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Il finto giornalista inglese che è andato a fare casino a stazione Termini

Usa lo pseudonimo Tommy Robinson, ma non è un giornalista: è un attivista di estrema destra che fa propaganda travestendosi da 'reporter indipendente'.

di Leonardo Bianchi
15 marzo 2018, 5:00am

Grab via YouTube.

Negli ultimi anni, e i dati raccolti nel rapporto Notizie da paura sono lì a dimostrarlo, i media italiani hanno dedicato sempre più spazio a temi quali criminalità e sicurezza—legandoli quasi sempre all’immigrazione. Una delle tattiche impiegate con più frequenza è quella di andare nelle aree degradate delle grandi città con inviati e telecamere spianate, suscitando (a volte) le reazioni scomposte dei soggetti ripresi e aumentando così la percezione di insicurezza.

Nel 2017, ad esempio, una troupe di Matrix è stata aggredita in diretta in via Marsala, una delle vie che circondano Termini dove spesso si trovano a dormire migranti e senza fissa dimora. Se ne parlo adesso è perché quel video l’ha visto anche il 'reporter' inglese Tommy Robinson, che la scorsa settimana era in Italia a seguire le elezioni e si è fatto un giro proprio a Termini.

Nella clip, pubblicata il 10 marzo 2018, si vede Robinson girare a piazza Vittorio Emanuele e poi intorno alla stazione. A un certo punto, dei migranti gli vanno incontro e chiedono di non riprendere. Ne nasce un alterco, con Robinson che dice cose come “ti stendo” e infine tira un pugno in faccia a un uomo. La sua riflessione finale è che certe zone d’Italia somigliano al “Medio Oriente e al Sudafrica” e che non c’è da sorprendersi per l’esito delle elezioni.

Il video, che ha totalizzato più di un milione di visualizzazioni su YouTube, è stato ripreso anche in Italia. Tra gli altri si segnalano il sito di estrema destra VoxNews (“Giornalista inglese aggredito a stazione Termini, filmava degrado”) e il giornalista Franco Bechis, che ne ha parlato nella sua video-rubrica per il Corriere dell’Umbria con un post intitolato “Un inglese aggredito a Roma: capisco il voto degli italiani.”

Entrambi lo qualificano come “giornalista.” Ma se si dà una sommaria occhiata al video, salta subito all’occhio che Robinson non si comporta esattamente come tale—e infatti, non è un giornalista.

Il suo vero nome è Stephen Yaxley-Lennon, e nel Regno Unito è conosciuto principalmente per essere un estremista di destra. Come mi ha spiegato Henry Langston di VICE UK, “era un membro del British National Party (BNP), che al suo apice è stato il principale partito neofascista inglese.” Dopodiché, è stato “il fondatore e il leader della English Defence League—un ‘movimento di protesta’ islamofobo che ha attirato persone di destra di tutti i tipi, dai conservatori ai neo-nazisti.” Nel 2013 è uscito dalla EDL, e nel 2015 ha cercato di far nascere la sezione inglese di Pegida, altro movimento islamobofo nato in Germania. Nel suo curriculum figurano diversi arresti per rissa, nonché una condanna per frode ipotecaria (non collegata alla sua attività politica) che l’ha portato in carcere per poco più di sei mesi.

Tommy Robinson a una manifestazione della English Defence League nel 2010. Foto di Henry Langston.

Nonostante questo pedigree, continua Langston, Robinson “non sopporta la definizione di estremista di destra, e sostiene di dire solo la verità sull’Islam. Assicura anche di non essere razzista, perché 'l’Islam non è una razza’, e che l’islamofobia è una reazione naturale. Mark Rowley, il capo uscente dell’antiterrorismo britannico, ha dichiarato che Tommy non è diverso dai predicatori d’odio islamici: sono due facce della stessa medaglia. Noi, infatti, lo definiamo proprio così: un predicatore d’odio.”

Dopo la scarcerazione e il fallito tentativo di creare Pegida UK, Robinson si è reinventato scrittore (con l’autobiografia Enemy of the State) e “giornalista d’assalto.” Ha così iniziato a collaborare con Rebel Media—un sito canadese di estrema destra ricompreso nel calderone dell’alt-right americana—insieme al giovane blogger d’estrema destra Caolan Robertson. La loro “specializzazione,” mi spiega Langston, era quella di andare nei tribunali per “svelare scandali di pedofilia” e di “infastidire i giornalisti e gli utenti di Twitter che non gli piacevano.”

All’inizio del 2017, dopo che Rebel Media ha messo un paywall sul sito, Robinson lascia e diventa una specie di youtuber indipendente con un pagina Facebook da quasi settecentomila fan. I suoi bersagli sono sempre gli stessi: l’Islam, i media mainstream, i migranti, le femministe e gli antifascisti. La scorsa settimana, mi dice Langston, “si è presentato a una conferenza antifascista a Londra con le telecamere al seguito ed è stato picchiato. Ovviamente ha provato a fare la vittima, ma visto chi è non dovrebbe sorprendersi di non essere il benvenuto a conferenze del genere.”

Un’altra tendenza visibile dai suoi canali è quella di intervistare attivisti-giornalisti nordamericani ed europei—come Martin Sellner di Generazione Identitaria Austria, la “nazionalista bianca” americana Brittany Pettibone (compagna di Sellner) e la “reporter” canadese Lauren Southern—e presentarli sempre e comunque come come dei martiri della libertà d’espressione.

Anche qui, non c’è nulla di casuale. Ai tempi della nave anti-Ong di Generazione Identitaria, le stesse persone appena menzionate avevano spinto l’iniziativa sia mediaticamente che politicamente. “Stanno chiaramente cercando di stringere legami più forti,” mi dice Langston. “Tommy sta anche cercando di espandere il suo raggio d’azione, per aumentare il pubblico britannico e raggiungere quello europeo.”

Robinson, insomma, fa parte di quella ristretta—ma influente sui social—schiera di provocatori di destra che puntano ad abbattere le frontiere tra giornalismo, attivismo e propaganda. Come hanno scritto su VICE UK Simon Childs e James Poulter in un recente pezzo dedicato a figure ibride come Robinson, presentarsi come “giornalisti” permette di “offrire la loro controversa visione del mondo—basata su mezze verità e distorsioni—come una serie di ‘fatti’ che l’élite mediatica ha nascosto al pubblico.”

Questo metodo, continuano, “annacqua la loro islamofobia in una sorta di saggezza mondana e conoscenza superiore, dà alla loro isteria urlata ai quattro venti un senso di legittima urgenza, e derubrica le loro provocazioni razziste a ‘difesa della libertà d’espressione’.” Così facendo, la loro fissazione sull’Islam “non è più un’ossessione razzista, ma diventa un argomento di cronaca da sviscerare.” I loro stunt pubblicitari, infine, non sono mai del tutto isolati nell’ecosistema mediatico; anzi, si sovrappongono con quello che pubblica regolarmente la stampa “istituzionale” di destra.

Per quanto ridicolo e respingente possa essere lo stile di Tommy Robinson, analizzarlo serve a capire quanto e come stia cambiando la strategia mediatica e propagandistica dell’estrema destra europea. “Ha capito che le proteste di strada non funzionano granché,” mi spiega Langston, “e portano a scissioni interne che spesso sfociano in violenza—com’è accaduto alla EDL. Come ‘giornalista’ invece può avere una parvenza di legittimità, soprattutto per chi non conosce il suo passato.”

Purtroppo, messaggi come i suoi possono avere conseguenze molto concrete: secondo la polizia inglese Darren Osborne—autore dell’attentato alla moschea di Finbury Park che ha ucciso una persona e ne ha ferite dodici—si è radicalizzato principalmente a causa del grande consumo di “materiale online prodotto dall’estrema destra, tra cui le dichiarazioni di Tommy Robinson, Britain First e altri.”

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