salute mentale

Cosa succede se sei un terapeuta e il tuo paziente si suicida?

Tra i professionisti della salute mentale non se ne parla abbastanza e i motivi sono diversi: senso di colpa, vergogna e paura di conseguenze legali.
Andrea Ucini per Anna Goodson. Illustrazione via Mosaic
Illustrazione di Andrea Ucini per Anna Goodson via Mosaic.

Mentre parlo con Beth, un'assistente sociale americana, su Skype, lei rovista tra le scartoffie alla ricerca di una busta con il nome di Toby*: la busta contiene una fotografia, un'immaginetta commemorativa e qualche disegno. Tra le tantissime cose ammassate sulla scrivania di Beth c'è una pietra, quella che Toby teneva sempre in mano durante le sedute di terapia di gruppo o individuali. Toby era uno degli assistiti di Beth, ed è morto suicida sette anni fa.

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"Non lo dimenticherò mai," mi dice. "Era un venerdì." Toby faceva parte di un programma di supporto per giovani con gravi problemi mentali. "Non voleva lasciare il mio ufficio," mi dice Beth. "Si teneva la testa tra le braccia, piangeva e mi implorava di 'farlo smettere'."

Toby aveva moltissime difficoltà da affrontare. Da piccolo era stato adottato da una famiglia profondamente religiosa alla quale non sentiva di appartenere, e aveva grossi problemi a scuola. Aveva pensieri paranoici e sbalzi d'umore, era già andato in overdose più volte. Nonostante questo, però, si presentava alle sedute, prendeva i farmaci e partecipava attivamente durante la terapia.

"Era molto triste," dice Beth. "Ma era anche divertente e sarcastico, un bravo skater e un appassionato di musica rock. Un ragazzino come tutti, ma anche molto vulnerabile. Era solo."

Nelle settimane prima della sua morte, Toby era stato ossessionato dalla sua adozione. "Stava cercando di capire cosa significava essere amato, non essere amato ed essere abbandonato," dice Beth.

Quel venerdì, Beth era molto preoccupata. "Sono andata dallo psichiatra e gli ho detto, 'O lo mandiamo in pronto soccorso, oppure cerchiamo di farlo ricoverare'," mi racconta.

Toby fu visitato ma non ricoverato, quella sera. Alcuni medici aveva valutato che fosse meglio per lui rimanere a casa, e tornare in ospedale solo in caso di necessità. Queste scelte possono essere strazianti, perché implicano una scelta sui rischi da correre nel cercare di garantire la sicurezza del paziente. Non sempre tutti i membri del team sono d'accordo, e, in questo caso, Beth aveva espresso il suo disappunto.

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"Quando i genitori sono venuti a prenderlo ho detto loro, 'Toby ha avuto una serata molto, molto difficile, non sta bene, ed è meglio tenerlo d'occhio'," ricorda Beth. "Avevo anche specificato, 'Per qualunque cosa, chiamate o portatelo in pronto soccorso.' Quando se ne stava andando gli ho detto, 'Ci vediamo presto'." La telefonata arrivò nel fine settimana.

"Ho ricevuto una chiamata sabato mattina presto, 'È in terapia intensiva, può venire qui?'" Venerdì sera, mentre i genitori stavano cenando al piano di sotto, Toby era andato in bagno e si era sparato. Era sopravvissuto, ma con gravi danni cerebrali, e pochi giorni dopo gli era stato staccato il sistema di supporto vitale.

Sebbene i dati scarseggino, sembra che circa metà degli psichiatri americani, e uno psicologo su cinque, abbiano avuto un paziente morto suicida. Nel Regno Unito lo scorso anno sono stati registrati 5821 suicidi: 10 casi su 100mila persone in cura. Sappiamo che gli effetti del suicidio sono devastanti per chi resta, amici e parenti. Ma nessuno sa bene cosa accada ai medici e ai professionisti che erano in contatto con queste persone. Cosa succede quando un tuo paziente muore suicida?

Le ripercussioni del suicidio di una persona possono estendersi fino a raggiungere tantissimi altri individui. "Generalmente si crede che siano solo pochi parenti e amici a soffrire per la perdita," dice Julie Cerel, presidente dell'American Association of Suicidology e professoressa alla University of Kentucky. "In realtà, nel nostro progetto abbiamo calcolato che per ogni suicidio ci sono circa 135 persone coinvolte emotivamente, ovvero che conoscevano la vittima. Di queste, un terzo subiscono conseguenze profonde."

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La reazione iniziale di Beth è stata di buttarsi sul lavoro, ma non aveva fatto i conti con le conseguenze emotive. "Mi sentivo tremendamente triste, sconvolta e colpevole. Piangevo tantissimo. Provavo vergogna. Non dormivo bene. Per circa un anno non sono stata in grado di prendere decisioni… continuavo a chiedere consiglio agli altri. Mi spaventava anche l'idea di decidere cosa avrei mangiato a cena, perché avrei potuto fare la scelta sbagliata. Ci ho messo un po' di tempo a realizzare cosa stava accadendo: tutto questo stava succedendo perché sentivo di aver fatto una scelta sbagliata, anche se non era stata solo una mia decisione."

Non esistono ancora sufficienti ricerche in merito alle reazioni dei professionisti di fronte al suicidio dei propri pazienti, e uno dei motivi è la resistenza ad affrontare questo tema per senso di colpa, vergogna e paura di possibili conseguenze legali.

"I professionisti spesso provano le stesse emozioni dei familiari davanti al lutto, e in più hanno il peso del senso di colpa," spiega Cerel. "Ma la colpa—spesso simile alla sensazione che provano i parenti pensando che avrebbero potuto fare di più—in ambito medico potrebbe essere trasformata in un potenziale contenzioso legale. Per questo i medici sentono di non poter mai parlare apertamente delle loro reazioni al suicidio dei pazienti."

Jane Tillman, psicologa presso l'Austen Riggs Center in Massachusetts, ha condotto uno studio qualitativo preliminare sul campo. Ha intervistato 12 terapeuti, e ha osservato che ci sono otto temi comuni nelle reazioni al suicidio di un proprio paziente, tra cui i principali sono le risposte al trauma, le reazioni al dolore emotivo, il senso di crisi, gli effetti sulle relazioni tra colleghi e gli effetti sul lavoro con altri pazienti.

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Uno dei partecipanti si è detto "profondamente traumatizzato," ricorda Tillman. "Ha notato, ad esempio, che ogni volta che suonava il telefono nella notte, o a un orario inusuale, sentiva una scarica di adrenalina. Mi ha detto, 'E non è nemmeno così che ho appreso della morte del paziente, ma anche anni dopo, penso sempre che un altro paziente possa essersi suicidato'."

Studi più ampi hanno dimostrato che circa il 40 percento dei terapeuti definiscono l'esperienza come traumatica. Le reazioni più comuni includono vergogna, senso di colpa, terrore, perdita della speranza, mentre alcuni professionisti si sentono inutili per non aver saputo evitare la tragedia.

Per Tillman il dialogo è fondamentale, sia per i giovani professionisti che per i più esperti. "Lo dico spesso durante gli incontri. 'Alzate la mano se siete dei tutor'," dice. "Molte persone alzano la mano. E poi 'Alzate la mano se avete ricevuto la formazione adeguata nel caso in cui, a uno dei vostri praticanti, succeda di perdere un paziente per un suicidio.' Nessuno alza mai la mano."

"Non è una cosa che succede solo ai cattivi medici," continua Tilllman. "Fa parte del lavoro, e dobbiamo imparare a conoscerla, per evitare che le persone si sentano sole quando accade. Non è raro sentirsi smarriti, non è un segnale di debolezza. È solo una parte orribile della nostra vita professionale."

Cerel pensa che il dolore dopo il suicidio sia "simile al dolore dopo una morte improvvisa, ma anche diverso nella misura in cui le persone vicine pensano che avrebbero potuto fare qualcosa per evitare quella morte. Per moltissimo tempo si chiedono perché sia successo."

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Beth pensa ancora a Toby, ma non si è mai sentita di poterne parlarne apertamente al lavoro. "Non mi sentivo in diritto di vivere il trauma come una perdita personale. Era una perdita legata all'ambito lavorativo, ma per molti aspetti sembrava comunque molto personale." Da qualsiasi punto di vista si consideri, perdere un paziente comporta un lutto, anche se la situazione è complicata, e porta con sé tutto quell'insieme di emozioni che rientrano nella sfera del dolore.

Beth lo capisce, e vorrebbe che anche altri professionisti iniziassero a pensarci. "Creiamo relazioni umane," dice. "Ai nostri pazienti diamo tutti noi stessi ed è per questo che quando subiamo una perdita sentiamo di perdere un pezzo di noi, e va bene così. Le persone dovrebbero essere consapevoli che va bene provare quel dolore."

"Come si fa a uscirne?" si chiede. "Non ne esci. Ma la domanda da tenere a mente è, 'Di cosa hai bisogno, come individuo, per affrontare il lutto?' Bisognerebbe 'normalizzare' il tema."

*Alcuni nomi sono stati modificati.

Questo articolo è comparso inizialmente su Mosaic, ed è qui ripubblicato nel rispetto delle licenze Creative Commons. Tratto da Tonic.