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Music by VICE

Ci dispiace Mogol, ma neanche tu fai musica italiana

Prima di appoggiare assurde proposte di legge sulla musica italiana nelle radio, Mogol dovrebbe ricordarsi che si è costruito una carriera sulle hit inglesi e americane.

di Demented Burrocacao
28 febbraio 2019, 2:45pm

Mogol e Mahmood

Finalmente ci siamo lasciati alle spalle Sanremo! Strano ma vero, è andata proprio come avevamo sperato: "Soldi" di Mahmood non è uno di quei classici pezzi in cui i soliti furboni stuzzicano le pruderie patriottiche del popolino. Ebbene, invece di sviluppare le eventuali polemiche o dibattiti musicali, questa volta il tumulto post-Sanremo si è concentrato su un argomento che la musica se la mette proprio sotto i piedi. Non è il caso di ricordarvelo, ma il fatto che Alessandro Mahmoud, italiano al 100 percento, abbia un padre egiziano ha scatenato da una parte gli elogi perché a Sanremo finalmente vince il meticciato (cosa tra l’altro neanche vera, basta studiare un po’), e dall’altra i sovranisti hanno delirato sul fatto che “la musica a Sanremo deve essere italiana”, come a dire che la carta di identità non vale nulla se il "sangue" (lol) è mezzo egiziano. Che se ne ritorni al suo paese! (Ovvero Milano). Mi chiedo se qualcuno di costoro si ricorda, tanto per fare un esempio, di James Senese, forse il più importante musicista della storia della musica italiana contemporanea, il quale davanti a tali obiezioni tirerebbe il sax in testa a entrambe le compagini.

Così ecco la campagna promossa dall’ex direttore di Radio Padania Alessandro Morelli, oggi presidente della commissione Trasporti e telecomunicazioni della Camera: un disegno di legge per obbligare le radio italiane a dedicare “almeno un terzo della loro programmazione giornaliera alla produzione musicale italiana, opera di autori e di artisti italiani e incisa e prodotta in Italia, distribuita in maniera omogenea durante le 24 ore di programmazione”. Se non avete sputato il caffè sul computer la prima volta che lo avete letto, forse è il caso di ricordarvi che stiamo parlando di una persona che dirigeva una radio secessionista. "La vittoria di Mahmood dimostra che grandi lobby e interessi politici hanno la meglio rispetto alla musica”, ha dichiarato Morelli. E sulle lobby e gli interessi posso anche essere d'accordo, ma, se questa proposta diventasse legge, "Soldi" sarebbe trasmessa ancora di più, visto che la canzone è prodotta in Italia, è opera di autori e di un artista italiano, è incisa in Italia e ha vinto lo stramaledetto Festival della Canzone Italiana.

Lo sappiamo tutti che il problema delle radio italiane non è la quantità di musica italiana, quanto la qualità. Siamo abituati a stupidaggini di questo tipo, ma non ci aspettavamo una reazione entusiasta di chi la musica italiana l'ha rappresentata per anni. Sto parlando del boss della SIAE Giulio Rapetti, in arte Mogol. Che una persona con una tale storia e cultura, in questo periodo storico, con questo governo, scelga di appoggiare un'idea tanto male informata, come se in radio passasse soltanto Fela Kuti 24 ore su 24, mi stupisce e insospettisce. Non è che con La Buona Vecchia Musica Italiana™ come la intende questo governo, Mogol e i suoi colleghi hanno qualche conflitto di interesse? Ma il problema non è solo questo. C'è una questione di coerenza.

I più ferrati in storia della musica ricordano Mogol per i suoi lavori con Cocciante, Celentano e Mango, ma per il 90 percento degli italiani la sua carriera è solo quella da paroliere di Battisti. Ho un'informazione che forse ai più sfugge: gran parte delle storiche hit di Mogol non sono affatto scritte da italiani, né cantate da italiani: sono proprio meticce. Non ci credete? Allora scopriamo questi altarini.

Dik Dik

La carriera di paroliere di Mogol inizia nel 1965 con "Non dire le bugie", cantata da Rosy e musicata dal francese Armand Seggian. Nello stesso anno si crea una discreta visibilità con "Ho rimasto" di Don Backy (tra l’altro IN ITAGLIANO SBALLIATO!1!), cover di Emile Ford and the Checkmates, inglesi doc dediti a un rock'n'roll/doo wop che di italiano non ha proprio nulla. Ma il botto arriva nel 1966, anno nel quale il nostro inanella una serie di successi vestendo in italiano canzoni straniere che diverranno poi capisaldi della nostra cultura. Uno di questi è "Sognando la California", cantata dai Dik Dik, una band alla quale ho dedicato un episodio di Italian Folgorati. Alla fine dell’anno diventa il disco più venduto in Italia. Ma quale Italia? È una cover dei The Mamas and the Papas, statunitensi! L’originale è "California Dreamin'", brano leggendario in tutto il mondo. Fu lo stesso Mogol a far sentire il pezzo ai Dik Dik, i quali gli affidarono subito il testo da adattare.

Non finisce qui però, visto che nel 1967 i nostri porteranno al successo un’altra cover, "Senza luce", che altri non è che "A Whiter Shade of Pale" dei Procol Harum, e chi risulta autore del testo in italiano? Mogol, avete indovinato. È interessante notare che a cantarla, in una versione alternativa, c’era anche Wess, famoso per i suoi duetti con Dori Ghezzi (oggi vedova De André): un afroamericano naturalizzato italiano.

Equipe 84

La band di Maurizio Vandelli si distinse per uno sviluppo clamoroso verso la visionarietà più totale, così come un’aderenza allo stile psichedelico che pochi avevano nel pop italiano, tanto da produrre anche dischi assurdi e anticommerciali. All’epoca sperimentavano suoni in studio cercando di competere con le nuove trovate anglosassoni, a volte riuscendoci pure. Ma tra le hit della band, come era comunissimo all'epoca, molte sono cover di canzoni straniere. Mogol scrisse il testo di "Resta" ("Stay" degli americani Maurice Williams and the Zodiacs) e quello del grandissimo successo "Io ho in mente te" ("You Were On My Mind", originariamente scritta da Silvya Tyson e cantata da Barry McGuire con enorme successo negli USA). I testi, come potete capire dai titoli, sono praticamente delle traduzioni.

Nell'album successivo, Stereoequipe, oltre ai pezzi originali della premiata ditta Battisti-Mogol e di Guccini, ci sono altre cover sulle quali Mogol mette le mani. Si tratta di "Un anno" ("No Face No Name No Number" dei Traffic) e "Un angelo blu" ("I Can’t Let Maggie Go" degli Honeybus), anche qui cercando il più possibile di rimanere aderente all’originale. Stranamente questo non avverrà con "Ragazzo solo ragazza sola", un bizzarro adattamento di "Space Oddity" per il mercato italiano cantato proprio da un impacciato David Bowie, tutto inglese com'era. Grazie a queste cover italianizzate, gli Equipe diverranno uno dei gruppi più influenti in Italia, nonché guarda caso i più “British” del lotto.

Rokes

I Rokes erano un gruppo inglese che è tra i pochi ad aver trovato l’America in Italia. Il mitico leader Shel Shapiro non riusciva nemmeno a smorzare il suo accento inglese (cosa che lo rendeva, e lo rende ancora, molto sexy). Forse l’unico vero gruppo beat in Italia proprio perché non italiano, trova in Mogol un alleato nel portare al successo due cover di Bob Lind, un cantante folk americano. Prima con "Ma che colpa abbiamo noi" ("Cheryl’s Going Home"), poi con "È la pioggia che va" ("Remember The Rain"), i Rokes fanno il botto e diventano il più famoso gruppo italiano, ma a livelli proprio di beatlemania (allora, giustamente, a nessuno importava che fossero naturalizzati o meno). Tra l’altro proprio grazie a questi testi la gioventù italiana cominciò a orientarsi verso il '68, la protesta, una visione delle cose finalmente un minimo moderna in linea col resto dei movimenti antagonisti europei, non certo alla conservazione dello status quo italiota.

Mogol continuerà a cimentarsi con gli adattamenti in italiano insieme ai Rokes anche con "Eccola di nuovo", stavolta un pezzo di Cat Stevens, "Here Comes My Baby". I Rokes poi si scioglieranno incontrando un lento declino, ma i loro brani restano dei classici del beat italiano che l'Italia canta nei karaoke di tutte le pizzerie della penisola, senza sapere che tutta quella nazionalpopolarità è in realtà importata. Vergogna!

Caterina Caselli

Passiamo a Casco d’Oro, la megadirettrice galattica della Sugar, una delle donne più potenti della musica italiana. Anche il suo successo è dovuto, tra le altre cose, alle cover di canzoni straniere adattate proprio da Mogol. Si inizia nel 1966 con "Puoi farmi piangere", una cover nientepopodimeno che del nerissimo Screaming Jay Hawkins, e si prosegue nel 1967 con il brano-bomba "Sono bugiarda", ovvero la cover di "I’m a believer" dei Monkees (sì, quella di Shrek), in quel momento le maggiori popstar d'America. Dopo questo exploit Mogol proseguì con "Il volto della vita", cover di "Days of Pearly Spencer" di David McWilliams. La Caselli, come tutte le grandi popstar italiane dei Sessanta piano piano cambierà direzione perdendo di popolarità (come ho già raccontato), ma le versioni italiane di successi esteri continueranno a spopolare nelle radio e in TV fino ai giorni nostri, spacciati per Vera Musica Italiana™.

Fausto Leali

È il 1966 quando anche Fausto Leali raggiunge il successo, e lo fa con un pezzo americano: "Hurt", di Roy Hamilton. "A chi", questo il titolo della sua leggendaria versione, gli varrà l'epiteto di "n***o bianco" (erano altri tempi) per la sua voce piena di anima e di blues. Anche questo testo è, come potete immaginare, di Mogol, che stravolge la metrica originale, operazione che dà alla versione di Leali maggior appeal rispetto ad altre cover precedenti come “Ferita” di Milva, che nel 1962 non riuscì ad avere successo. C’è da aggiungere che "Hurt" era un brano del 1954 e vederlo in classifica in Italia nel 1966 fa un po’ strano, più che altro perché l’arrangiamento non sembra particolarmente innovativo. Ma che importa? Se ci fossimo affidati al Genio Italico probabilmente si sarebbe cantato ancora di papaveri e papere.

Mal

I Primitives erano una band che si spartiva il primato delle classifiche italiane negli anni Sessanta insieme ai Rokes. La band era inglese (il batterista poi fondò i Dire Straits), ma operava praticamente solo in Italia. Mal era il frontman e spopolava tra le ragazzine, fino a mettere il resto dei Primitives nell'ombra. Mogol scrisse i testi di due brani usciti nei Settanta e interpretati da Mal: "Sole pioggia e vento" e "Non dimenticarti di me", entrambi presentati a Sanremo, rocckeggianti e cantati con una pronuncia esageratamente inglese e a volte poco comprensibile. D’altronde Mal prenderà la cittadinanza italiana solo nel 1989, eppure a Mogol non sembrava importare.

Little Tony

A Little Tony, già dal soprannome, tutto interessava fuorché sembrare italiano. E pensare che da italiano all'estero aveva sfiorato il colpaccio in Inghilterra sulle orme del suo mito Elvis, ma non pago decise di portare il rock in Italia e a diventarne una colonna portante. Fra i tanti autori di testi con cui il nostro Tony collabora c’è anche Mogol, con il quale realizza la hit clamorosa "Riderà", un adattamento di "Fais la rire" di Hervè Villard, anno 1966. Stiamo parlando di un pilastro della musica italiana, che è in realtà un pilastro della canzone d'autore francese.

Cicciolina

"Lascia l'ultimo ballo per me", uscito nel 1979 sul primo LP di Ilona Staller (ungherese naturalizzata italiana), è un'altra cover adattata da Mogol, in questo caso di "Save the Last Dance for Me" dei Drifters. Cicciolina non si era ancora data alla pornografia vera e propria, rappresentava già un “inferno rosa" capace di scardinare la morale rigida e bacchettona del Bel Paese. In questo caso, è come se Mogol si schierasse dalla parte del rinnovamento e dell'apertura mentale, in diretta opposizione al Mogol che abbiamo visto sui giornali negli ultimi giorni.

Potremmo andare avanti all'infinito, citando il ricco background musicale, lirico e di esperienze di un mostro sacro come Mogol. Potremmo citare una clamorosa apparizione a Sanremo 2009 di Pupo, Paolo Belli e Youssou N'Dour in gara con “L’opportunità”, della quale Mogol curò il testo. Un testo che parla di accoglienza, integrazione, fraternità tra i popoli e tutte queste belle cose nelle quali “la soglia del 33 percento” non è contemplata.

Finito l'excursus, è evidente che il problema della musica "straniera" non esiste. L’ibridazione tra musica italiana e input “esteri” ci ha arricchiti. Mogol, segui i tuoi stessi consigli: “non dire le bugie, meglio dir la verità”.

Demented tiene per Noisey la rubrica più bella del mondo: Italian Folgorati.

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