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C'era una volta a Napoli la techno

Abbiamo intervistato Davide Squillace, che esporta da vent'anni la magia sperimentale della techno napoletana nei club di tutto il mondo, sul primo album della sua carriera, Once Upon a Time in Napoli.

di Elia Alovisi
30 marzo 2018, 8:54am

Tutte le fotografie sono di Arne Grugel in esclusiva per VICE e Noisey.

Davide Squillace mi risponde su Skype assieme a Ivan Maria Vele, membro fondatore di United Tribes—collettivo multidisciplinare che funzionò, tra la fine degli anni Ottanta e il 1994, come cuore pulsante della scena techno napoletana. Era "un movimento dance che aveva intellettualizzato l'elemento punk irriverente", United Tribes, la cui origine era da identificarsi in una passione per il post-punk ibridata, con il passare degli anni, con la progressive house e la techno. Organizzavano serate e rave con i grandi della techno internazionale, i ragazzi di United Tribes, portatori di un'idea di tribalismo urbano e edonismo psichedelico che segnò una breve e intensa era dell'elettronica italiana.

Si trova a Barcellona nel quartier generale di This and That, Davide, il laboratorio multidisciplinare che ha fondato con Massimiliano Abbatangelo nella città dove ha deciso di trasferirsi una volta salutata la sua città natale. La lasciò la prima volta nel 1995, attirato dal suono di Londra, e ci tornò nel 1999 per studiare sound engineering. Fu in quel momento che cominciò a disegnare il disordinato percorso che lo ha portato a stabilirsi a Barcellona nel 2004, raggiungendo pian piano i vertici del clubbing internazionale. La sua discografia è infatti così fitta e sparpagliata tra etichette, alias e nazioni che Borges avrebbe benissimo potuto usarla per scriverci un racconto con un immaginario archivista incartapecorito in cerca di un determinato singolo come protagonista. I punti fermi all'interno della sua esperienza artistica sono pochi, e anch'essi affastellati in un mucchio di riferimenti geo-temporali difficili da mettere in ordine: il più saldo è sicuramente la sua residency alla storica serata Circoloco del DC-10 di Ibiza. Ma siamo qua per parlare di un nuovo, importante caposaldo per la sua carriera. Il suo primo album ufficiale, che ha pensato di dare alla luce vent'anni dopo la sua prima pubblicazione.

Si intitola Once Upon a Time in Napoli, quell'album, nonostante dei rave semi-legali e delle serate sudate che lo avevano affascinato all'inizio della sua carriera non sembri restare molto al suo interno. Il trucco sta nel concentrarsi sull'approccio creativo, più che sulla singola scelta sonora. Mi sembra che il gesto di Davide non sia da leggersi come nostalgia per un passato lontano: è più il mistico ricordo di un'energia primordiale e multiforme capace di esprimersi sia nell'impetuosità dei quattro quarti che di perdersi nel tiepido magma psichedelico e aritmico della sperimentazione. Il suo è un disordine ragionato, frutto di una loquacità torrenziale che sembra trascinarlo costantemente in direzioni diverse—sia all'interno della sua arte che di un qualsiasi discorso, come potete leggere dall'intervista qua sotto. Trovate Once Upon a Time in Napoli in streaming a metà intervista.

Fotografia di Arne Grugel.

Noisey: Come ti sei rapportato, crescendo, alla scena techno napoletana?
Davide Squillace: Napoli è dove sono cresciuto socialmente e musicalmente. Con un gruppo di amici abbiamo creato prima di tutto una crew di appassionati di techno. Abbiamo acquistato strumenti, suonato, ballato e sognato. Un fenomeno di crescita organica che ci ha portato alla creazione della scuola napoletana, esportata poi in tutto il globo. Soprattutto passione, prima ancora che music business. Ovviamente ognuno di noi, con il passare del tempo, ha poi creato uno stile proprio ed inconfondibile.

Ho letto un’intervista in cui un tuo collega paragonava la scena di Napoli a quella di Detroit… tu come la racconteresti a chi non la conosce? Quali sono le cose che la definiscono?
Napoli è una città molto contraddittoria. Tradizione e rivoluzione convivono da sempre. La bella vita ed I disagi pure. Le tendenze di chi è esterofilo si sommano all'atteggiamento di chi è e resterà napoletanocentrico. Napoli oggi però non è sole, mare e musica blues ma anche notti insonni e cultura techno. Evidentemente abbiamo lavorato bene.

Ma secondo te perché Napoli, nonostante la sua storia, non sia conosciuta dal pubblico generalista come un centro nevralgico della storia del clubbing internazionale?
La techno napoletana non è nel mainstream perché genuinamente non ce ne è mai fottuto di dirlo troppo alle persone che non volevano stare ad ascoltare. Noi l'abbiamo fatta ed è esplosa nel mondo. Stai fuori se vuoi fare il DJ per diventare famoso: i risultati saranno quelli che saranno, ed è così che è stato per la techno napoletana.

Mi racconti il tuo innamoramento nei confronti della musica elettronica? Cosa ti ha portato a dedicargli la tua vita e a renderla una costante nella tua esperienza artistica?
Non penso sia stata una scelta cosciente, ma più una naturale evoluzione di quello che mi circondava. A Napoli in quel periodo c’era un esplosione della club scene, house, techno, drum n bass ed altre forme più sperimentali. Ogni settimana venivano a suonare i piu importanti DJ e produttori di varie scene. Avevo 14 anni ed andavo a ballare, pian piano abbiamo creato un gruppo di promoter verso i 15 anni ho iniziato con amici ad organizzare eventi. La scena a cui ci avvicinammo di piu fu quella di Detroit e quella progressive-techno inglese. Ero a contatto giornarialmente con DJ, produttori, designer e promoter, diciamo tutte le sottoculture della club scene. Pian piano ho provato a divertirmi con i technics …e da quel momento non ho mai più smesso. Le produzioni musicali sono arrivate in un secondo momento, e devo dire che assieme al Djeeing sono due forme di performance in totale simbiosi che avvengono in circostanze diverse, non potrei fare l’una senza l’altra.

Che cosa ti portò a trasferirti a Barcellona e abbandonare Napoli?
Avevo solo bisogno di un ambiente più cosmopolita che non fosse troppo lontano visivamente e come abitudini alla mia Napoli e dopo aver vissuto quattro anni a Londra, dopo sono venuto a contatto con diverse texture musicali e incredibili tipi di performance sperimentali. Mi sono reso conto che socialmente gli anglosassoni erano troppo diversi da me, avevo bisogno di un surrounding cosmopolita ma più latino, e Barcellona è stata la scelta perfetta.

Fotografia di Arne Grugel.

Come cominciasti a collaborare con Circoloco? Qual è, secondo te, la chiave che lo ha reso così leggendario?
Circoloco è famoso per aver fatto sempre talent scout, per aver fatto maturare molti artisti di un certo spessore. Sono sempre stati una delle vetrine piu importanti del mondo; hanno dato la possibilità di performare davanti a molte persone chiave del music business e sembra abbiano una sorta di bacchetta magica.Il fattore piu importante del DC10 è sempre stato una motivazione di base che ha portato loro ad essere chi sono, la passione,la parte di business è venuta dopo,oltre a questo il DC10 è sempre stato un club dove una volta entrato non importa più chi sei nella società. C’è sempre stata una libertà ed un fattore di valorizzazione umana, gente della cosi detta alta società o grandi artisti interagivano con il resto del pubblico, non esisteva un who is who. Quando sei dentro sei uguale a tutti gli altri.

Per una persona esterna al mondo del clubbing, della techno e dell’elettronica il mare di label che anima la scena sembra difficilissimo da navigare: tu come ti ci sei rapportato, prima come ascoltatore e poi come musicista?
Sì, purtroppo questo è uno dei lati oscuri della digitalizazzione della musica e dell’abbattimento quasi totale dei costi della produzione: una mancanza di controllo, una mancanza di filtri di qualità, che può essere soggettiva, ma fino ad un certo punto. Qualsiasi persona ormai può creare una label digitale e far uscire qualsiasi tipo di prodotto. Personalmente nel corso degli anni e della rivoluzione digitale con l’introduzione degli mp3 mi sono creato delle liste di label ed artisti favoriti che seguo sempre. Mi sono in pratica creato dei filtri in entrata, che però a volte mi fanno perdere delle perle. Il lavoro della label di oggi è molto più organico di quanto si possa immaginare.

Quali sono i set, da spettatore, che hanno cambiato la tua vita, e perché? E da DJ, invece?
Sicuramente quelli di Richie Hawtin. Le prime volte che venne a Napoli fu un esplosione di nuove sonorità mixate in una sequenza logica impressionante, e con una tecnica impeccabile, con i bei vecchi vinyls. Quei set sono sicuramente stati il Sacro Graal della scena napoletana: tecnica e logica musicale nel mixing, le due cose dovevano essere entrambe ad altissimi livelli. Il che può sembrare una cosa evidente dell'arte del djing, ma ti posso assicurare che pochi riescono ad avere entrambe ad un certo livello. Questa, secondo me, fu una delle chiavi vincenti dell’evoluzione e l’affermazione della nostra scena: il rapportarsi sempre a questa idea di perfetta simbiosi.

Mi racconti il tuo rapporto con Burlon e la vostra collaborazione? In un’era in cui la moda sembra più vicina che mai alla cultura hip-hop, qual è per te il rapporto tra techno e moda?
Ho conosciuto Marcelo tramite un mio caro amico, io ero fan suo e lui mio, così un giorno lo chiamai e gli dissi: "Perché non facciamo un progetto insieme, io ti invito in studio da me e facciamo musica e tu mi inviti da te e creiamo un oggetto di moda”? È stato un processo totalmente genuino, incentrato sulla verve creativa e non realizzato per motivi economici. L'idea era quella di creare un prodotto come oggetto d’arte. La scena che mi segue è molto vicino alla moda, a Ibiza ed in giro nel mondo ci sono sempre main designer di case di moda importanti. Sia la techno che la moda sono forme d’arte contemporanee che hanno fonti di ispirazioni dalla società. Prima o poi si dovevano intrecciare. Anche il fatto che la mia scena sia stata un po più riconosciuta dai media ha fatto sì che questo avvenisse. Per i media, techno is the new hip-hop. Sento più ragazzini che vogliono fare i DJ che i rapper.

Credo che sia molto sottovalutata l'influenza che l'elettronica ha sui ragazzini, soprattutto a livello mediatico.
Secondo me è un tema da trattare per nazioni. In Italia l'hip-hop è molto forte e vedo che i ragazzini impazziscono per loro. Ma in Germania penso che la scena sia molto meno forte, e lo stesso vale per la Spagna. In Inghilterra c'è un po' di tutto. Tu mò senti un ragazzino che dice "Mamma voglio fare l'avvocato da grande"? Zero. Vogliono fare tutti i DJ.


Ascolta un assaggio di Once Upon a Time in Napoli, l'intervista continua:



C'era uno stigma attorno alla figura del DJ quando hai iniziato a farlo seriamente?
Verso i 24, 25 anni qualcuno della famiglia, durante il classico pranzo italiano della domenica, mi disse "Allora, Davide, poi che farai da grande?" E io da un lato rimasi amareggiato per una mancanza di comprensione, mentre dall'altro pensavo avrebbero capito. Nel corso degli anni, a forza di vedere il movimento mondiale che mi seguiva le cose sono cambiate. Tutto cambiò verso i quindici, sedici anni quando organizzammo un gruppo di promoter. Quindi ci frequentavamo tra amici e uno faceva il DJ, uno il produttore, uno il graphic designer... io non ho ancora trovato una cosa più divertente da fare.
Io sono sempre stato un autodidatta. Ho sempre comprato manuali e ho studiato da me. Quando ho deciso di cominciare a produrre ho voluto fare quel passo in più e capire che cosa ci fosse dietro alla macchina. Quindi ho fatto un corso da ingegnere del suono. All'epoca non c'erano ancora corsi da producer o da DJ, era ancora fantascienza. Ho imparato molto a livello teorico, ma in realtà la cosa non ha tanto influito sulla produzione in sé. Non ho nessun titolo, dato che all'epoca la materia era totalmente nuova. Oggi ti insegnano tutto, dalle basi alle singole parti della produzione. Io mi ricordo quando, a 21 anni, ho comprato il mio primo modulare mi sono dovuto mettere a imparare la sintesi da solo. Fu una cosa assurda.

In che modo hai visto Ibiza evolversi lungo il corso della tua carriera? Dove consiglieresti di cercare la sua anima, oggi che rischia di essere considerata più meta per turisti inglesi ubriachi in cerca di bordello più che mecca del clubbing internazionale?
I turisti ubriachi ci sono sempre stati. Il problema è il costante scendere della quantità e della qualità, la mancanza di rispetto verso un'isola cosi bella e così piena di storia. Non penso che l’estrema massificazione di un qualcosa abbia mai giovato. Inoltre, da un po' di anni sull'isola si è intensificata la presenza di nuovi super ricchi arrivati dal sud della Francia. I prezzi sono andati alle stelle. Se inizi a girare con le Bentley a Ibiza mi fai ridere. E quindi si fanno gli hotel a cinque stelle super lusso, e l'economia dell'isola soffre un terremoto. I prezzi salgono. Gli eventi più intimi sono sempre stati nelle ville private, dove suoniamo per poche centinaia di amici. E da questo punto di vista c’è ancora da divertirsi. Poi c'è da dire che l'Amnesia non è un posto esclusivo. Ha dei tavoli perché deve campare, la massa è tutta giù. La gente pensa al Pacha come un posto commerciale, ma 35, 40 anni fa era il club underground per antonomasia. Poi negli ultimi anni c'è stata un'evoluzione in senso mainstream, certo.

Che idea ti sei fatto del fenomeno EDM? Che effetto ha avuto sull’idea di elettronica a livello mondiale? La mia impressione è che, dopo una fase di esplosione a livello pop, l’EDM si sia come cristallizzata facendo un passo indietro. È comunque una sottocultura enorme che muove numeri impressionanti di persone, vedi il Tomorrowland, ma incapace di affermarsi come vera forza pop dopo i successi di Swedish House Mafia, Avicii, Martin Garrix (e anche Guetta volendo inserirlo nel calderone).
Sicuramente la risonanza mediatica che ha avuto l'EDM ha giovato in qualche modo anche alla nostra scena, sicuramente è un tipo di musica molto accessibile. Si tratta dell'entry point di molti ragazzini che si avvicinano alla club culture, che dopo aver mangiato da McDonald's vogliono provare qualche gusto più raffinato e si avvicinano a noi. Resta che io rispetto tutti i generi, ognuno fa quello che vuole ed ascolta quello che vuole, live and let live.

Fotografia di Arne Grugel.

All’interno della scena di cui fai parte, cosa credi significhi fare-un-album? Te lo chiedo perché, per esempio, per una band o per un rapper l’album è storicamente stata una consuetudine, mentre non è raro per un DJ o un producer andare avanti a singoli e mix vari. E quindi è come se l’album, come concetto e oggetto, avesse un peso diverso.
In effetti concordo, io non ho mai pensato di fare un album. Ho fatto oltre cinquanta dischi nella mia vita e non ho mai pensato di raggruppare tutto in una sola uscita. Once Upon a Time in Napoli è un pò il racconto delle mie esperienze dentro la musica, in tutti gli aspetti. Quello che mi è successo mi ha cambiato ovviamente, come uomo e come artista. È il primo album di una trilogia che racconterà più a fondo la mia vita. Nel primo album racconto più la dimensione 4/4 club, poi continuerò con il mio aka Telemaco con influenze più indie e sperimentali, e l'ultimo progetto della trilogia uscirà con il mio altro alias, Eriko Tanabe.

Ci sono alcuni brani che suonano in maniera diversa rispetto agli altri, all’interno dell’album: “Dada Is Black” con le sue percussioni eteree, per esempio.
Per "Dada Is Back”, prendendo spunto dal dadaismo, ho provato a rifiutare logiche nell’arrangiamento e ho creduto nelle mie intuizioni. E ho utilizzato le capacità di Paki Palmieri, che ha vissuto in Africa per molto tempo per studiare percussioni sotto ogni forma.

Poi c'è “Iron Odyssey”, un brano che percepisco come particolarmente riflessivo e complesso.
"Iron Odyssey" mi ricorda le tante disavventure di Ulisse, il suo dover attraversare I confini dello scibile prima di poter tornare indietro nella amata Itaca. Ci sono tanti piccoli momenti che possono passare inosservati nella traccia effettuati con un lavoro di design del suono che mi appassiona molto. La maggior parte dei suoni sono stati realizzati con sintetizzatori modulari.

“The Sin”, invece, è un brano ai limiti dell'ambient. Quasi una pausa per prendere il respiro in mezzo alla frenesia dell'album.
È un brano che introduce il mio nuovo album/progetto Telemaco. Racconta l’impressione che io mi trovi su un altro pianeta in cui la forza di gravità non è la stessa del pianeta Terra e io provo ad adattarmi e a camminare. Puoi solo immaginare come sia andata…

Fotografia di Arne Grugel.

Ti interessi a forme di clubbing sperimentale, basate magari sull’aritmicità, la distorsione, l’ibridazione di forme e generi?
Sì, il secondo e terzo album della trilogia hanno come DNA l’ibridazione sonora e la sperimentazione.

E che cos'è per te la sperimentazione?
Io mi sono avvicinato alla musica sperimentale all'epoca con roba tipo Mille Plateaux e Warp dei primi anni. E devo ringraziare un ragazzo che stava in studio con noi ai tempi, che faceva solo quella roba. Gli devo molto. Per me sperimentazione è provare a fare qualcosa sulle macchine, perché è quello che genera il suono, tenendo un approccio che non classicamente useresti, di modo che l'outcome in ritmi e texture sia qualcosa di nuovo. Non puoi pensare a quale sia il risultato mentre lavori. C'è un forte fattore di sorpresa, di randomizzazione e di errore. Non penso che chi sperimenti, ma nemmeno gli Autechre, pensi, "Ah, facciamo quello". Ovviamente devi pensare a come arrangiare il materiale sonoro per dargli un senso e una storia, ma alla base c'è qualcosa di inaspettato.

Tu come riesci a esprimere al meglio, dal vivo, questo tuo lato?
Con il progetto Eriko Tanabe, che nasce da un rimbalzo della sola techno che c'era a Napoli all'epoca. Io non sono mai stato uno di quelli che riusciva a fare techno troppo dura. Nessuno mi faceva suonare perché ero troppo morbido. La mia reazione fu creare Eriko, che era un po' sulla scia di Atom Heart, una house molto distrutta, e la roba alla Perlon, più sofisticata e sexy. Ai tempi mi piaceva molto quest'etichetta svizzera che ora non esiste più, Morris Audio, il cui proprietario ne aveva anche un'altra su cui ero uscito, SuperBra. E volevo che questa mia nuova musica fosse giudicata e analizzata senza filtri. Quindi presi il nome di uno dei personaggi di Kitchen di Banana Yoshimoto, Eriko Tanabe: ibrido, uomo che era dovuto diventare donna, ed era sia padre che madre per la sua famiglia. E quindi mi sono presentato come una ragazzina giapponese che mandava il suo materiale in Svizzera. Quella era l'idea, e dopo tre giorni mi ha scritto per dirmi che voleva fare uscire il disco. E questa è una delle cose che mi ha reso più contento nella mia vita.

E poi c'è il tuo progetto Better Lost Than Stupid assieme a Matthias Tanzmann e Martin Buttrich.
Sì, ero con loro a Londra fino a pochi giorni fa. È nato tutto per scherzo circa cinque anni fa. Dovevamo suonare a un festival a New York e il promoter ci disse di provare a fare un back to back. Andò benissimo e ci divertimmo, quindi cominciammo a portare il nostro show in giro. A me però sembrava che non stessimo suonando cose così diverse rispetto a quelle che facevamo come artisti solisti. Suonare assieme era diventato più un asset per vendere uno show, quindi ci siamo fermati e abbiamo deciso di fare un passo ulteriore. Ci siamo messi in studio, abbiamo deciso di preparare un album e un live show. Ovviamente tieni conto che Martin viveva a Los Angeles, Matthias in Germania e io qui, quindi il progetto non può essere il nostro focus principale. Ci è voluto abbastanza tempo per ingranare, ma è una sfida che ci siamo dati. Devo dire che il disco si lancia verso il mondo mainstream, ma non nella sua declinazione cheap. Ci saranno 11 tracce e uscirà per Skint, che comunque è sotto Sony BMG, e ha un processo estremamente professionale. Ci siamo trovati con diversi songwriter per iniziare a capire come creare melodie per poi mandare le tracce agli artisti che ci compariranno sopra come main.

Elia è su Instagram: @lvslei

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