crimine

Chi vincerebbe se scoppiasse una guerra tra le mafie italiane?

In Italia non è mai scoppiato un conflitto tra Cosa nostra, 'ndrangheta e camorra. Ma in un'ipotetica guerra tra mafie, chi vincerebbe? E come? L'abbiamo chiesto a due esperti.
6.12.16
Grafica di Vincenzo Marino

Le cronache storiche più o meno recenti delle organizzazioni mafiose in Italia sono costellate da episodi di faide tra clan, lotte intestine, omicidi e vendette.

C'è stata la prima guerra di mafia del 1962, in cui i capi di diverse cosche di Cosa nostra commisero una serie di omicidi nella zona di Palermo per delle rivalità interne. Nel 1981 è stata la volta della seconda guerra di mafia, sempre interna a Cosa nostra, in cui fino al 1983, ma con degli strascichi successivi, si sono scontrati i cosiddetti corleonesi con a capo Totò Riina e Bernardo Provenzano, e le cosche di Palermo guidate da Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo, appoggiate dall'esterno da Gaetano Badalamenti.

Pubblicità

Anche all'interno della 'ndrangheta non sono mancati gli episodi violenti, come la prima guerra interna che all'inizio degli anni Settanta ha conosciuto uno scontro generazionale tra diverse famiglie della zona di Reggio Calabria; o la seconda guerra di 'ndrangheta, in cui tra il 1985 e il 1990 si scontrarono diverse 'ndrine causando la morte di oltre 600 persone.

Lo stesso vale per la camorra, che ha visto due faide sanguinose nella zona di Scampia — la prima, nel 2004-2005, tra il clan Di Lauro e i cosiddetti scissionisti, gruppo nato proprio da un ramo dei Di Lauro; la seconda nel 2012 tra gli scissionisti e una loro componente interna.

In realtà, gli esempi di scontri interni alle diverse mafie italiane sono molto più numerosi. Ma la violenza e la sete di potere non hanno mai portato, in Italia, a una guerra tra le tre grandi mafie del paese: Cosa nostra, 'ndrangheta e camorra.

Non c'è bisogno di un conflitto vero, però, per stabilire una gerarchia tra le organizzazioni criminali del paese. Per anni è stata la mafia siciliana ad avere il predominio non solo in Italia, ma anche all'estero. Ora le cose sembrano essere cambiate.

Per cercare di capire quale mafia appaia dominante per controllo del territorio, legami internazionali, rapporti istituzionali e uso della violenza, abbiamo pensato a una ipotetica guerra tra mafie, in cui Cosa nostra, 'ndrangheta e camorra si trovano a scontrarsi direttamente.

Pubblicità

Chi ne uscirebbe vincitore? Quali sarebbero i fattori determinanti del predominio? Come si delineerebbe questo ipotetico conflitto?

Lo abbiamo chiesto a due esperti, Enzo Ciconte, scrittore e docente considerato uno dei massimi esperti di mafia in Italia, e Antonio Nicaso, giornalista e professore che ha pubblicato numerosi libri col magistrato Nicola Gratteri.

VICE News: In un'ipotetica guerra tra mafie, chi vincerebbe e perché?

Enzo Ciconte: Se parliamo di oggi, la risposta è semplicissima: è la 'ndrangheta. È l'organizzazione più forte, quella che controlla meglio il territorio, quella che ha una capacità espansiva in Calabria, in tutte le regioni del nord e nei paesi stranieri che sono fondamentali per i traffici illeciti, a cominciare da quello degli stupefacenti.

Antonio Nicaso: In questo momento la mafia più forte in Italia è la 'ndrangheta, perché è la più ricca, la più pervasiva, è quella che ha più ramificazioni internazionali. La forza della 'ndrangheta nasce sopratutto dal traffico di cocaina, di cui controlla gran parte del mercato in Italia e in Europa.

Da quando la 'ndrangheta è diventata dominante, e qual era la mafia più forte prima del suo dominio?

EC: Oggi Cosa nostra non è più la forza di una volta. Quando è stato catturato Provenzano, il ciclo dei corleonesi - quello che aveva portato Cosa Nostra alla strage di Falcone e Borsellino - si è sostanzialmente chiuso. Quella mafia non c'è più, quel tipo di mafia non esiste più. Oggi c'è un tentativo da parte di alcuni mafiosi di rimettere in piedi l'organizzazione, ma è difficile. Anche la camorra è stata colpita duramente, non ha più la forza di un tempo: i Casalesi, anche lì, sono ridotti al lastrico perché molti di loro hanno fatto i collaboratori di giustizia, e hanno di fatto aiutato lo stato a scompaginare le altre cosche.

Pubblicità

Rimane fuori controllo la situazione di Napoli, perché non c'è nessuna organizzazione camorristica in grado di governare la galassia di questi giovani che sono molto agguerriti, molto violenti, molto determinati, una banda di assassini che però non ha nessuna capacità strategica. Creano problemi serissimi, perché ammazzano persone, ammazzano i giovani - si stanno scannando tra di loro - ma dal punto di vista criminale e delle strategie camorristiche, non ne hanno nessuna.

AN: In Italia, l'Ottocento è stato appannaggio della camorra, che era l'organizzazione più potente. Il Novecento è stato il secolo della mafia siciliana, anche grazie alla gestione di attività illecite come il traffico di eroina, che aveva portato Cosa nostra a diventare un punto di riferimento internazionale per il traffico di eroina. Le cose sono cambiate nel momento in cui i corleonesi hanno deciso di fare guerra allo Stato e hanno adottato lo stragismo come arma, costringendo per la prima volta lo Stato a reagire. In quel momento Cosa nostra ha iniziato a subire i colpi, molti latitanti sono stati arrestati, e la forza di Cosa nostra è diminuita.

Tutto questi a vantaggio della 'ndrangheta, che di contro è cresciuta nel silenzio grazie agli investimenti fatti soprattutto nel traffico di cocaina. Ha investito i soldi dei sequestri di persona nell'acquisto di grossi quantitativi di cocaina ed è riuscita a capire le potenzialità di questo stupefacente quando la cocaina era ancora una droga d'élite, e l'eroina era la droga di massa.

Pubblicità

A questo si è aggiunto anche il fallimento di Raffaele Cutolo, che voleva centralizzare la camorra e quindi creare un organismo di raccordo, un'unica organizzazione a fronte delle tante bande che da sempre costituiscono l'arcipelago della camorra. Quindi oggi paradossalmente ci troviamo con una camorra che è più gangsterismo urbano che associazione mafiosa, con l'eccezione di qualche realtà come quella dei Casalesi.

Per quanto riguarda il controllo del territorio, come si delinea questa supremazia della 'ndrangheta?

AN: La 'ndrangheta non è il prodotto di un territorio e di una mentalità, ma è un modello esportabile, quindi in grado di riprodursi anche lontano dai territori di origine. In Calabria per tanto tempo la 'ndrangheta si è comportata come un esercito di occupazione, e quindi ha usato la violenza ma anche e soprattutto le collusioni e le contiguità con la classe dirigente e con le varie amministrazioni che gestivano la cosa pubblica in gran parte della regione. Fuori dalla Calabria si è insediata offrendo servizi che erano poi quelli della manodopera a basso costo, del garantire il trasporto degli inerti, o lo smaltimento dei detriti.

Allo stesso tempo ha garantito anche sostegno elettorale a chi aveva la necessità di affermarsi sul territorio. Quindi è una 'ndrangheta che oggi riesce ad affermarsi anche lontano dai territori di origine senza dover necessariamente ricorrere alla violenza — perché la minaccia percepita è molto più efficace della minaccia praticata. Ormai la 'ndrangheta si è fatta un nome, ha una sua reputazione incredibile e solvibile.

Pubblicità

Quali sono le principali alleanze internazionali della 'ndrangheta?

EC: La 'ndrangheta ha alleanze con tutti. Essendo rimasta l'unica organizzazione mafiosa su piazza, è chiaro che tutte le altre organizzazioni mafiose internazionali, da quelle cinesi, ai cartelli colombiani, alla mafia turca, alle mafie slave, tutte hanno rapporti con la 'ndrangheta. Non c'è nessuna organizzazione criminale internazionale degna di questo nome che non abbia rapporti con la 'ndrangheta.

AN: La 'ndrangheta è molto forte in Sud America, perché riesce a utilizzare broker in grado di acquistare grossi quantitativi di cocaina, sia in Colombia che in Bolivia che in Perù. È forte anche in Brasile, da dove spesso partono i container destinati al mercato europeo. Se noi volessimo indicare delle roccaforti della 'ndrangheta, dove è più forte rispetto ad altri paesi, indicherei sicuramente il Canada, gli Stati Uniti, l'Australia per quel che riguarda i paesi oltreoceano.

È fortissima in Germania, in Olanda, in Svizzera, in Francia, in Belgio, e ha molti collegamenti in tanti paesi dell'est europeo, come per esempio in Bulgaria, ma anche nel resto d'Europa come in Inghilterra, che è ormai diventato un paese di riciclaggio, dove la 'ndrangheta ricicla gran parte del proprio denaro; come in Irlanda, dove le mafie sono favorite da una tassazione particolare, molto più favorevole rispetto a tanti altri paesi europei.

Pubblicità

Come funzionano i suoi rapporti istituzionali in Italia?

EC: Ha i suoi rappresentanti sia nei comuni sia in Parlamento, perché riesce a eleggere consiglieri comunali, sindaci, consiglieri regionali, deputati senatori. Sta messa bene - purtroppo molto bene - perché ha questa capacità nei rapporti. L'ha sempre avuta e naturalmente l'ha mantenuta bene ancora oggi.

AN: La 'ndrangheta in Italia è riuscita a diventare classe dirigente già nella seconda metà dell'Ottocento, quando è riuscita a mettere la sua principale risorsa - la violenza - a servizio della destra liberale e massonica, che cercava di ostacolare l'avanzata del movimento borbonico-clericale a Reggio Calabria. Da quel punto è stata una continua legittimazione e un continuo riconoscimento sociale di questa organizzazione, che è stata utilizzata prima per fini elettorali, oggi viene utilizzata per fini economici, perché i soldi della 'ndrangheta entrano con una grande facilità nei circuiti legali dell'economia — nelle banche, nelle joint venture, negli investimenti immobiliari ed edilizi, un po' dappertutto.

: come il Rione Sanità è diventato la palestra della Camorra

Oggi il blocco 'ndrangheta è unitario o è ancora a rischio di faide interne?

EC: Le faide le hanno bloccate, hanno fatto di tutto negli ultimi anni per bloccarle, perché hanno capito che portano a guerre tra di loro e soprattutto allo stato che interviene in modo massiccio. L'ultima faida grossa è quella di San Luca che è culminata nella strage di Duisburg. Allo stesso modo, non conviene a nessuno puntare sulla violenza aperta, perché hanno capito che non rende. Una volta poteva rendere, ma oggi non più, quindi sostituiscono la violenza con la corruzione. Non è che non ci fosse una volta, c'era, ma non aveva la forza di oggi.

Pubblicità

Perché non è mai scoppiata una guerra tra mafie in Italia?

AN: Probabilmente perché hanno sempre saputo dialogare, cosa che invece non hanno saputo fare gli organismi di contrasto alle mafie.Hanno iniziato a dialogare già nel periodo borbonico quando hanno cominciato a condividere rituali e riti di fondazione, e poi hanno continuato a collaborare quando, per esempio, è stato opportuno gestire da parte di varie organizzazioni criminali il proficuo traffico del contrabbando di sigarette. Da quel momento in poi c'è sempre stata una sorta di collaborazione, uno scambio continuo di know how, di competenze e di esperienze.

Oggi per esempio la mafia siciliana acquista cocaina dalla 'ndrangheta così come la 'ndrangheta negli anni Settanta acquistava eroina dalla mafia siciliana. È sempre prevalso lo spirito imprenditoriale piuttosto che lo spirito della strategia violenta, di chi vuole contare di più e prevalere sugli altri, e questo per loro è stato fondamentale. Sono state sempre attente a evitare di pestarsi i piedi l'una con l'altra.


Segui VICE News Italia su Twitter, su Telegram e su Facebook

Segui Giulia Saudelli su Twitter: @giuliaellli