara: “Ma perché dovete fare domande del cazzo per cui la gente non capisce più niente?” Eppure la sostenibilità economica di un progetto online, che finora si basa soprattutto sull’idea dell’assumere giovani, è un tema tutt’altro che secondario, come sa chiunque lavori nel settore.

C’è poi un aspetto legato al ruolo tradizionale che attribuiamo—idealmente, via—al giornalista, quello di cane da guardia del potere. Fa specie pensare a un direttore di tg che passa il tempo a cercarsi su Twitter, Facebook o Instagram, pronto a blastare i “webeti” che gli danno contro. Sa di tempo sottratto a quel lavoro per cui si è ben remunerati. Specie, se, all’opposto, quando il direttore in questione si misura con uomini politici che insultano la sua categoria si scopre improvvisamente propenso al confronto. È il caso di questo post in cui, sulla propria pagina fan, Mentana replica ai 5S e alla polemica sulle “puttane pennivendole”.

Enrico, non fare la verginella”, lo apostrofa nientepopodimeno che Alessandro Di Battista, che rincara la dose annoverando Mentana tra i difensori dei “sicari della libertà di stampa”. “Sei troppo intelligente per non comprendere che questo tuo post mostra con chiarezza disarmante una coda di paglia lunga un chilometro,” conclude il Dibba. Chi intanto aveva messo i popcorn nel microonde in attesa della blastata di Mentana è rimasto deluso, trovando un pacioccoso bobtail al posto del pit bull. Il giornalista infatti risponde tutto sommato pacatamente, specificando che “Queste cose ce le siamo già scritte in privato, hai fatto benone a portare nella piazza virtuale questo scambio di vedute." Il regolamento del premio “Vieni avanti cretino” non prevede la partecipazione di politici o ex parlamentari, par di capire, e sì che i candidati non mancherebbero.

La popolarità acquisita a suon di blastate è qualcosa di cui una persona di successo non ha bisogno. Certo, può giocare a favore se si vogliono promuovere libri o siti di informazione—oltre a Open di Mentana, lunedì Burioni ha lanciato il sito di divulgazione Medical Facts. Ma, come ricordava lo stesso Mantellini, citando un proprio articolo dell’anno scorso, “l’indotto social” del blasting crea meccanismi di notorietà cui poi è difficile sottrarsi. “Per amore di realtà," scrive ancora Mantellini, "andrà sottolineato che l’intero ambiente di rete è figlio della nostra incultura digitale e ne mostra quotidianamente i segni.” Insomma, in un paese con cronici problemi di alfabetizzazione digitale, forse le persone influenti potrebbero e dovrebbero dare un esempio migliore del classico “o sei con me e la mia causa o contro di me e i miei fan”.

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