Illustration of a Greek statue on an analyst's couch, illustrated by Lia Kantrowitz
Illustrazione di Lia Kantrowitz.

L'ansia è la nostra nuova religione

La psicanalista Jamieson Webster ci spiega perché tutti prendono psicofarmaci e perché non riusciamo a essere felici.
Lia Kantrowitz
illustrazioni di Lia Kantrowitz
GF
traduzione di Giulia Fornetti
18.12.18

"How to Exist OK" è una rubrica che cerca di capire come viversela discretamente, in cui Gideon Jacobs incontra diversi personaggi, tra monaci, ministri, teologi, psicologi, filosofi, baristi e tanti altri per chiedere loro come ogni essere umano dovrebbe sopravvivere nella società moderna.

Jamieson Webster è una psicanalista, e ha pubblicato da poco Conversion Disorder, un libro edito da Columbia University Press che integra alcune teorie profonde sulla psiche in un quadro personale. Denso dal punto di vista intellettuale ma anche assolutamente accessibile, il libro mostra la straordinaria unicità di Jamieson: è un'esperta di formazione lacaniana che, a differenza di tutti i suoi colleghi che ho incontrato, è in grado di sostenere una conversazione assolutamente normale.

Durante la nostra conversazione, io sono stato seduto in poltrona mentre Jamieson era sdraiata sul divano. Le avevo scritto un messaggio il giorno prima dell'incontro, suggerendo che sarebbe stato divertente se io avessi potuto intervistarla fingendomi un suo paziente, ma la sua risposta pronta ha subito ribaltato la situazione, "VOGLIO STARE IO SDRAIATA SUL DIVANO!" Così, ho desistito. Un medico non si contraddice mai.

Questa trascrizione è una versione editata e abbreviata della nostra conversazione:

VICE: Pensi che la premessa di questa rubrica, il viversela discretamente, sia accettabile?
Jamieson Webster: Freud in Civilization and its Discontents discute il concetto di felicità, che oggi è quanto mai appropriato, perché tutte le persone si aspettano di essere felici. Sperano che tutti gli ostacoli della vita quotidiana e della società moderna siano stati creati per renderle felici. Va da sé che, quando la vita non le rende felici, queste persone danno la colpa a loro stesse.

Ne parlo anche nel mio libro: il fatto che non solo ci sentiamo a disagio con il nostro corpo, ma ci sentiamo colpevoli di sentirci a disagio con il nostro corpo, in particolare in un mondo che ci dice in continuazione che il nostro corpo deve sempre funzionare al meglio, e che ogni giorno dobbiamo alzarci, essere produttivi, essere in forma e avere orgasmi pazzeschi. Chi è davvero in grado di fare tutte queste tutte cose insieme? Penso che lo standard del "vivere discretamente" sia accettabile.

Ma oggi ce la viviamo meno bene di un tempo?
Io penso che la gente sia sempre stata male. Sarebbe assurdo pensare che i nostri avi stessero molto meglio in passato. Credo però che alcune aspettative sulla vita siano cambiate. Non posso dirlo con certezza, ma lo vedo nel modo in cui la vita contemporanea non fa altro che alimentare un'aspettativa di salute e benessere, in cui non è concesso stare poco bene. Penso che ogni essere umano viva con tantissime inquietudini e preoccupazioni.

Una delle cose che dico spesso ai miei pazienti è che se leggi i grandi scrittori di tutto il mondo, anche se torni indietro nel tempo, alle tragedie greche per esempio, le persone vivevano momenti di grande difficoltà. E la vita all'epoca era sconvolta dalla guerra, dalla povertà, dalle malattie. Le donne spesso morivano di parto.

Molte di queste difficoltà pratiche della vita sono state risolte, eppure la sensazione di inquietudine e disagio rimane. Anche questo aspetto è interessante: grazie alla medicina moderna abbiamo un'aspettativa di vita molto più lunga, ma poco altro.

Quali sono alcuni degli ostacoli principali che riscontri con i pazienti? Cosa impedisce loro di avere una vita OK?
C'è una lettera stupenda di Freud indirizzata alla Principessa Maria Bonaparte in cui lui parla di depressione e dice, "Penso che il problema delle persone depresse sia che hanno aspettative troppo alte sulla vita. Pensano che la vita debba avere un significato più profondo di quello che in realtà ha."

Per Freud, mettere in discussione il significato della vita è già indicativo di una nevrosi. Una delle cose che vedo spesso tra i pazienti è la necessità di trovare un senso a tutto. Gran parte del lavoro di uno psicanalista sta nell'interrompere questo meccanismo di analisi di informazioni, di ricerca di significato, di risolvere, di dare un senso alle cose per sentirsi meglio.

Penso che sia per questo motivo che le app di meditazione stanno facendo i miliardi. Perché le persone hanno bisogno di mettere in pausa il cervello.

Nel libro, tu definisci la nostra "ansia collettiva" la nostra "nuova religione." Una parola chiave del tuo libro, tra l'altro, "conversione" è una parola religiosa. La conversione implica un prima e un dopo. Il paziente prima e dopo l'analisi; il buddista che non è illuminato, e poi diventa illuminato; il cristiano che prima è perduto, e poi è ritrovato. In un certo senso la terapia, come la religione, promette la salvezza, giusto?
Io non voglio promettere la salvezza. Quello che mi interessa è il fatto che in psichiatria quando si parla di conversione si intende un cambiamento radicale di energie. Se leggi William James, per esempio, che si è occupato a fondo di conversioni religiose, lui dice che qualcosa deve cambiare in modo radicale in modo che il prima e il dopo vengano riconosciuti in modo diverso.

E la psicanalisi dice la stessa cosa, che deve verificarsi un cambiamento che faccia davvero la differenza per la persona. La psicanalisi significa proprio questo. Non è solo un'illuminazione. Si tratta, letteralmente, di qualcosa che cambia nel tuo corpo.

William James diceva la stessa cosa dell'esperienza religiosa, diceva che era accaduto qualcosa di fisico e reale per queste persone. A volte accade lentamente. A volte arriva all'improvviso, come un fulmine. Lui si è occupato di studiare la differenza tra questi fenomeni.

Be', una differenza tra il cambiamento graduale e il fulmine all'improvviso è che il fulmine è molto più divertente. E più semplice. In un mondo che ci propone costantemente gratificazioni istantanee, pensi che le persone abbiano ancora la pazienza di attendere un cambiamento graduale?
Dipende dal paziente. Ci sono pazienti che vivono la terapia come un susseguirsi di fulmini, uno dopo l'altro. E poi ci sono pazienti con cui passi tre anni senza che accada mai nulla, e poi all'improvviso qualcosa si muove. Ma per arrivare a quel momento hai dovuto sguazzare nel fango per tantissimo tempo.

Direi inoltre che dipende dal livello di ansia. I pazienti più frustrati sono quelli con maggiore ansia. È difficile analizzare l'ansia. Voglio dire, che cosa stai analizzando?

Devi spingere la persona a fare qualcosa nella vita perché quest'ansia si trasformi in qualcos'altro, e questo è uno dei compiti più difficili per un analista perché non si tratta solo di parlare, analizzare o interpretare i sogni. Ma bisogna letteralmente spronare la persona a fare qualcosa, piuttosto che restare paralizzata dall'ansia.

Quando penso all'ansia sempre più diffusa nel mondo divento molto, molto nervosa.

Vuoi dire.... ansiosa?
Sì, esatto.

Qui ci avventuriamo nel territorio dei koan zen, ma il fatto di cercare il fulmine non è proprio il primo ostacolo che ci separa da esso?
Desiderare il desiderio non è la cosa più nevrotica possibile? Quanto sei lontano dal desiderio nel momento in cui desideri di raggiungerlo?

Nel tuo libro dici che dovremmo riesaminare la psicanalisi in un mondo in cui i "sintomi sono diventati virali, come un batterio che ormai resiste agli antibiotici." A questo proposito, sono curioso di sapere in che modo internet ha influenzato il tuo lavoro quotidiano?
A volte i pazienti arrivano con un sacco di idee loro, pensano già di sapere qual è il problema, ma queste informazioni non vengono da dentro di loro. Le trovano online. A volte si arrabbiano molto con me quando chiedo loro, "Da dove le viene quest'idea?" A volte vengono da me per cercare conferme.

Nel libro dici anche dobbiamo mettere in prospettiva la psicanalisi in un mondo in cui "a volere il successo istantaneo è una generazione che passa moltissimo tempo a casa, intrappolata in una vita virtuale," ed è una contraddizione. In che modo internet ha cambiato la nostra capacità di vivere una buona vita?
In Giappone, il 40 percento delle persone dice di essere disgustato dal sesso. Negli Stati Uniti, ci sarebbe un 15 percento di declino nell'attività sessuale. Le persone non vogliono più fare sesso. I ragazzini al liceo preferiscono il sexting. Il fatto che le persone non vogliano più scoprirsi, avvicinarsi al corpo nudo di un altro mi preoccupa.

Il fatto di combattere con il corpo, con il proprio corpo e quello degli altri, e di scoprire quanto può fare paura il corpo degli altri, ci aiuta ad affrontare la sessualità nella nostra vita. E se non lo fai, be', non so cosa possa accadere.

Dal mio punto di vista, non credo che l'intimità sia scomparsa, credo invece che accada nell'universo digitale. So che può sembrare stupido, ma penso che sia una grave questione post-moderna del nostro tempo. C'è davvero una grande differenza tra il sesso nel mondo reale e il sesso via telefono?
C'è una differenza. Quando hai una persona davanti non hai nessun controllo su di lei. E non hai il pieno controllo del tuo corpo quando entra in contatto con un altro corpo. Penso che la realtà virtuale ti dia un falso senso di controllo e onnipotenza che aiuta a superare l'ansia. Non so, forse io sono un po' all'antica. Non voglio essere all'antica.

Come si fa a viversela discretamente?
Non credo ci sia una risposta a questa domanda.

Segui Gideon Jacobs su Instagram. Questo articolo è tratto da Tonic.

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