settimana della salute femminile

Andare dal ginecologo quando sei lesbica

"Per una visita completa torni quando sarà andata a letto con un uomo."
GC
illustrazioni di Giulia Conoscenti

Questo post fa parte della nostra settimana della salute femminile, una serie di contenuti sulla salute delle donne e sull'importanza della libertà e l'autodeterminazione di ognuna nel governarla.

Dentisti e ginecologi hanno un sacco di cose in comune. Per prima cosa, si occupano entrambi di posti remoti con cui abbiamo a che fare quotidianamente ma in cui non siamo in grado di dare un’occhiata come vorremmo. Inoltre, anche se sono sicura che questo vale anche per i gastroenterologi, generalmente nessuno ha una gran voglia di andare dal dentista. Men che meno dal ginecologo.

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Ma se è difficile che il tuo orientamento sessuale inneschi strane reazioni in un dentista—dopotutto i denti sono 32 o qualcosa di meno a prescindere da quello—non si può dire lo stesso per un ginecologo. Il fatto è che il lesbismo è spesso ancora un territorio inesplorato anche in quella branca della medicina che si occupa molto da vicino della salute femminile, come alcuni fatti di cronaca (recente il caso della paziente 23enne a cui un ginecologo avrebbe fatto battute sulla possibilità di farle cambiare orientamento) non mancano di ricordarci.

"Non è tanto o solo una questione di omofobia," mi racconta Sara, ostetrica di 36 anni. "Io mi sono laureata dieci anni fa e nelle formazione che ho fatto, l’argomento lesbiche non è mai stato trattato. Al massimo si è parlato si è parlato un po’ delle malattie sessualmente trasmissibili, ma niente di specifico e principalmente tra uomo e uomo, donna e uomo. Non si considera abbastanza che anche nei rapporti senza penetrazione è possibile prendere delle malattie [sul tema, del resto, anche moltissime ragazze e donne lesbiche sono poco informate, motivo per cui tendenzialmente si sottopongono meno frequentemente a visite ginecologiche e test], che anche in questo caso sono necessarie delle precauzioni."

Il problema c’è ancora, come mi conferma Carlotta, da poco laureata in medicina: “Io sono stata ‘particolarmente fortunata’ perché all’interno del mio percorso di studi mi hanno dato anche informazioni anche su MST e lesbiche; ma mi rendo conto che questo nel panorama italiano sia un po' un'eccezione."

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Generalmente, per quanto riguarda queste questioni non esiste infatti una formazione specifica sul paziente LGBTQ: i ginecologi sono molto focalizzati e formati sull'ostetricia e la contraccezione, e questo riguarda in modo esclusivo le coppie eterosessuali.

In altri casi, però, non è nemmeno una questione di mancanze nella formazione o di percezione del rapporto tra donne come "incompleto" e manchevole. Per dare un'idea, ho parlato con alcune ragazze lesbiche delle loro esperienze negative sul lettino del ginecologo.

È SEGNO DI UNA SOCIETÀ CHE DÀ PER SCONTATO CHE IO NON ESISTA

Devo dire di non aver mai incontrato dei professionisti preparati ad affrontare le esigenze specifiche di una donna che non ha rapporti con uomini. Gli episodi allucinanti sono stati davvero tanti, e si basano tutti sullo stesso assunto: il sesso “vero” è solo quello dove c’è un uomo che ti penetra.

Fra tutti quello che mi torna alla mente per primo è una visita al pronto soccorso per un'infezione. La prima cosa che mi dissero dopo "da quanto non hai un rapporto sessuale?" fu "allora facciamo anche un test di gravidanza".

Io ero molto giovane e insicura e quel test di gravidanza me lo sono fatto fare, senza avere il coraggio di dire che non serviva proprio, mi sono sentita un’idiota per tutto il tempo mentre con eccessivo zelo e paternalismo ginecologo e infermiera mi dicevano cosa dovevo e non dovevo fare con il mio ragazzo.

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Potrà sembrare una cosa da nulla e non è sicuramente l'episodio più grave, ma è quello che mi è rimasto più impresso e che mi ha scottata a livello emotivo, perché anche se—questa volta—non mi sono trovata davanti davanti delle persone ignoranti che mi hanno detto delle cose folli e spiacevoli, avevo davanti la normalità: una società che dà per scontato che io non esista—Serena, 24 anni*

NON È SERVITO FARE PRESENTE CHE NON ERO COMUNQUE VERGINE

Ho 26 anni, è la prima visita ginecologia della mia vita. Prenoto alla Asl e capito con un ginecologo uomo sulla sessantina. Penso “pace, è un medico, ho la candida, voglio la cura, va bene chiunque.”

Peccato che alla domanda "ha avuto rapporti?" la risposta "dipende, non con un pene" abbia innescato un teatrino non poco imbarazzante, concluso con una visita "monca": dopo avermi chiesto se due dita potessero o meno entrarci ha deciso di non usare lo speculum ma solo un guanto, perché la responsabilità di farmi perdere la verginità proprio non la voleva. Il resto della visita è stato condito da frasi come "io non voglio sapere i fatti suoi" o "per una visita completa torni quando sarà andata a letto con un uomo."

Non è servito a niente insistere, non è servito a niente fargli presente che tanto un rapporto come lo intendeva lui non era nei piani o dirgli più volte più che non ero vergine—Matilde, 33 anni

SENZA NEMMENO GUARDARMI IN FACCIA

La mia non era una visita programmata: sono stata male, pronto soccorso e poi dritta in ginecologia. Lì la ginecologa ha osservato la cartella clinica, seguita a ruota dall’infermiera: domande sui dolori, il ciclo, sulle protezioni usate, e quindi la mia rivelazione: “sono fidanzata con una ragazza.”

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Alla mia affermazione la ginecologa si è irrigidita, non ha commentato e si è limitata a indicarmi il lettino: la visita che ne è seguita è stata frettolosa e sgraziata, non hanno fatto nulla per mettermi a mio agio o evitarmi qualsiasi tipo di imbarazzo. Anzi: nonostante fossi mezza nuda a gambe all’aria, l’infermiera ha spalancato la finestra, accanto al lettino, sostenendo facesse caldo (era marzo). Al termine della visita, la ginecologa ha sbiascicato due o tre parole mentre ho dovuto pregare l’infermiera di fornirmi una salvietta con cui rimuovere il liquido usato per l’ecografia.

Mi hanno fatto rivestire, dato la cartella clinica e invitata a uscire dalla sala senza rivolgermi un saluto, senza nemmeno guardarmi in faccia—Francesca, 29 anni

NEGAVA AVESSI AVUTO RAPPORTI COMPLETI

In 27 anni sono andata dal ginecologo solo due volte. La prima non è stata un’esperienza negativa in senso stretto: era la mia prima visita, e quindi alle domande di routine sull'attività sessuale e i contraccettivi ho candidamente risposto di aver sempre e solo avuto rapporti con donne.

La domanda successiva era quella sulle gravidanze: qui è stata direttamente l’infermiera a chiedermi scusa, un po’ imbarazzata, spiegandomi che quello è il modulo standard e quelle sono le domande da fare in ogni caso.

La seconda, ben più recente, e ben più sgradevole, è stata in occasione di uno screening per il Pap test. Anche qui mi viene chiesto se sono sessualmente attiva e io rispondo di sì, sessualmente attiva ma solo con donne, il che mi rendo conto genera subito un certo nervosismo, e un dialogo ai limiti dell’assurdo:

"Perché me lo dice?"
“Perché penso influisca sulla protezione e l'eventuale possibilità di contagio.”
"In realtà no, ma se non ha mai avuto rapporti completi non posso fare la visita."
"Ma ho avuto rapporti completi."
"Con donne?"
"Sì."
"Non capisco come sia possibile, ma va bene."—Giulia, 27 anni

*I nomi delle intervistate sono stati cambiati per tutelarne la privacy

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