Capire Egreen
Foto di Daniele Coppa, per gentile concessione di Egreen.

Capire Egreen

"Solo gli stupidi non cambiano idea": Egreen ci ha raccontato come ha imparato a smettere di preoccuparsi e amare Tony Il Fantino.
10 maggio 2018, 2:59pm

In qualità di quota "underground" della redazione di Noisey, anche conosciuto come il punk di redazione o quello che ascolta roba incomprensibile, sono molto affascinato dai rapper che sono venuti su durante l'epoca più buia della scena italiana, quella di inizio anni Zero (prima di Tradimento, per capirci). Sono duri, profondi, e hanno un sacco di opinioni sul panorama attuale. E nessuno ha più opinioni di Egreen, e il suo nuovo album Entropia III lo testimonia al 100 percento.

Famoso per essere una mitragliatrice sul beat e una specie di oracolo hip-hop per una generazione dai valori in trasformazione, Egreen fa l'ennesimo sfoggio di coerenza sul suo nuovo album. Rispetto agli altri due Entropia, il terzo episodio è più coeso e meno sperimentale, anche se certi beat parlano un linguaggio piuttosto inedito e vicino alla trap ma, come ci ha detto nell'intervista, certe cose si diverte a farle anche solo per dire "suca" a chi lo accusa di rappare sempre nello stesso modo.

Non voglio scrivere troppo in questa intro visto che, pur ridotta all'osso per questa versione scritta, la nostra conversazione è stata un vero fiume in piena su argomenti come filosofia hip-hop, successo e insuccesso, il rapporto tra rap e trap con una inaspettata dichiarazione d'amore finale per Tony Effe. Una bella lezione su come si può essere coerenti senza essere bacchettoni.

Egreen sarà al circolo Magnolia di Milano il 19 maggio e alla Casa delle Culture di Trieste il 26 maggio.

Noisey: Cominciamo dalle basi: qual è il filo che lega i tre capitoli di Entropia?
Egreen: Bisogna partire dall’inizio. Entropia I uscì prima di Il Cuore E La Fame, che ha avuto una storia molto travagliata, registrato due volte eccetera, e pubblicai il primo Entropia con gli scarti di Il Cuore E La Fame. Ero da Massimiliano Ceriani, mio amico storico e art director, stavamo buttando giù delle idee, e ci siamo resi conto che questi pezzi, privi di un filo conduttore sia a livello di suoni che di contenuti, si potevano proprio legare con questa metafora scientifica dell’entropia. Così è nato anche il concept dell’artwork: i più attenti si saranno accorti che la copertina di Entropia I è la macro di un dettaglio della tavolata che c’è ne Il Cuore E La Fame. Questa cosa era proprio intesa in maniera subliminale come anticamera a quel disco lì. Poi da lì passarono due anni, io feci uscire un altro mixtape e quindi questo collegamento a ICELF si perse. Poi, in maniera molto spontanea, la cosa si è sviluppata in un altro modo.

Credo che la cruda risposta alla tua domanda sia che il filo conduttore è che sperimento diverse sonorità. Quando uscì Entropia I era un po’ il boom della dubstep, era appena esploso Salmo e andava di moda rappare sulla dubstep. Io cerco sempre di non sposare mai dei trend di suono, a quei tempi mi sembrava troppo, capisci? C'era proprio una tendenza a esagerare con quel tipo di sonorità, come sta succedendo con la trap. Però mi piace mettermi in gioco e sperimentare, senza farmi assorbire completamente dal suono del momento ma sfruttandolo il giusto. Quindi ciò che contraddistingue questa trilogia è che, senza darmi dei paletti e senza mantenere un senso logico nella mia tracklist, spazio e cerco di essere il più versatile possibile. Se poi vai ad ascoltare i miei lavori “ufficiali” io sono molto legato a un certo tipo di suono, salvo qualche singolo tanto per dire “suca” a chi sostiene che rappo sempre nello stesso modo e sulle stesse cose. Faccio questi esercizi di stile tanto per far vedere che se voglio, posso. In questo disco due esempi sono “Giù la porta” e “Non mi interessa”.

Ho visto che hai fatto un video per Netflix in cui presenti l’episodio di RAPture su Dave East. Come ti sembra l’idea, come è successo in questo documentario, di raccontare l’hip-hop e il rap come un blocco unico senza dividere in vecchia e nuova scuola?
Questa cosa di Netflix trovo che sia stata una mossa di marketing intelligente come poche volte accade, specialmente da parte di questi colossi multinazionali che spesso cercano di accaparrarsi il testimonial che gli faccia fare più like, senza badare alla qualità, obbligati da esigenze di mercato. Invece in questo caso ho apprezzato moltissimo di essere stato contattato da Netflix, per quanto non abbia la presunzione di pensare che fossi il primo nome sulla lista. Quindi questa roba qua è molto fica, sono anche lusingato che mi abbiano associato a Dave East che è uno veramente hardcore che ha messo tutti d’accordo. Quei mini-clip permettono a qualcuno che magari conosceva soltanto tre o quattro miei colleghi di approfondire e stimolare la curiosità, che secondo me è fondamentale.

Vorrei parlare con te proprio dell’idea di rappresentare la cultura hip-hop, specialmente in questa fase storica in cui fondamentalmente il rap è ormai musica pop. Quando uno stile di musica diventa così popolare diventa anche più superficiale, però l’esperienza mi fa dire che quando la moda passerà resteranno le persone che questa musica e questa cultura la amano davvero, come è sempre successo. Tu cosa ne pensi?
Bravo. Quando io scrissi il primo demo, facevo degli statement abbastanza talebani: ero contro tutto, un estremista totale, iper purista. Negli anni ho sempre cercato di levarmi, un pezzetto alla volta, questo inutile senso di appartenenza estremo. Secondo me oggi questi allarmismi disfattisti, conservatori e retrogradi non portano a nulla di buono. Innanzitutto in Italia c’è sempre stata un’interpretazione discutibile dell’idea della cultura hip-hop, fin dalla prima metà degli anni Novanta al 2006, quando le cose sono finalmente cambiate. Non voglio criticare quell’interpretazione, perché io sono cresciuto con quei dogmi, con quei dischi; ma avendo la fortuna di parlare l’inglese quasi da madrelingua, mi sono sempre fatto condizionare fino a un certo punto dai messaggi italiani. Ho sempre cercato di pensare con la mia testa e di formare la mia opinione personale.

È un po’ come la religione, c’è chi se la vive in maniera molto calma e chi estremizza. Io ho la mia concezione dell’hip-hop e me lo porterò sempre nel cuore perché ha condizionato irreversibilmente la mia vita, ma non ho necessità di esternarla particolarmente. Capisco che possa creare confusione il fatto che io sia estremamente hardcore in certe cose che dico, però ci vogliono le giuste chiavi di lettura. A tutta questa gente che mi vede sempre come quello del nemico immaginario voglio dire: ragazzi, ascoltiamo due pezzi rap a caso e rendiamoci conto che è sempre un impostare le barre dicendo “io… / però tu…”, quindi non è che il nemico immaginario è una fissa di Nicolas, questo è un linguaggio che si esprime in determinate maniere. A volte qualcuno si avvale del namedropping per creare hype. Se mai mi capiterà di fare un dissing sarà perché ne avrò davvero bisogno, al momento non mi interessa, e la gente che mi dà del [fissato con il] nemico immaginario è gente che o ha la coscienza sporca e lo sa benissimo, o forse non c’entra molto con il rap.

Parlando di te, un mio amico mi ha detto questa frase: “Lui non fa dissing, lui dà una linea di condotta hip-hop”.
Mi piace molto. Credo sia quasi un insulto alla mia intelligenza quando mi fanno i complimenti per i polmoni, per il fiato, no? Sono bravo a rappare, sono portato, c’è chi diventa un bravo muratore perché è portato, ma nessuno va lì a dirgli “minchia che buona qualità la tua malta”.

A proposito di fare il muratore, mi viene in mente il video di “Rap Italiano”, in cui tu ti fai vedere mentre svolgi una serie di lavori manuali. Mi sembra una metafora abbastanza chiara del tuo modo di vedere la tua musica, la tecnica su cui hai lavorato duramente. È un messaggio di etica lavorativa quello che volevi lanciare?
Assolutamente. Io mi sono sempre visto come un “operaio” di questa cosa. Forse ho sbagliato, forse è per quello che, come mi dicono i ragazzini, “non sono ancora famoso”. Nel 2002 non c'era niente, e noi che abbiamo iniziato in quel periodo non l’abbiamo fatto per paraculaggine, è questo che la gente non capisce nel 2018. Per noi dire “non lo faccio per i soldi” non è stata una paraculata: non c’era un cazzo, frate! È ovvio che noi siamo sempre stati spinti dal romanticismo invece che dal capitalismo, capito? Certo che nel 2017, quando è uscito quel video, che appeal puoi avere sui ragazzini tu, che ti fai ritrarre in una delle posizioni sociali più dignitose ma anche più umili e basse, quella dei lavoratori, mentre loro s’interessano di tutt’altro. Avrei dovuto fare il cazzo di video sulla Porsche, però quello non sono io. Mi rendo conto che continuo a sbagliare tutto e mi va bene così, però la coerenza, questa benedetta parola che nel rap è tanto dibattuta, io ce l’ho avuta sempre molto a cuore. Non sono un santo, non sono l’incarnazione dell’hip-hop e più passano gli anni e meno la voglio essere, però d’altro canto è anche sbagliatissimo non avere una cazzo di obiettività e dire “ok, forse è arrivato il momento di cambiare modo di comunicare quanto questa roba è hip-hop”, no? Sarebbe bello fare una cosa cool, non deve essere sempre tutto [incazzato], capito? Io cerco di farlo a modo mio. Poi ora questa sembra una paraculata perché ho parlato di tutti e di nessuno, vedi? Però a volte secondo me conta il concetto, non sempre puntare il dito.

A proposito di puntare il dito, questa te la devo chiedere. Chi sono il cane, il gatto, il topo, il maialino, l’uccellino e la pantera [da “Non Mi Interessa”]?
Avatar! Basta andare in un backstage di un concerto milanese in voga a caso [e li trovi tutti]. E poi non ho avuto abbastanza tempo, se no ci sarebbe tutto lo zoo. Solo non si vedono i due leocorni, come diceva il poeta. [ride]

Facciamo un gioco, ti faccio leggere alcuni versi di tuoi colleghi e tu me li commenti.

“L'hip-hop è la mia tipa e più la tocco più la invoglio
Io e la mia musica. Non ci frega un cazzo di chi giudica.”
(Stokka & Madbuddy – “Ghettoblaster”)

Questo è un pezzo che mi piace un casino, che ha segnato tutta la mia generazione. Ogni singolo verso di questa canzone può essere quotato. È stato una grande ispirazione per me. Non so se ci avessero pensato anche loro, ma c’è questo bellissimo pezzo di Common intitolato “I Used To Love Her”, che è stato il primo grande pezzo-metafora che si rivolgeva all’hip-hop come se fosse una donna. E anche questo pezzo usa lo stesso escamotage narrativo ed è bellissimo. Io Stokka e Madbuddy li adoro, e adesso finalmente abbiamo anche fatto pace quindi gli mando anche un abbraccio.

Ecco, qui ti volevo. Raccontami un po’.
Io sono molto contento di questa cosa. Come scrisse Neffa anni fa, “dovemmo perderci per ritrovarci”. Mi fa piacere specialmente aver recuperato i rapporti con DJ Shocca che, in anni per me molto delicati, è stato per me una specie di padre artistico, lo amo. Per tutti noi cresciuti in quell’epoca da loro fan, l’hip-hop è stato il nostro primo grande amore.

“Yo, siamo tutti fratelli però
Il microfono è l'unico amico che ho.”
(Fritz Da Cat ft. CdB & Bassi Maestro - “Microphone Check 1, 2 What Is This”)

Pezzo incredibile, io ho citato proprio questa barra in “T.O.M.A.”. Su 950 c’è anche quella barra storica di Bassi “Delicato come un pugno in pancia ad una donna incinta”, clamoroso. Sai, ai tempi le punchline erano una cosa che veniva fatta in maniera inconscia, non c’era quella cultura di fare le barre, si scriveva in maniera diversa. È come quando Mista ha scritto “Facevo le punchline anche prima che si chiamassero così”, no? Non c’era questa piena consapevolezza della punchline. E Bassi è stato un precursore di questa roba, ha sempre avuto un approccio molto americano. Questa secondo me è una barra che contraddistingue tutti noi di razza vera, consapevoli del nostro valore, per noi c’è sempre quel retrogusto di competizione.

Ma cosa ne pensi del ruolo della scena? Cioè, oggigiorno un rapper può venire su da solo e raggiungere anche grande successo senza appoggiarsi su nessun tipo di rete, di connessione con gli altri che fanno questa musica. Ma quando sei venuto su tu l’ambiente era molto diverso, c’era una scena in cui ci si conosceva tutti, “tutti fratelli” appunto.
Come no, certo. Oggi è diverso. Però anche lì non mi va più di criticare. Cioè, ci sono certi featuring di convenienza che [mi fanno storcere il naso]. Però come si dice, se devi parlare male di una cosa meglio che tu stia zitto, no? Allora preferisco parlare bene. Io non mi stupisco che Gué abbia tirato in mezzo Tony Effe nel suo disco, e non mi stupisco che Fibra abbia tirato in mezzo Laioung. Sicuramente lì c’è della stima umana, però è anche una mossa di marketing fortissima. Magari mi fanno venire un po’ l’orticaria certi altri featuring a dei livelli un po’ inferiori del business. Poi ognuno è libero di fare quello che gli pare, ma io sono sempre dell’idea che con certa gente non rapperò mai. C’è sempre qualcun altro che si può tirare in mezzo per dare una qualità, un tono al tuo lavoro, specialmente se non sei obbligato a vendere 50mila copie nella prima settimana che esce il disco. Capito? Alla fine, in ultima analisi, comunque è bello che il mercato del rap in Italia sia dov’è. E ne giovano tutti. Alla fine è così dappertutto, non è che nelle grandi corporation lavorino solo quelli che si sono laureati col bacio accademico e sono le persone più qualificate: ci sono i paraculo, i raccomandati, amici e parenti… sarà così anche a VICE, no? [ride]

“Non solo rappresento ma tocca che significo
Perchè ogni MC sta in debito, l'hip-hop non ha più credito
È un soliloquio stupido se poi i mocciosi pippano
Quando la bamba sarà made in Albania
Chi salverà i quartieri? Né l'hip hop né la polizia.”
(Gopher ft. Deemo & Soulboy - “Special Request”)

Questo mi interessa per parlare del ruolo dell’hip-hop come forza di cambiamento sociale, in un momento in cui per esempio a Londra la polizia ha messo sotto osservazione la scena drill locale collegandola direttamente a un aumento dei crimini violenti tra i giovanissimi.
Ne ho parlato meno di un mese fa con un mio amico che è venuto a sentirmi a Londra. Voglio fare una premessa: dare la colpa al rap quando succedono cose socialmente non troppo serene è una delle più grosse paraculate del mondo occidentale perbenista e ipocrita. Senza cadere in banalità, perché è stato già detto tante volte, un genere musicale, per quanto estremo sia, non ha nessuna colpa di questo, anzi, racconta quello che succede, magari in maniera molto forte. La drill nasce a Chicago, che è stata la città con il più alto tasso di omicidi e crimini legati alle gang negli USA. Londra è notoriamente un’altra città con molta criminalità giovanile, spesso organizzata. Adesso mi dicono che è diventata una roba megapesa. Da come me la raccontano, il membro di una gang che magari è il meno violento finisce a fare il rapper, ed è quello che lancia i messaggi a nome degli altri contro le gang rivali. Poi succede che lo studio venga noleggiato dalle 4 alle 6 del pomeriggio dagli arancioni di Harry Potter street, ma poi dalle 6 alle 8 ci sono i viola di Silente avenue, e si trovano al cambio di turno e lì si crea un puttanaio della madonna. Quindi ecco il problema.

Però voglio dire che l’hip-hop, purtroppo, è anche questo. Tutti quelli che sono convinti che il rap sia solo sfoggiare i soldi, o al contrario fare il conscious, o quelli che dicono che l’hip-hop è pacifista, si sbagliano tutti. L’hip-hop è sempre stato violento, è sempre stato omofobico, ha sempre avuto pregiudizi razziali, è sempre stato verbalmente esplicito ed è sempre stato ostentatore. Sull’altro piatto della bilancia c’è il messaggio sociale, la denuncia, l’awareness, la sensibilità, eccetera. E tutto questo convive nel grosso pentolone del rap. Serve tutto. E serve tutto fatto bene. Serve lo spocchioso, serve il laureato, serve l’hardcore, serve il romantico. E servono anche i trapper ventenni.

“Siamo una famiglia, facciamo un bambino
Chiamiamolo Milione e poi guardiamolo crescere.”
(Dark Polo Gang ft. Hermit G - “Fiori d’erba”)

Grandi. Grandi loro. Io, dopo aver fatto coming out su Drake con “4PM In Milano”, voglio fare un altro coming out. Io sono fan di Tony Effe. Io lo amo, proprio lo amo. Dopo mesi e mesi di battaglie mentali, conflitti intellettuali, etici, morali…

Ho la vaga sensazione che tu mi stia prendendo per il culo.
No, no, frate, te lo giuro! Hanno senso di esistere anche loro, anzi. Loro si sono trovati a fare dei numeri pazzeschi facendo esattamente quello che volevano fare. Io non credo che quando hanno iniziato sapessero già che sarebbero diventati famosi. Poi col tempo hanno definito meglio il loro percorso e hanno adottato certe strategie, ma che male c’è? Che male c’è a studiarsela? Però il vero problema qua non è sta gente, è la gente che gli ha dato importanza. Il tipo mi diverte e fa bene a giocare con il suo personaggio e venderlo il più possibile. Lui fa una roba, io ne faccio un’altra. Ripeto, è un bene che il gioco sia arrivato a questo livello. Sono talmente contento dei feedback che ricevo dal mio ultimo disco e del livello di scrittura a cui sono arrivato, ho delle altre robe pronte, continuo a fare dischi e concerti, ma a me che cazzo me ne frega? Rileggiamo il verso: “Siamo una famiglia, facciamo un bambino / Chiamiamolo Milione e poi guardiamolo crescere”. Beh, ovviamente qui la rima non si sa neanche cos’è! [ride] Sono dei miti, dei miti, li amo, che te devo di’. Sono fottutamente bbritish.

L’ho messa anche per parlare di questa cosa del rap come nuovo pop; la Dark Polo Gang che dice “siamo i nuovi Backstreet Boys”…
Loro lo dicono? Beh, grandissimi, hanno centrato esattamente il punto. E quindi?

Eh, dico, come la prende uno che è nel gioco? Secondo te siete ancora nello stesso campionato o ormai la trap ha preso una strada che è totalmente fuori dal rap?
Solo gli stupidi non cambiano idea. Io ho talmente tanto la coscienza a posto che posso dire tranquillamente che ho cambiato idea. Avevo cominciato con “No, vaffanculo, sta gente è il male”, ma in realtà, frate, se hanno così tanto successo è perché sono il risultato di un determinato momento sociale e di un determinato stato mentale generale, e credo che forse è lì che andrebbe ricercata la radice del problema. Questi fanno bene a mungere la mucca il più possibile. È ovvio che stiamo giocando in due campionati completamente diversi, e da un lato va peggio a me perché per guadagnare quello che guadagnano loro in una sera io magari devo fare sei live; però io sto facendo un percorso artistico che ha delle fondamenta molto profonde e punto alla longevità. Longevità che auguro anche a loro, per carità, ma a vederli ora penso scaleranno altri piani artistici e creativi, che so, la televisione, chi può dirlo. Però io faccio un’altra cosa, corro la maratona e non i 100 metri. Farebbe ridere se dicessi così e poi tra sei mesi mi ritrovassi di nuovo in fabbrica. Comunque per rispondere alla tua domanda: certo che fa parte della stessa cosa, su due piani diversi, ma come potrebbe non far parte della stessa cosa? Poi a parlare sul serio è solo la musica.

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