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Ma quanto è ridicolo dire che protestare contro il Congresso di Verona è 'dargli visibilità'?

Stranamente, la maggior parte di quelli che lo dicono sono uomini etero, gli unici che dal Congresso e dai loro sostenitori non hanno nulla da temere.
Leonardo Bianchi
Rome, IT
Vincenzo Ligresti
Milan, IT
1.4.19
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Tutte le foto del Corteo Transfemminista di Verona di Vincenzo Ligresti.

La copertura mediatica di una manifestazione in Italia è un eterno giorno della marmotta—un qualcosa destinato a ripetersi all’infinito, sempre con gli stessi schemi.

Solo per fare qualche esempio: se è un corteo per il clima—come i #FridaysForFuture—lo si racconta solo quando è grosso, ma con un certo fastidio, e premurandosi di cospargerlo di paternalismo; se è un qualcosa contro Salvini, è un “favore” a Salvini; se è un corteo femminista, be’, allora nove volte su dieci semplicemente non esiste.

Nell’unico caso in cui non si può davvero far finta di niente, immancabilmente parte una lunga serie di distinguo. Lo si è visto in maniera davvero plateale, prima e durante il fine settimana, in riferimento a “Verona transfemminista”—la tre giorni di protesta organizzata da Non Una Di Meno e altre realtà contro il Congresso Mondiale delle Famiglie (World Congress of Families – WCF), culminata con la manifestazione di sabato.

Tralasciando il patetico vittimismo degli organizzatori del WCF—che sono arrivati a paragonarsi ai neri “ai tempi della segregazione”—e le esternazioni di Vittorio Feltri, sui social (e non solo) sono girate diverse opinioni contrarie alla protesta; e non sono arrivate solo da destra. Siccome mi sembrano critiche fuori fuoco o direttamente allucinanti, per comodità d’analisi le raccoglierò in tre categorie.

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La prima è quella secondo cui “il Congresso delle Famiglie andava ignorato.” Dopotutto, si trattava solo dell’evento di un pugno di fanatici retrogradi e fuori dal mondo—o di “sfigati,” come ha detto Luigi Di Maio, che vanno in giro con mini-feti chiamati “Michele”; non vale proprio la pena perdere tempo ed energie con questa gente, no?

Ecco, non potrebbe esserci un focus più sballato. Come abbiamo ricostruito qui su VICE, il WCF è di gran lunga il più importante meeting internazionale di gruppi e movimenti anti-scelta. Esiste da quasi trent’anni, e nel corso del tempo è diventato una specie di “prodotto” molto appetibile per le destre europee.

Tra l’altro, ignorare qualcosa che non ci piace non è mai stata una strategia particolarmente brillante. Anche perché, banalmente, i partecipanti al Congresso sono i primi a non ignorare i loro bersagli: al di là della retorica patinata e positiva sulla “vita” e sulla “famiglia,” nel corso di tutto il weekend si sono susseguite dichiarazioni piuttosto violente sull’aborto (paragonato a un delitto) o sugli omosessuali, soggetti da “convertire” o “guarire.”

La seconda, strettamente correlata alla prima, è che la contestazione “dà troppa visibilità” a una cosa tutto sommato marginale. Nulla di nuovo in questa argomentazione, per carità: qualche anno fa, ogni protesta contro Matteo Salvini veniva considerata la prima causa del successo mediatico del leader leghista—nonostante lo stesso occupi militarmente le trasmissioni televisive, da mattina a sera.

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Ma, per l’appunto, il WCF è un evento tutt’altro che marginale. E questa edizione ha visto la partecipazione di tre ministri, compreso il vicepremier; di parlamentari letteralmente organici al movimento “no gender” come Simone Pillon; o leader di partito come Giorgia Meloni. Il presidente stesso del WCF, Brian Brown, è uno dei più conosciuti attivisti anti-LGBTQI+ al mondo.

Il Congresso si è poi tenuto alla Gran Guardia, uno dei palazzi principali di Verona, con l’appoggio entusiasta del comune; e Verona è un laboratorio politico in cui si intrecciano leghismo, estremismo di destra e tradizionalismo cattolico. Ossia un modello che la Lega di Matteo Salvini vorrebbe esportare anche altrove.

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Stiamo pertanto parlando di un evento e di personaggi che, di loro, hanno già un’elevata visibilità. Non hanno certamente bisogno di una spintarella per apparire sui media.

Tra l’altro, non tutta la visibilità è positiva: le analisi e le inchieste uscite negli ultimi mesi hanno inequivocabilmente mostrato—per usare le parole di Neil Datta, autore del fondamentale rapporto Ristabilire l’ordine naturale—che il WCF è tutt’altro che “un’iniziativa dal basso di religiosi e cristiani. È piuttosto un forum riservato a élite di vario genere, che si scambiano idee e provano a convincersi che quelle stesse idee estremiste siano in qualche modo popolari.”

La terza, infine, recita più o meno così: “se si contesta un evento del genere, allora lo si vuole censurare!” Questa è l’argomentazione di gran lunga più insidiosa, perché si appella a quella che Luigi Manconi definisce “una concezione tecnica e neutrale della dialettica democratica e del libero confronto tra opzioni diverse.”

In pratica: se uno ha determinate idee, anche pessime, perché non dovrebbe essere completamente libero di esprimerle? Andare contro a certe idee, dunque, implica una qualche forma di “censura.” È un po’ quello che ha detto Giuseppe Cruciani de La Zanzara il primo giorno, apparendo a sorpresa sul palco del WCF: “Ovunque cercheranno di vietare a voi di parlare, ma a quel punto sarò uno di voi.”

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Oppure, come ha suggerito Enrico Mentana, non sarebbe meglio confrontarsi pacatamente nel fantasmagorico “mercato delle idee,” senza fare tutto questo bordello? Così facendo, alla fine, si vince tutti insieme.

Be’, no. Il punto è le persone che organizzano e partecipano al Congresso Mondiale delle famiglie parlano eccome—lo fanno da più di trent’anni a questa parte. E quelle parole sono tutte volte a imporre un modello di famiglia patriarcale, nonché a opporsi a matrimoni gay, aborto, e ogni politica progressista in fatto di sessualità, famiglia o identità di genere. In più, sono parole che hanno un peso: creano reti di di relazioni, fanno convergere una pioggia di soldi su organizzazioni e gruppi, e delineano strategie che possono tradursi in realtà attraverso norme e leggi—come sta succedendo in Italia e altrove.

Se chi subisce questa agenda protesta, non lo fa per regalare visibilità a casaccio o per insopprimibili istinti censori: lo fa per esercitare una pressione politica (anche su questa maggioranza parlamentare), per ribadire che esistono delle linee invalicabili, e soprattutto perché il suo corpo e i suoi diritti sono minacciati concretamente. Non è così difficile da capire.

E infatti, non è affatto sorprendente che molte di queste critiche siano arrivate da maschi bianchi di una certa età. Cioè da soggetti che dal Congresso Mondiale delle Famiglie e dai loro sostenitori non avranno mai e poi mai nulla da temere.

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