C'è chi distilla il vino che viene sputato

A quanto pare gli avanzi nelle sputacchiere servono a qualcosa.
11.12.17
Foto per gentile concessione Poor Tom's Gin

Potremmo considerare l’atto dello sputare il vino come uno spreco, perché, dopotutto, significa che ci ritroviamo ad assaporare solo in parte il sapore della bottiglia, lasciando nella sputacchiera sia il prodotto che il tasso alcolico.

Sputare è, tuttavia, una questione di sopravvivenza necessaria soprattutto al benessere dei sommelier e di chi, regolarmente, ama assaggiare i vini ai festival dedicati. Cosa succede, però, a tutto quel vino inutilizzato?

Due anni fa ho partecipato al Rootstock Wine Festival di Sidney, dove il noto distillatore Peter Bignell ha deciso di porre rimedio a quello che lui definisce uno “spreco tremendo.”

“Tutte le aziende vinicole [qui al festival] sono molto organiche e biodinamiche, non sprecano niente, riciclano e riusano tutto,” Bignell ha specificato a MUNCHIES. “Quando è arrivato il mio turno da oratore, ho parlato un po’ della mia distilleria, la Belgrove, e di come ruoti attorno all'assenza di sprechi.” La Belgrove Distillery, in Tasmania, è infatti alimentata a biocarburanti, come dimostrano gli avanzi dell’olio da cucina che dal trattore arrivano alla distilleria, e persino quelli dei cereali riutilizzati per nutrire il gregge di pecore vicino, in un ciclo perfettamente funzionante e assolutamente chiuso.

Ed è stato proprio a Rootstock, tra una chiacchierata e l’altra, che Bignell ha notato le sputacchiere dei partecipanti, soprattutto di quelli che lui descrive come “gli scrupolosi che non vogliono proprio ubriacarsi mai.” Tutte quello sputare lo aveva portato quindi a chiedersi “come possiamo rimanere sobri senza sprecare nulla?” E così, dopo aver appurato che tutti, fra i partecipanti, avrebbero accettato di bere gli avanzi del vino distillati, Bignell è passato all'azione.

L'anno seguente, dopo aver raccolto dalle sputacchiere 500 litri di avanzi tra vino, birra, whisky e formaggio, gli organizzatori del festival hanno deciso di portarli alla distilleria di Poor Tom’s, vicino a Sydney, anziché all'isola di Tasmania. Lì, assieme a Jesse Kennedy della Poor Tom’s e a Giorgio De Maria, l’organizzatore del Rootstock Festival, Bignell ne ha supervisionato il processo di distillazione. Parte dello 'sputo-vino' è stato invecchiato in delle botti come il brandy, mentre il resto (che poi si è mostrato anche come il preferito in assoluto), non ha subito alcun processo d’invecchiamento, diventando un’ottima eau-de-vie.

Stando a Bignell, il processo non è stato molto impegnativo.

“È tutto etanolo,” spiega. “Ci sono un sacco di aromi e io non rimasto positivamente colpito dalle note fruttate.” Bignell tiene anche a elogiare la consistenza del prodotto finito, che assicura non sia dovuto allo sputo ma, molto plausibilmente, dagli oli contenuti nei formaggi. “Si tratta di vini davvero buoni.”

Bignell garantisce inoltre che, dopo tutte le ore d’ebollizione dovute al processo di distillazione, nessun germe riesca a farla franca. Questo messaggio, ovviamente, è rivolto soprattutto a chiunque soffra di misofobia, la fobia dei germi (a proposito, complimenti per essere riusciti a leggere fino a qui!). “Tutte le acque delle grandi città passano per migliaia di reni, chiunque beve dai rubinetti, e l’unico filtro usato è un po’ di cloro! La distillazione sterilizza decisamente meglio.”

Peter Bignell con Jeordie Donaldson.

Anche quest’anno Bignell, prima di ritornarsene in Tasmania, ha aiutato a distillare tutto lo spreco ricavato dal festival, notando come fosse “più pulito” rispetto a quello dell’anno scorso. A quanto pare gli aromi fuoriusciti dagli alambicchi erano “bellissimi” e ricordavano quelli rilasciati in casa sua quando, decenni fa, sua nonna e sua mamma preparavano la marmellata di mirtillo e di mora.

I prodotti distillati l’anno scorso sono finiti in commercio sotto il nome di Kissing a Stranger (Bacia uno Sconosciuto), in onore allo scambio di sputi. Le etichette raffigurano coppie etero- e omosessuali intente a scambiarsi baci, supportando così il matrimonio same-sex. I proventi, conclude Bignell, andranno a fondi dediti ad aiutare i giovani aborigeni australiani in difficoltà.

Dietro a questa storia, quindi, c’è molto di più oltre allo sputo.