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Questo birrificio palestinese resiste all'occupazione una birra alla volta

E poi nessun altro birrificio al mondo smercia la propria birra salendo in sella a degli asini.

di Luna Alqamar
06 giugno 2018, 7:37am

Tutte le foto sono dell'autrice.

Nel 2000 la Seconda Intifada era già in corso. Per la popolazione civile era praticamente impossibile attraversare brevi distanze fra un villaggio o una città e l’altra del Territorio Palestinese Occupato, quindi consegnare birra era proprio fuori discussione. Eppure, nonostante ciò, il birrificio palestinese Taybeh Brewery è riuscito a trasportare 50 chilogrammi di fusti di birra tra un posto di blocco militare e l’altro, servendosi di asini e affrontando giornalmente l’intensificazione di un’occupazione violenta e repressiva.

Così, tra un sorso e l’altro di birra bianca di frumento Taybeh, infusa con coriandolo e arance locali, il fondatore del birrificio Nadim Khoury mi racconta di uno dei periodi più difficili e impegnativi capitati a questa (duratura) impresa di famiglia.

“Non credo che nessun altro birrificio al mondo abbia dovuto superare così tanti posti di blocco viaggiando su degli asini. Noi però l’abbiamo fatto. Se un bar ci diceva ‘vorremmo la Taybeh’ e le strade erano chiuse, noi ci mettevamo in sella a un asino. E parliamo di 18 anni fa!” esclama sogghignando anche un po’ sotto i baffi.

Israele continua a detenere l’uso esclusivo dell’87% dell’acqua, controllando inoltre ogni acquedotto della Cisgiordania.

Birra palestinese
Canaan and Madees Khoury.

Tutto è iniziato 25 anni fa, durante un lasso di tempo pieno di ottimismo per via degli Accordi di Oslo, che hanno spinto la famiglia Khoury a tornare in patria da Boston e ad aprire un primo microbirrificio in Medi Oriente. L’obiettivo iniziale era quello di investire nell’economia locale introducendo nuovi stili e lavorazioni della birra. Così, nel 1994, il microbirrificio dei Khoury si ritrovava a imbottigliare i primi 500 litri di birra.

A oggi l’azienda di famiglia, di litri, ne produce 600.000 all’anno, esportandone parecchi in 12 paesi diversi, inclusi il Giappone, la Germania e gli Stati Uniti.

Gli affari non sono sempre andati lisci in Palestina, ma questo non ha di certo scoraggiato la famiglia Khoury.

“Eravamo determinati, volevamo dimostrare al mondo che i palestinesi sono persone comunissime che vogliono solamente vivere una quotidianità semplice, bevendosi una birra, andando a scuola, usufruendo di acqua a corrente…” afferma Nadim.

Palestina
La macchina per l'etichettatura.

Il microbirrificio si trova a Taybeh, l’ultimo villaggio-avamposto cristiano della Cisgiordania. Dalla sua altitudine, Taybeh si affaccia sulla verdeggiante Valle del Giordano e sulle rive del Mar Morto. Il paesaggio che circonda il villaggio, così come il villaggio stesso, sono in netto contrasto con gli svariati posti di blocco israeliani che, oltre a portare con sé scenari di cemento e fildiferro, punteggiano il paesaggio fino a Ramallah, la capitale de facto della Palestina.

Le disparità legate all’accesso all’acqua potabile fra gli insediamenti israeliani costruiti sulle terre occupate nel 1967 e la popolazione locale possono essere davvero estremi. Nonostante il numero di palestinesi sia quasi raddoppiato da allora, la popolazione vive, a oggi, con lo stesso ammontare di acqua stabilito nel 1995 da un accordo provvigionale. Contrariamente alla promessa mai mantenuta di un periodo “temporaneo” di 5 anni prima della formazione di uno Stato palestinese, Israele continua a detenere l’uso esclusivo dell’87% dell’acqua, controllando inoltre ogni acquedotto della Cisgiordania.

Poiché la birra è composta da circa il 95% d’acqua, il Taybeh Brewery trova i confini di queste restrizioni parecchio stretti.

Mentre il resto dei birrifici usa di solito 8-12 l di acqua per un l di birra, quello di Taybeh è riuscito a centellinare l’apporto d’acqua, necessitandone meno di 4 litri, riutilizzando l’acqua più e più volte durante la produzione.

La famiglia Khoury, comunque, si è allargata, e ora nel team conta anche il figlio di Nadim, Canaan, laureato ad Harvard con una triennale in ingegneria e con alle spalle un master di specializzazione in produzione della birra all’University of California. Dopo i suoi studi, Canaan è tornato a Taybeh occupandosi del lato più tecnico della fermentazione e della produzione della birra di famiglia.

“Abbiamo tre stabilimenti qui nel terreno di Taybeh, e sono quelli a detenere la priorità sull’accesso all’acqua. Per il resto, però, non possiamo programmare prima le varie fasi di produzione perché non sappiamo mai quando l’acqua sarà effettivamente disponibile,” Canaan spiega a MUNCHIES.

La scorsa estate le disparità si sono fatte particolarmente evidenti. I palestinesi di Taybeh vedevano scorrere l’acqua fra i rubinetti degli insediamenti israeliani illimitatamente, mentre fra quelli delle proprie case l’acqua si palesava al meglio una volta al mese. Il Taybeh Brewery era stato costretto a comprare taniche d’acqua per un prezzo che, secondo Canaan, eccedeva di sette volte quello che una qualsiasi azienda israeliana avrebbe pagato.

“Limita la nostra espansione, limita l’export. Non possiamo produrre più litri di birra,” continua Canaan.

Ma alla famiglia Khoury il guizzo e l’ingegno non mancano di certo. Quindi, mentre il resto dei birrifici mondiali usa di solito 8-12 litri di acqua per un litro di birra, quello di Taybeh è riuscito a centellinare l’apporto d’acqua, necessitandone meno di 4 litri, riutilizzando l’acqua più e più volte durante la produzione.

Sebbene così facendo riescano a supportare tutte le richieste interne, gli ostacoli che sono costretti a superare per raggiungere un potenziale estero sono enormi.

Il risultato è che far arrivare la birra al porto costa di più che trasportarla dal porto all’Italia.

Per prima cosa, la cosiddetta “libertà di movimento” è parecchio limitata e limitante nei territori occupati, ed è anzi uno dei mezzi attraverso cui Israele rinforza la propria presenza. Nella sola Cisgiordania, fra posti di blocco e collinette, ci sono più di 500 impedimenti fisici che restringono la libertà di movimento dei palestinesi. A questo bisogna anche aggiungere il fatto che solo pochi beni commerciali possono essere trasportati da una parte all’altra. E non solo . Sebbene il porto di Haifa sia distante solo due ore in macchina da Taybeh, la famiglia Khoury deve optare per il ben più lungo trasporto di tre giorni (minimo) via terra.

“Siamo sotto occupazione, per passare da una parte all’altra abbiamo bisogno di permessi, dobbiamo poi passare attraverso i posti di blocco appositi e pagare tariffe extra per i controlli di sicurezza e deposito,” mi spiega Canaan. Il risultato è che far arrivare la birra al porto costa di più che trasportarla dal porto all’Italia.

La maggior parte dei birrifici carica i propri container volti alla spedizione in loco, arrivando a riempire fino a 1200 casse di birra. Ed era esattamente quello che facevano anche al Taybeh Brewery nei primi tempi o, almeno, fino all’arrivo della Seconda Intifada.

Birrificio palestinese

In quegli anni Israele aveva iniziato a costruire il muro, la Barriera di Separazione Israeliana, a cambiare moltissime procedure soprattutto nel campo delle spedizioni, costringendo il birrificio a caricare bancali di birra su furgoncini aperti che, di conseguenza, potevano trasportare solo 720 casse.

Quelle 500 casse in meno possono decretare o meno la riuscita di un affare. Recentemente, per esempio, il Taybeh Brewery aveva ricevuto l’opportunità di esportare la propria birra in Francia. L’importatore francese, ovviamente, era intenzionato a riempire quante più casse possibili per minimizzare i costi di spedizione ma, date le leggi israeliane, questo non era stato possibile. Ed è così, mi racconta sempre Canaan, che l’azienda di famiglia ha perso una grandissima occasione. E i problemi con l’export non finiscono qui.

La Taybeh Brewery è un’azienda a gestione molto famigliare, e ogni singolo componente della famiglia Khoury aiuta nei processi di produzione. Nadim è responsabile dei macchinari che riempiono le bottiglie, mentre la sua nipotina di 9 anni, Hala, controlla quelli adibiti all’etichettatura delle bottiglie. Madees, sorella di Canaan, incastra le bottiglie fatte e finite nelle scatole.

Canaan mi spiega come siano stati costretti a produrre due etichette diverse, una per tutti i paesi con su indicato che si tratta di un prodotto palestinese, e una per gli Stati Uniti d’America con la dicitura “prodotto della Cisgiordania,” perché gli USA non riconoscono la Palestina come Paese.

Ecco, soffermiamoci un attimo sulle etichette. Lì, fra i macchinari tintinnanti, Canaan mi spiega come siano stati costretti a produrre due etichette diverse, una per tutti i paesi, Israele incluso, con su indicato che si tratta di un prodotto palestinese, e una per gli Stati Uniti d’America con la dicitura “prodotto della Cisgiordania,” perché gli USA non riconoscono la Palestina come Paese.

“Quando si tratta di esportare i prodotti negli Stati Uniti siamo, da una decina d’anni a questa parte, piuttosto bloccati. Ma alla fine esportiamo la nostra birra anche lì, perché merita di essere presente negli USA,” afferma Canaan.

Canaan crede fermamente che la birra di famiglia contribuisca a diffondere un’immagine positiva della Palestina. “La Palestina e la qualità di un buon prodotto s’incontrano con la nostra birra. Stiamo cambiando la percezione che la gente ha della Palestina e dei palestinesi.”

Madees Khoury, figlia di Nadim, è considerata la prima donna birraia di tutto il Medioriente. Oltre a produrre birra, poi, si occupa di tutto l’import, l’export e la distribuzione dei prodotti. Mi racconta di come le discrepanze di trattamento fra aziende palestinesi e israeliane si palesino persino con un elemento così semplice di per sé come può esserlo una bottiglia.

birre palestinesi

Il Taybeh Brewery, a febbraio, stava aspettando una spedizione di bottiglie dall’Est Europa. Anche un po’ di birrifici israeliani lo stavo aspettando, quindi le varie spedizioni erano letteralmente sulla stessa barca. “Avevamo tutti i documenti, aspettavamo la stessa spedizione, era tutto in regola. Eppure i birrifici israeliani hanno ricevuto il carico due mesi prima di noi,” rivela Madees. “Cercare di portare avanti un’azienda qui è diverso rispetto a qualsiasi altra parte del mondo. È più difficile e, anno dopo anno, sembra solo peggiorare.”

Sia Canaan che Madees sono figli dell’Intifada, sono “la generazione perduta.” Sebbene la scuola fosse a 20 minuti di macchina di distanza, per raggiungerla da Taybeh ci mettevano due ore.

“Ne ho passate di ogni qui, mi sono stati lanciati addosso gas lacrimogeni, mi hanno sparato e sono stato picchiato. Sono anche stato torturato psicologicamente da dei soldati, che mi hanno lasciato in equilibrio su di un piede e mi hanno tolto la maglietta,” continua Cannan.

Tuttavia, sebbene mandare Avanti un business sia enormemente difficile dalla Seconda Intifada, questo “ci ha reso palestinesi più forti,” afferma fiera Madees, “perché qualsiasi cosa succeda, noi sappiamo di poterla affrontare.”

Il Taybeh Brewery ha affrontato difficoltà enormi. Tutti i singoli passaggi necessari a produrre birra dipendono dall’occupazione israeliana. Eppure, la forma di resistenza dei Khoury è assolutamente non-violenta.

Per questo la Taybeh Beer è un simbolo che sfida la narrativa palestinese devastata dalla guerra, sprigionando messaggi di speranza, resilienza, fierezza e determinazione.

“Un giorno regnerà la pace qui,” Nadim dichiara speranzoso, “e la celebreremo con un brindisi a base di birra Taybeh!”

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Quest'articolo è originariamente apparso su Munchies US.