Alcune persone tornano sul momento più traumatico della loro infanzia
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Alcune persone tornano sul momento più traumatico della loro infanzia

"Anni dopo, la mia analista conveniva sul fatto che fosse uno dei motivi per cui fino a 23 anni non sono riuscita ad avere un rapporto sessuale."
4.8.17

È piuttosto normale pensare all'infanzia come il periodo più felice della propria vita—un periodo in cui la parola dovere equivaleva a svolgere i compiti, responsabilità a lavarsi i denti prima di andare a letto, e preoccupazione ai rumori della casa quando si spegnevano le luci.

Eppure a tutti nel corso dell'infanzia capitano cose capaci di influenzare il resto della propria vita. Quel qualcosa succede e poi rimane dentro di te, come un trauma che ti accompagna per sempre o riaffiora all'improvviso. Ma quali sono gli eventi che ci segnano?

Ho deciso di fare quello che faceva la mia analista per 60 euro all'ora: ho chiesto a un po' di persone di parlarmi del loro ricordo infantile più traumatico, e questo è quello che mi hanno raccontato.

LA DEPRESSIONE DI MIA MADRE

Non è carino da parte vostra farmi ripensare a tutti i soldi che ho regalato alla mia strizzacervelli, soprattutto perché andavo lì solo per contraddirla e interromperla ogni volta che provava a darmi delle interpretazioni su quello che le raccontavo. Se dovessi pensare a qualcosa che mi ha influenzato e formato realmente durante l'infanzia, però, quella è stata la depressione di mia madre.

Avevo dieci anni, e quasi all'improvviso, durante un'estate di fine millennio, io e mia sorella ci trasferiamo a casa di mia nonna mentre mia madre inizia a trascorre intere giornate al letto. Col passare del tempo perde venti chili, e io riesco a interagire con lei solo pochi minuti alla volta—solo nei giorni buoni, dopo che un misterioso dottore entra in camera per farle delle siringhe. Lei mi dice che tornerà a stare bene e che lo farà per me e mia sorella. Io resto per lo più indifferente, e anzi gestisco la cosa in una maniera anomala per un bambino. Ricordo nettamente quella sensazione, che a oggi mi risulta un po' insana e perversa, di totale autocontrollo e accettazione. Mi sembrava di essere preparato da sempre a tutto quel fatto, che era la normalità. Mia madre stava male, era una cosa che sarebbe dovuta capitare e sapevo come gestire la cosa con lucidità.

Sta di fatto che quell'estate è tornata nella mia vita sotto diverse forme, prima durante l'adolescenza— con un rifiuto totale e intransigente della malattia, del malessere, la fobia degli ospedali e delle medicine. Poi attorno ai vent'anni si è evoluta in crisi di panico, ansia e una perenne sensazione di una morte imminente che mi ha portato a diversi stati depressivi ricorrenti e più o meno acuti. La mia strizzacervelli, appunto, sostiene che abbia dovuto sviscerare un malessere e un trauma che avevo represso durante l'infanzia.

Oggi, a distanza di vent'anni, la cosa più significativa che mi è rimasta è quella stessa capacità di autocontrollo e accettazione, in una forma ovviamente più consapevole e matura, che mi torna utile per non avere paura quando io o chi mi sta attorno sta male —Giacomo, 32 anni.

L'OLANDESE

D'estate, quando ero piccola, io e la mia famiglia andavamo spesso in campeggio. Per quanto adesso non sopporti i campeggi, all'epoca mi piaceva molto: mi piaceva la sensazione d'avventura che provavo quando mi allontanavo dai miei, mi piaceva il fatto che tutti andassero in bici e mi piaceva il privilegio di condividere la tenda con mia sorella più grande—che era tutto quello che volevo diventare.

Nell'estate del 1990 lei aveva 17 anni e io 11 ed eravamo in vacanza nelle Marche. I miei dormivano in un bungalow e io e mia sorella nella nostra tenda. Esclusa la notte non trascorrevamo molto tempo insieme, perché lei stava con i ragazzi della sua età e io con gli altri bambini. Ma fu in quell'estate, in quel campeggio e in quella tenda che successe una cosa che non sono mai riuscita a cancellare dalla mente.

Durante la vacanza, mia sorella conobbe un tizio olandese. Ci passava un sacco di tempo, uscivano spesso in canoa e a cena i miei facevano battute che io stentavo a capire. Una notte poi, arrivò in tenda mentre io facevo finta di dormire—lo facevo quasi tutte le notti. Puzzava di sigarette e alcol e mentre mi stavo per addormentare, sentii dei piccoli graffi sulla superficie esterna. Era ovviamente il tizio olandese. Mia sorella uscì e si mise con lui accanto alla tenda.

Da lì a poco, li stavo spiando dalla zanzariera. Così vidi mia sorella baciarsi con lui, il pene di quel tipo, e poi li vidi fare sesso. Non sapevo nemmeno cosa fosse, ero spaventata. Mi sembrava che le stesse facendo del male, ma non riuscivo a fare niente se non piangere e piangere.

Molti anni dopo, la mia analista conveniva sul fatto che fosse uno dei motivi per cui fino a 23 anni non sono riuscita ad avere un rapporto sessuale—Nicole, 38 anni.

MIO PADRE

Mi ricordo perfettamente quel giorno. Il mio migliore amico mi aveva appena prestato il gioco dei Pokemon Giallo per il mio Game Boy Color, e qualche ora dopo entrò in classe la maestra dicendo che mi erano venuti a prendere in anticipo. Come tutti i bambini, sul momento ho pensato fosse una figata.

A portarmi via però furono i miei zii, e anche se mi sembrava strano sul momento non ci feci troppo caso. Arrivato a casa loro, che è esattamente sopra la mia, mi misi a giocare con la mia-non-mia nuova cassettina. Andavo avanti con il mio gioco, ma cominciavo a capire: mio padre era in ospedale, e non se la passava bene. Sarei uno stronzo ipocrita se vi dicessi che mi rendevo pienamente conto di quanto stesse accadendo, un po' perché i miei parenti cercavano di proteggere me e mia sorella da quella che era la realtà, un po' perché a nove anni è difficile sapere cosa significhi effettivamente morire—nei Pokemon al massimo c'è l'essere esausti, che non è proprio la stessa cosa.

La situazione di mio padre finì nel peggiore dei modi qualche giorno dopo. All'epoca, più che la morte appunto, a farmi essere cosciente della gravità dell'evento era lo stato di distruzione di mia madre, pre e post funerale. Me lo ricordo come fosse ieri, quel funerale: c'erano tutti i miei amici, che mi regalarono una cartellina con dei disegni fatti a scuola sotto la supervisione delle maestre, e dei pensierini. Alla fine della cerimonia io sparii con qualcuno che a sua volta non c'è più, ma che è stato comunque fondamentale nella mia vita, dando (non volendo) un sacco di ansie in più ai miei familiari.

Se ci penso ora, quindici anni dopo, mi rendo conto che l'impatto sulla mia esistenza è stato enorme, e questa è un'ovvietà. Ma lo è stato senza che ne rendessi conto, perché la parte peggiore è che in realtà ho pochissimi ricordi di mio padre. Mi ricordo che avevo preso da lui una forte passione per il Milan (mentre ora non so manco che è il calcio) e che aveva delle cassette dei Beatles che adoravo ascoltare, ma che in realtà lui ascoltava anche un sacco di bel canto all'italiana. Mi ricordo di averlo odiato spesso perché era troppo severo, o almeno così mi sembrava. Mi ricordo l'odore di cioccolata quando tornava a casa, e le domeniche a farmi male per giocare sul campetto di cemento dietro casa con lui; la Uno grigia che guidava e che pochi anni dopo abbiamo dovuto rottamare. Mi ricordo un vuoto a cui non sapevo dare un nome, fino a non troppo tempo fa—Marco, 23 anni.

LA VOCE

Da alcuni anni ho scoperto di soffrire di una strana malformazione al dotto uditivo: ci sento benissimo, ma questa malformazione fa in modo che ogni sei mesi la mia tromba di Eustachio (credo) si riempia di cerume, di fatto tappandomi le orecchie. Non c'è alcuna soluzione rapida: ho provato gocce, cere, candele, pastiglie—ogni volta che capita devo andare dall'otorino e farmi stappare le orecchie con quelle inquietanti pompette idrauliche. Credo sia stata anche questa malformazione a contribuire al verificarsi dell'episodio più importante della mia esistenza.

A otto anni avevo sofferto di un'otite particolarmente dolorosa a entrambe le orecchie. In pratica non ero riuscito a dormire per una settimana perché a quanto pare all'epoca non avevo idea di cosa significasse dormire a pancia in su. Un giorno, dopo l'ennesima notte passata nel panico, avevo dichiarato a mio padre con calma gelida, "A questo punto credo di stare per morire."

Poi l'otite era passata, ma qualche anno dopo un colpo di vento mi aveva procurato di nuovo dei dolori alle orecchie: si era scoperchiato il vaso di Pandora e la melma dei ricordi infantili era strabordata. In breve, sono impazzito e mi sono ritrovato in una crisi di ansia e attacchi di panico costanti. Soprattutto avevo paura di andare a dormire, credendo che il sonno, proprio come quando ero bambino, non sarebbe mai arrivato.

Le cose sono continuate a peggiorare, e arrivato a 12 anni ero in uno stato mentale confuso, perennemente ansioso e stanco. È stato allora, di punto in bianco, che una notte sono scivolato in un sonno generoso e profondissimo, come non mi riusciva ormai da tempo. Ed è stato sempre allora che ho sognato una caverna con un piccolo fuoco al suo interno. Le capriole delle fiamme giocavano con le ombre che affioravano dalle pareti e io ero parte stessa di quel non-luogo: non ero presente nella caverna, non ero accucciato a fianco al fuoco, non ero nemmeno il fuoco stesso, ma ero lì e stavo benissimo. Improvvisamente ho sentito una voce baritona provenire da chissà quale insenatura della grotta pronunciare con pacatezza, "Andrà tutto bene."

Negli anni successivi, quella voce è diventata una presenza costante nella mia vita—una presenza con la quale avevo sviluppato un rapporto preciso: durante le prime interrogazioni, le prime dinamiche sociali più complicate, le prime ragazze, potevo risolvere qualunque difficoltà guardandomi dentro e interrogando la voce, che puntualmente mi rispondeva e mi spiegava come superare razionalmente un determinato momento. Ero arrivato al punto di tenere sul mio iPod Touch di seconda generazione un archivio scritto delle nostre conversazioni: non si trattava di un verbale, era lo scrivere stesso di quelle note che generava le conversazioni. La ascoltavo e andava tutto bene, tutto era in ordine, ogni cosa aveva una ragione, ogni azione una conseguenza.

Non serve dire che dopo anni e anni passati a vivere dentro di me a un certo punto il giocattolo si è rotto—sono in terapia ormai da sei mesi anche (e credo soprattutto) per questo motivo, e non riesco ancora ad accettare l'idea di abbandonare quella malsana e perfetta trama di pensieri e motivazioni che per anni mi ha permesso di sciogliere ogni difficoltà, mascherando la mia paura di espormi dietro a una complicata e superflua ipercerebralizzazione di tutto ciò che mi accade intorno—Giovanni*, 22 anni.