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crimine

L'uomo che ha tentato di uccidermi ha passato solo 120 giorni in carcere

Senza che io me ne accorgessi, mi aveva messo in testa un sacchetto di plastica, mi aveva picchiata e mi aveva sbattuto la testa contro il muro.

di Patricia Wenskunas; come raccontato a Eli Hager; illustrazioni di Sally Deng; traduzione di Giulia Fornetti
27 giugno 2018, 5:01am

Illustrazione di Sally Deng

Era una tranquilla mattina di aprile quando il mio personal trainer si è presentato a casa mia a Irvine, California, per dare un occhio al tapis roulant che stavo cercando di vendere.

Poco dopo mi ha dato un pillola gialla, di quelle per "perdere peso", e una bevanda al cioccolato.

"Che cos'è?" gli avevo chiesto. "C'è qualcosa di blu dentro."

E lui, "No, non ti preoccupare. Forse c'era qualcosa nel bicchiere..."

Della mezz'ora seguente non ricordo quasi nulla, ma ricordo bene quello che è successo dopo: mi sono ritrovata nuda nel letto di mio figlio. Non riuscivo a dire una parola, mi sentivo sotto anestesia.

Senza che me ne fossi resa conto, mi aveva messo in testa un sacchetto di plastica, mi aveva picchiata e mi aveva sbattuto la testa contro il muro. Diceva che mi avrebbe ucciso e che avrebbe ucciso mio figlio, Nathaniel, che all'epoca aveva 12 anni e che, grazie a Dio, non era in casa.

"Senti, vuoi fare sesso? Va bene," ricordo di avergli detto. "Ti do tutti i soldi che vuoi, qualsiasi cosa. Ma ti prego non uccidere il mio bambino..."

Non so se ho fatto un salto, se sono caduta o se lui mi ha spinto—non ne ho idea—ma in qualche modo ho superato il corrimano e mi sono ritrovata ai piedi delle scale. Dalla cucina sono riuscita a correre a casa dei vicini per chiamare i soccorsi. Poco dopo sono arrivati polizia e paramedici.

Ho gli occhi azzurri, ma a quanto dicono, quella sera, quando mi hanno riportata a casa, erano completamente neri—come se l'anima mi avesse abbandonato.

Era il 2002, quella volta il mio personal trainer non mi aveva ucciso. Non c'erano nemmeno prove che mi avesse violentato. Non aveva rubato nessun oggetto di valore da casa mia, né erano state trovate tracce di droga nel mio corpo; solo antistaminici.

Per questi motivi, il pubblico ministero a cui era stato affidato il caso non aveva perorato le accuse più gravi contro il mio aggressore, e il giudice mi aveva fatto sentire una vittima di seconda classe.

Ricordo che a un certo punto il procuratore distrettuale mi mostrò la foto di un coltello insanguinato (di uno dei casi di omicidio su cui aveva lavorato) e mi disse, "Lei dovrebbe portare suo figlio a divertirsi. Dovrebbe vivere la sua vita. Lei è sopravvissuta. Ho visto tantissimi altri casi in cui le vittime sono state uccise e non sono più qui con noi."

Gli risposi, "Quasi vorrei che mi avesse ammazzato, perché almeno ci sarebbe stata giustizia." Ovviamente non lo pensavo davvero, e non lo penso nemmeno ora, ma ricordo di aver risposto così, sul momento.

Eppure i miei primi contatti con il sistema, in particolare con la polizia, mi avevano fatto credere che sarei stata trattata con profondo rispetto.

Ho dovuto sottopormi a tutte le analisi che toccano alle vittime di stupro; sono analisi molto invasive, il mio corpo è stato fotografato da ogni angolatura più volte e ho dovuto rispondere a domande di ogni tipo. Ma l'ispettore mi aveva trattato con grande dignità. Sentivo che c'era qualcuno che stava facendo valere i miei diritti, qualcuno che voleva proteggermi, qualcuno che avrebbe fatto giustizia.

Ricordo di averlo sentito parlare coi colleghi nel corridoio del pronto soccorso. "Dovevo andare al cinema con mia moglie stasera. Non vedevo l'ora di gustarmi i pop-corn, ma penso che questa donna abbia più bisogno di me, in questo momento..."

Quando mi interrogarono, mi dissero, "Patricia, ora dobbiamo farti delle domande difficili. Forse ti sembrerà che mettiamo in dubbio la tua parola o che ti stiamo dando la colpa, ma non è così. Dobbiamo fartele per assicurarci di ottenere un mandato di arresto e un'azione penale su questo caso."

Poi è entrato in gioco il sistema giudiziario.

Un giorno ricevetti una telefonata dall'avvocato che mi era stato assegnato. Mi diceva, "Patricia, devi presentarti in tribunale ora."

Mi vestii in fretta e mi precipitai in tribunale, dove al mio arrivo in aula sentii il giudice che diceva, "Ok, e la sentenza sarà..."

Chiesi al mio avvocato cosa fosse successo, nessuno mi aveva informata di questa udienza.

"Non preoccuparti," mi rispose. "Ha confessato tutto. Ha firmato i documenti. E il procuratore distrettuale l'ha condannato a due anni, con patteggiamento. Sconterà due anni di carcere."

Dopo aver sentito quelle parole, mi precipitai fuori dall'aula e vomitai.

Non capivo cosa fosse successo—tutto era andato per il verso opposto rispetto al trattamento che avevo ricevuto dalla polizia. Quell'uomo aveva cercato di uccidermi, aveva minacciato di uccidere mio figlio, e avrebbe fatto solo "due anni"? Non è così che vanno le cose in TV, pensavo. Se dovesse davvero cavarsela con due anni, appena fuori, ucciderà qualcun altro, oppure tornerà a casa mia per finire quello che ha iniziato...

Così decisi di fare una protesta fuori dal tribunale, chiamai a raccolta un po' di amici e ci appostammo nel parcheggio con i nostri cartelli.

All'udienza successiva, quando la sentenza sarebbe stata ufficialmente pronunciata, il giudice guardò il procuratore distrettuale e disse, "La sua vittima oggi è presente in aula. Chiaramente non le andiamo a genio, né io, né lei, tantomeno questo patteggiamento. Sta manifestando fuori dal mio tribunale. Se vuole un processo, le daremo il processo. Cestiniamo questo patteggiamento e tentiamo di avviare il processo."

Alla fine, il giudice respinse l'accusa di tentato omicidio e la giuria accusò il mio aggressore di aggressione con arma letale e minacce. Così, il mio personal trainer fu condannato a soli 120 giorni di reclusione. Oltre a cinque anni di terapia per la gestione della rabbia e cinque anni di libertà vigilata.

Poco dopo arrivò il momento del risarcimento.

Quando consegnai in tribunale tutte le ricevute di pagamento, le prove di quello che avevo dovuto spendere di tasca mia in seguito all'aggressione, il giudice mi prese in giro, "Pensa che qualcuno la risarcirà per un letto nuovo, lenzuola e cuscino? Perché mai dovrei assegnarle questo risarcimento?"

"Perché sono stata aggredita sul letto di casa mia. Non avrei mai potuto tenere quel materasso, né la struttura del letto, né le lenzuola e il cuscino. Ho dovuto buttare tutto e trasferirmi."

"Be', non ho intenzione di approvare questa richiesta," mi rispose. [Lo stato della California concede un risarcimento esclusivamente per beni rubati, danneggiati o distrutti. Nonostante questo, qualche tempo dopo questo incontro quel giudice è stato sospeso dal suo incarico dopo che una commissione statale ha dichiarato il suo comportamento nei confronti di vittime, avvocati, testimoni e membri della giuria ingiurioso e umiliante.]

Dei 54.000 dollari che ho speso in seguito all'aggressione—compreso il necessario trasferimento in un altro appartamento, a causa del trauma— ho ricevuto in tutti questi anni circa 800 dollari.

Non mi dimenticherò mai il primo assegno di risarcimento ricevuto: 54 dollari. Ricordo perfettamente che mi trovavo in auto quando aprii la busta, e pensai: E questo cos'è? Quando lo realizzai, stracciai l'assegno e mi misi a piangere.

Ero molto ingenua ai tempi del processo. Sicuramente passerà il resto della sua vita in prigione, pensavo. Sicuramente la giustizia farà il suo corso.

Ma oggi la mia prospettiva è cambiata: se nessuno vuole considerarmi una vittima, non lo farò nemmeno io. Sono sopravvissuta e continuerò la mia vita a testa alta.

Patricia Wenskunas è fondatrice di Crime Survivors, un'organizzazione che offre supporto e sostegno alle vittime di aggressioni e altri crimini.

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