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A cosa serve Sanremo nel 2018?

Sanremo ti legittima a un livello mainstream come nessun'altra manifestazione in Italia: abbiamo parlato della rilevanza del Festivàl nel 2018 con Alberto Guidetti de Lo Stato Sociale e Colapesce.

di Federico Sardo
07 febbraio 2018, 9:59am

È arrivato come ogni anno il momento di celebrare l'unico santo patrono della musica italiana: Sanremo. Come per ogni festività, non si sa bene a che cosa serva, implica una serie di rituali incomprensibili e molto probabilmente ti farà litigare con qualche tuo famigliare a cena, ma ogni anno ti ci avvicini con lo stesso misto di fiducia e senso di ineluttabilità. Noisey ha deciso di dedicare tutta la settimana al Festivàl, passato, presente e futuro, compilando La guida di Noisey a Sanremo 2018.

Mi è stato chiesto di scrivere qualcosa sul senso che potrebbe avere o non avere andare a Sanremo nel 2018, immagino principalmente per i cantanti non tradizionalmente considerati sanremesi (per quelli direi che il senso è chiaro). La questione è abbastanza complessa, perché se da un lato sembra ovvio che una manifestazione del genere porti a un’esposizione difficilmente paragonabile con qualunque altra cosa, è anche vero che non sembra avere giovato particolarmente a chi ci arrivava provenendo da mondi che possiamo definire “diversi”. Penso per esempio alla partecipazione di gruppi come Afterhours e Marlene Kuntz—questi ultimi autori anche di un comunicato antecedente la loro esibizione che si potrebbe definire un caso da manuale di maniavantismo, in cui cercavano di giustificarsi per qualcosa che probabilmente nessuno avrebbe chiesto loro. Se peraltro vi state chiedendo "ma come? I Marlene Kuntz sono andati a Sanremo?" nella vostra domanda sta già la dimostrazione di quanto dicevamo sopra: nessuno se ne è quasi accorto, e nessuno se lo ricorda.

"Ci daranno dei marchettari per il nostro andare a Sanremo? Ma non è forse più marchettaro fare ciò che il tuo pubblico si aspetta da te per puro calcolo?" — (tratto dal comunicato stampa dei Marlene Kuntz).

L'unico caso che mi viene in mente di canzone portata a Sanremo da un gruppo non sanremese e che ha effettivamente avuto successo, ed è diventata una delle colonne portanti della band, è quello di "Tutti I Miei Sbagli" dei Subsonica, che forse però sarebbe comunque diventata una hit a prescindere da Sanremo, come molte altre loro canzoni. Non ricordo effettivamente neanche come si sia classificata nella graduatoria finale del Festival di quell’anno (sono andato a controllare: undicesima, non esattamente un grande exploit).

La verità è che ai nomi di reale successo tra i giovani (che sono quelli che davvero decretano il successo, con le visualizzazioni su YouTube, gli ascolti su Spotify e i biglietti dei concerti), siano essi trap come Sfera Ebbasta o indie come Calcutta, di andare a Sanremo non frega niente. Non gli serve a nulla, e li squalificherebbe anche un po' andare a fare la parte dei “piccoli esordienti amati dai giovani” di fianco a gente che viene chiamata "maestro" e non fa un decimo dei loro effettivi numeri. Credo inoltre che gente come Marracash, Fabri Fibra o Gué Pequeno si metterebbe direttamente a ridere di fronte alla prospettiva di andare a Sanremo.

Quello che è vero è che Sanremo ti dà un livello di legittimazione mainstream che in Italia non ti dà niente altro, come giustamente sintetizzato dal nostro Tommaso Naccari “oggi Vanity Fair una copertina a Tommaso Paradiso ancora non gliela fa, se va a Sanremo invece si può”. Bisogna quindi capire anche cosa cercano gli artisti stessi da un’eventuale partecipazione alla manifestazione canora e televisiva per eccellenza del nostro paese.

Lo Stato Sociale.

Quest’anno il gruppo più vicino a mondi altri a essersi infilato nel carrozzone è sicuramente Lo Stato Sociale che, senza bisogno di troppa esposizione mainstream, ha già raggiunto risultati importanti. Ha suonato, per esempio, dentro palazzetti gremiti, ed è una band con una sua identità forte e ben definita e un suo pubblico. Tutto molto lontano da quello che è il classico spirito sanremese. Ho chiesto a uno di loro, Alberto “Bebo" Guidetti, il perché di questa scelta. Questo è quello che mi ha risposto:

Alberto "Bebo" Guidetti: Io credo che abbia lo stesso senso che ha andare in un programma televisivo generalista come potrebbe essere Che Tempo Che Fa di Fazio, Quelli Che Il Calcio o da Cattelan. Non sono la stessa cosa, sono anzi diversi tra di loro e molto diversi da Sanremo, ma lo sono più nella forma che nel pubblico a cui si rivolgono. Non credo sia troppo dissimile dall’essere programmati da un network radiofonico nazionale, a dirla tutta. Sanremo ha dalla sua - vedi tu se è un bene o un male - l'essere radicato nell'immaginario collettivo, perché esiste da un sacco di tempo e perché attraverso Sanremo sono passati molti momenti importanti della canzone e delle spettacolo.

Sanremo, dal mio punto di vista, non è affatto un traguardo, è un mezzo. È un mezzo che parla a moltissime persone, nel nostro caso moltissimissime che non conoscono la band: ti vedono, ti ascoltano, decidono se gli piaci oppure no, magari cambiando canale così come cambieresti canale se da Fazio c'è qualcosa che non ti piace o su Radio Deejay passa una canzone che ti annoia. È folklore, è quasi come fosse la festa paesana più prodotta e più pervasiva che abbiamo.

Questo non è un giudizio di merito, ognuno ha la propria sanissima opinione su cosa era e cosa è Sanremo, ma è comunque uno show. Se ci pensi ha più senso un festival della musica italiana che un'ospitata in chissà quale programma "tanto per darsi un tono”.


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Un modo abbastanza laico di approcciarsi alla cosa insomma, senza darle troppo peso. Uno che qualche anno fa ci ha provato ma alla fine non è riuscito a entrare in gara è Colapesce, anche lui comunque in grado nel corso della sua carriera di costruirsi un bel seguito anche senza andare troppo in televisione. È in tour in questo periodo, e le cose stanno andando molto bene, non solo per i sold out ma anche per l’effettivo gradimento di un pubblico molto affezionato e aperto a una proposta non banale. Ricorda così quell’esperienza:

Colapesce: Andare a Sanremo pensando seriamente alla gara, probabilmente, non aveva senso neanche negli anni Settanta. Figuriamoci adesso. Non ho mai pensato che andare al Festival fosse un passaggio necessario, e non è con questo spirito che ho provato ad andarci nel 2012.

A dire il vero, nessuno tra me e quelli che lavorano con me aveva mai considerato Sanremo come una tappa obbligatoria, e forse neanche una possibilità, ma è successo che venivamo da un anno pieno di soddisfazioni (l'uscita di Un Meraviglioso Declino, la vittoria della Targa Tenco e praticamente di tutti i premi dedicati agli esordienti...) e quando il mio editore dell'epoca ci ha proposto di provare ad andare l'abbiamo fatto senza pensarci troppo. Senza rete e con un ritornello che apriva dopo due minuti di canzone, non proprio lo standard festivaliero.

Era il primo Sanremo del ritorno di Fazio, sui giornali si parlava tantissimo di un Festival tutto improntato sulla qualità, e il mio nome era addirittura stato speso dal presidente della commissione di quell'anno come esempio positivo di musica che sarebbe dovuta passare su quel palco a discapito dei fuoriusciti dai Talent Show.

E infatti io non sono stato preso, e il Festival lo hanno vinto Mengoni e Antonio Maggio. Entrambi figli di X Factor. Però c'è una cosa per cui il Festival di Sanremo è ancora importante: partecipare a quel carrozzone ti permette di colonizzare i media per una settimana o più.

Avere spazi su quotidiani e tv che ancora ritengono che Al Bano sia rilevante e tutti gli altri "solo dei giovani emergenti", incrementare i passaggi radio e tutte quelle cose che servono soprattutto a chi magari non è al disco d’esordio e quindi deve fare i conti con un tipo diverso di hype. Il tutto sta sempre nel modo in cui le cose si fanno: andare lì senza aderire al modello sanremese dominante, facendo semplicemente la propria cosa, nel proprio modo, potrebbe avere un valore. Il punto vero, secondo me, è che quelle band e quegli artisti che comunque caratterizzano la musica italiana di ora, quelli che riempiono i locali e che hanno un senso anche al di là degli schermi televisivi, vengono considerati dal festival come un tassello buono giusto per riempire una casella. Un modo per dire: "Come vedete abbiamo coperto anche quel target" quando in realtà dovrebbero essere la norma”.

Leggendo queste parole penso anche al fatto che esiste tutta una parte di pubblico che ritiene che Sanremo sia divertente proprio in quanto ridicolo, e che quindi non dovrebbe assolutamente puntare a svecchiarsi, o a una presunta qualità, ma rimanere proprio legato alla romanza, al bel canto, alla canzone di una volta. Insomma potenti dosi di acuti di Al Bano, e non certo la trap o raffinati cantautori contemporanei. Tutto sta nel capire se Sanremo vorrebbe rappresentare la realtà o rimanere un divertente spettacolo un po’ trash, simulacro di un tempo che fu.

Conclude Colapesce: “C’è gente che non fa dischi da 25 anni e che al massimo suona nelle feste di piazza a ingresso gratuito e che a Sanremo è di casa. Questo è il vero problema”.

Federico è su Instagram: @justthatsome

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