Perché Buffon è una 'bandiera' incompleta del calcio

A differenza di Maldini, Totti o Del Piero, Buffon è un simbolo incompleto. E le sue decisioni su come chiudere la carriera potrebbero comprometterlo ancora di più.

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mag 21 2018, 4:00am

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È in corso il diciottesimo minuto del secondo tempo di Juventus-Verona, ultima partita di campionato di questa stagione. L'addetto ai cambi della Juventus alza la lavagnetta elettronica, chiamando una sostituzione: entra Carlo Pinsoglio, esce Gianluigi Buffon. Immediatamente la partita, che già era irrilevante, perde qualsiasi tipo di attrattiva per il pubblico. È il momento di percuotersi il petto per l'addio di Buffon con lacrime, cori e lancio di sciarpe in campo. Persino la premiazione per l'ennesimo scudetto vinto passa in secondo piano.

È una scena che negli ultimi dieci anni abbiamo vissuto spesso. Buffon è l'ultimo esponente ancora in attività di quella generazione di giocatori che ha visto il calcio italiano realmente ai vertici mondiali. È successo per Maldini, per Del Piero, per Javier Zanetti, e per Totti, tutti celebrati soprattutto per un valore di appartenenza e identità. Buffon è un simbolo per la Juventus—17 anni nella stessa squadra sono impensabili nel calcio moderno—e un simbolo per questo sport, perlomeno a livello tecnico. Ed è normale che tutto l'apparato mediatico che gravita attorno al calcio tiri fuori l'oro, l'incenso, e la mirra.

Eppure questo addio ha qualcosa di profondamente diverso rispetto a quelli delle altre "bandiere" e degli altri "simboli". Qualcosa di molto meno solenne. A differenza degli altri che ho menzionato, Buffon non è un giocatore pacificato. E lo dimostra il fatto che, nonostante abbia 40 anni, forse continuerà a giocare. Probabilmente in una squadra che gli permetta di restare ai vertici, e non in uno di quei pensionamenti milionari negli Stati Uniti o in Cina. Ed è quasi paradossale: rispetto agli altri ha avuto un valore tecnico più alto. Zanetti può dire di essere fra i primi tre di sempre nel suo ruolo? No. Del Piero può dirlo? No. Totti? No. Buffon sì.

Quello che differenzia Buffon dalle altre bandiere, è che le carriere di queste ultime si sono chiuse in modo lineare. E hanno incarnato tutti i migliori momenti delle loro squadre. Maldini come testimone indiscusso dei tre grandi momenti del berlusconismo calcistico (Sacchi, Capello, Ancelotti), Del Piero come giocatore-pellegrino della juventinità, Zanetti come martire dell'interismo ma con il triplete in tasca, Totti come romano fedele fino in fondo. Nessuno di loro poteva chiedere altro: a Buffon invece manca qualcosa. Qualcosa che ha a che fare sia con il suo personaggio, sia con il rapporto che ha avuto con la Juventus.

Partiamo dal primo punto: tutti i summenzionati tranne lui sono "campioni fuori dal campo" riconosciuti in maniera trasversale. La narrazione che gravita attorno a Maldini, o a Del Piero, o a Zanetti, è sempre rispettosa, di qualsiasi tifoseria si parli. Sono giocatori apprezzati ovunque. Buffon invece ha avuto una carriera attraversata da polemiche e pessime uscite comunicative.

Nella stagione 2000/2001, a 22 anni, scelse l'88 come numero di maglia al Parma. Dando vita a una polemica enorme con la comunità ebraica italiana (l'88 era il numero che simboleggiava il saluto al Führer, Heil Hitler, durante il nazismo), e alimentando le voci che da tempo lo davano come simpatizzante fascista (poco tempo prima, dopo una partita contro la Lazio, aveva indossato una maglietta con la scritta 'boia chi molla'). Voci che si sono riverberate per anni, come quando per i festeggiamenti della vittoria ai mondiali mostrò per sbaglio uno striscione con la croce celtica passatogli da un tifoso.

Durante Calciopoli, nell'estate del 2006, è poi finito nel polverone delle indagini parallele sulle scommesse clandestine. E anche se ne uscì completamente indenne—aveva scommesso, ma legalmente—l'immagine di "scommettitore clandestino" gli rimase saldamente incollata addosso, anche dopo le indagini sul Calcioscommesse del 2012 e grazie a dichiarazioni come quelle dopo il gol-fantasma di Muntari, o sulle partite-biscottate.

Fermo sostenitore della filosofia secondo cui "lamentarsi degli arbitri è da perdenti", infine, dopo l'ultima eliminazione contro il Real Madrid ha dato dell'animale all'arbitro, e ha detto che aveva l'immondizia al posto del cuore. Moltissimi lo considerano un falso, un ipocrita, e un populista. Tanto da averlo ribattezzato "il Casaleggio del calcio".

Eppure, in tutto ciò, Buffon ha rappresentato la narrazione della Juve molto più di quanto lo abbia fatto per esempio Del Piero. Per un semplice motivo: è stato il migliore, ma non ha vinto la Champions League—in pratica, l'essenza dell'essere juventini negli ultimi dieci anni (almeno dal Triplete dell'Inter in poi). Del Piero non ha mai avuto questo problema: a 23 anni aveva già vinto tutto quello che un calciatore di club può vincere. Non esistono meme di Orlandoni su di lui.

Ma per capire quanto la narrazione juventina influisca sull'incompletezza di Buffon bisogna tornare indietro di 15 anni. È la sera del 28 maggio 2003, e la Juve ha appena perso la finale di Champions ai rigori contro il Milan. Stando alla sua biografia, Buffon se ne sta contro un muretto, ed esclama "e quando cazzo mi ricapita un'occasione così?" Di lì passa Roberto Bettega, dirigente della Juve, e gli risponde "veramente a noi capita spesso." Bettega in quel momento ha perfettamente ragione: nelle ultime otto edizioni la Juve aveva disputato quattro finali. Ma Buffon ci metterà 12 anni per tornare nuovamente a giocarsi quel titolo.

Nel 2006 la Juve viene retrocessa a causa di Calciopoli. E Buffon, insieme ad altri cinque giocatori, decide di scendere in B, dando vita a una sorta di doppio legame nevrotico tra lui e la squadra. Visto che era sceso in B, la Juve doveva riuscire entro fine carriera a fargli vincere la Champions. Il periodo di transizione in cui sembrava che questo non sarebbe mai successo è stato il picco massimo di distanza fra Buffon e la Juve. Il periodo, e lo ha ammesso lui stesso, in cui si è spesso pentito di essere rimasto. Mentre il Barcellona—dove poteva andare nel 2006—vinceva tutto ripetutamente con Guardiola, lui finiva settimo.

Poi Conte lo ha convinto a rimanere: ma nei sette anni successivi, nonostante le continue vittorie, l'ossessione per la Champions non ha fatto che acuirsi. Ormai non era solo un'ossessione per colmare il gap con le milanesi: bisognava farla vincere a Buffon. E non sono soltanto mie congetture. Dopo Cardiff sono girate insistentemente voci di un patto nello spogliatoio per farlo arrivare di nuovo in finale.

Da tifoso della Juve, mi sento di dire che Buffon come bandiera juventina è incompleto proprio per questo. Non per non aver vinto la Champions, ma per come si è protratta l'ossessione. In ogni sua riflessione sui 17 anni alla Juve, nascoste fra le dichiarazioni d'amore infinito e gratitudine, ci sono sempre delle vene amare.

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Questa settimana Buffon deciderà cosa fare: se accettare l'offerta di Agnelli ed entrare subito in società (con la possibilità di vincere da dirigente quello che non ha vinto da giocatore) come tutti gli juventini vorrebbero, o se accettare le offerte del PSG e tentare ancora, a 40 anni, di vincere la Champions League.

Aldi là di quella che sarà la sua scelta, penso che la Juve sul lungo periodo gioverà di questo addio al calciatore Buffon. Perché forse, senza l'ossessione morbosa di far vincere la coppa a lui, la coppa potrebbe vincerla veramente.

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