Dentro Facebook, l’arte viene usata per controllare i dipendenti

Le pagine del ‘Little Red Book’ spiegano quanto efficiente sia la macchina della propaganda di Facebook.

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27 giugno 2018, 11:43am

Illustrazione: Juta

“Facebook, in origine, non è stata creata per essere un’azienda.” Queste sono le parole che appaiono sulla copertina del Little Red Book, un libricino consegnato ai dipendenti di Facebook nel 2012. Al suo interno vi è condensata tutta l’anima di Facebook, nel tentativo di tramandare ai nuovi membri la cultura e la storia del social network.

In alcune delle pagine che sono state pubblicate online possiamo trovare frasi motivazionali che ruotano intorno ai temi che sono la linfa digitale del mondo della Silicon Valley — “Veloce è meglio che lento,” “Cambiare il modo in cui le persone comunicano cambierà il mondo.”

Fermarsi ai soli contenuti del libro, però, sarebbe miope: il processo di produzione del Little Red Book offre infatti la possibilità di estendere oltre lo sguardo, fino ad abbracciare tutta la macchina della propaganda che lavora silenziosamente all’interno di Facebook.

L’estetica del capitalismo della sorveglianza cerca di immergere i lavoratori nella stessa illusione che spinge gli utenti a offrire in pasto ai giganti della Silicon Valley i propri dati.

Il libro, infatti, è stato ideato dal designer Ben Berry, che all’epoca gestiva il Facebook Analog Research Laboratory, un laboratorio che si occupa della stampa di poster e immagini che vengono poi affissi all’interno degli uffici dell’azienda. Questo laboratorio, assieme al FB AIR Program avviato nel 2012 — che prevede residenze di artisti all’interno degli uffici di Facebook —, è al centro del recente studio The arts at Facebook: An aesthetic infrastructure for surveillance capitalism svolto da Fred Turner, professore di comunicazione alla Stanford University.

I due programmi di Facebook, oltre a costituire una vera e propria macchina della propaganda interna — pur non rispondendo a ordini diretti del CEO —, permettono di analizzare l’estetica del capitalismo della sorveglianza nel suo tentativo di immergere i lavoratori nella stessa illusione che spinge gli utenti a offrire in pasto ai giganti della Silicon Valley i propri dati.

Come sottolinea Turner, “l’arte all’interno di Facebook sfuma i confini tra la sfera sociale pubblica e lo spazio aziendale privato, e incoraggia i lavoratori ad immaginare l’azienda come una comunità — una comunità incentrata sulla celebrazione della creatività individuale.”

L’AIR Program, infatti, prevede che gli artisti, chiamati a dipingere le loro opere d’arte direttamente sulle pareti degli uffici di Facebook, lavorino a stretto contatto con gli ingegneri e i programmatori, spingendo così questi ultimi a vedersi riflessi nelle pennellate dei primi.

I progetti artistici sviluppati all’interno di Facebook forniscono “un’infrastruttura estetica con la quale incoraggiare e legittimare” i processi stessi del capitalismo della sorveglianza.

Scorrendo fra le immagini postate sulla pagina Facebook del AIR Program, si nota il focus continuo sulle connessioni e i pattern. Queste opere mirano a rafforzare gli obiettivi del lavoro degli sviluppatori: creare un social network che connetta sempre più persone ed estrarre pattern comportamentali da vendere, infine, agli inserzionisti pubblicitari.

Questa è la filosofia del capitalismo della sorveglianza ridotta all’osso.

Turner, quindi, sottolinea come questi progetti artistici sviluppati all’interno di Facebook forniscono “un’infrastruttura estetica con la quale incoraggiare e legittimare” i processi stessi del capitalismo della sorveglianza.

Quest’ultimo, per poter fiorire, ha bisogno del continuo apporto attivo degli utenti che si sentono parte di uno spazio pubblico in cui poter liberamente esprimere la propria opinione. Facebook, in questo, è chiaramente il sovrano indiscusso: il suo social network è diventato per molte fasce della popolazione mondiale l’unico spazio pubblico digitale in cui discutere, dibattere, e informarsi.

La stessa metamorfosi investe i suoi uffici fisici che, da spazio privato aziendale si trasformano in comunità aperta. Eppure, come ricorda lo stesso Turner, per entrare al quartier generale di Facebook, situato presso 1 Hacker Way, Menlo Park, bisogna necessariamente superare dei controlli di sicurezza e registrazione che non hanno nulla a che fare con un vero spazio pubblico — sono gli stessi di qualunque altra grande azienda privata: “i visitatori stanno entrando in uno spazio privilegiato e privato.”

In tutto questo processo, il Facebook Analog Research Laboratory ricopre un ruolo fondamentale: offre infatti la possibilità a qualunque dipendente di Facebook di inviare una frase da poter stampare come poster. In questo modo gli sviluppatori si sentono parte di una comunità aperta in cui poter liberamente esprimere le proprie opinioni.

Altri poster sono ideati direttamente dai membri del Laboratorio e alcuni di questi presentano frasi celebri come “Move fast and break things,” “Stay focused & keep shipping” e “Hackers gonna hack.”

In mezzo alla moltitudine di poster fatti a mano — di cui alcuni persino finiti all’asta in passato — i dipendenti vivono in uno spazio ricoperto da iconografie progressiste e legate alle lotte sociali. In questo modo, si respira un’atmosfera di inclusività e apertura verso il mondo.

Tuttavia, nel momento in cui vengono ritratti solamente i volti di personaggi che hanno combattuto per i diritti dei lavoratori, contro la discriminazione razziale, e che hanno contrastato le disuguaglianze economiche, si compie un processo di completa sovversione e stravolgimento della realtà.

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Nascondendo tutto il percorso di lotte, contrasti e mobilitazioni che questi personaggi hanno affrontato si schiacciano inesorabilmente e si depotenziano le loro storie. Come sottolinea Turner, “questi poster aiutano gli sviluppatori a costruire un mondo più inclusivo e a diventare più consapevoli ed espressivi, ma non hanno l’obiettivo di spronarli a lanciare campagne politiche o avviare associazioni sindacali.”

A sottolineare la completa perdita di significato di queste immagini è il fatto stesso che Facebook non abbia alcun tipo di sindacato al suo interno — e solo recentemente altre aziende come Google e Microsoft hanno visto una netta presa di posizione dei propri dipendenti, che in alcuni casi hanno cercato di organizzarsi in sindacati, per opporsi alle strategie aziendali in ambito militare.

Questa illusione che lo spazio pubblico e l’azienda privata siano uniti indissolubilmente in una sola cosa “è esattamente la stessa illusione sulla quale si basa il capitalismo della sorveglianza.”

Quello che in qualunque altro tipo di azienda sarebbe considerato controllo gerarchico verticale, nel caso di Facebook sembra scomparire del tutto per lasciare spazio a un controllo dei lavoratori che passa attraverso la riproposizione della cultura stessa di Facebook. I dipendenti fanno parte della comunità di Facebook e per questo ne sposano a pieno tutti i suoi valori condivisi — quegli stessi valori che li spingono a perpetuare in un vortice che si auto-alimenta la cultura di cui sono schiavi.

All’interno degli uffici di Facebook i poster diventano delle interfacce estetiche — corrispettivo di quelle digitali che accolgono noi utenti online — che modificano scrupolosamente il comportamento di chiunque viva quegli spazi.

Come ricorda lo stesso Turner nel suo studio, questa illusione che lo spazio pubblico e l’azienda privata siano uniti indissolubilmente in una sola cosa “è esattamente la stessa illusione sulla quale si basa il capitalismo della sorveglianza.”

La frase iniziale della copertina del Little Red Book è completata da quello che negli ultimi anni è diventato un mantra del social network: “È stato costruito per portare a termine una missione sociale — rendere il mondo più aperto e connesso.”

Stiamo vivendo a pieno le conseguenze di questa iperconnessione e ne stiamo saggiando tutti i limiti, eppure, fra le rilegature del libro, appare una pagina completamente nera in cui campeggia la scritta: “Se non creiamo la cosa che uccide Facebook, lo farà qualcun altro.” Pur essendo stata concepita come esortazione per gli sviluppatori ad abbracciare il cambiamento, questa frase sembra trasformarsi invece in un appello di aiuto rivolto al potere distruttivo di internet: uccidete Facebook.

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