Italia

Abbiamo smontato le più grandi bufale della storia italiana

Fascismo, Unità d'Italia, lotta partigiana, invasioni barbariche: le cazzate sulla storia italiana sono praticamente infinite.

di Niccolò Carradori
23 luglio 2019, 8:05am

Il popolo italiano davvero voleva l'Unità, o l'Italia come la conosciamo è stata soltanto una macchinazione dei massoni? Mussolini è stato traviato da Hitler? I partigiani erano tutti dei comunisti che portavano avanti una guerra civile ideologica? Questi tre sono soltanto alcuni dei temi storici che ancora oggi spaccano l'opinione nel nostro paese, e attorno a cui si creano dei falsi miti.

Un po' perché in generale ogni scusa è buona per schierarsi, anche a costo di forzare la memoria dei fatti; e un po' perché effettivamente gran parte della storia italiana è complessa e si presta a interpretazioni tirate per le maniche. Così abbiamo deciso di smontare o valutare alcuni degli stereotipi più abusati sulla storia italiana: quelli che ancora oggi restituiscono al presente delle forzature pretestuose per perorare cause politiche e sociali.

E per farlo ci siamo affidati alle considerazioni del professor Alessandro Barbero, che in questo momento è probabilmente il frontman della divulgazione storica in Italia. Diventato famoso per le sue collaborazioni ai programmi culturali di Alberto Angela sulla RAI (e altre trasmissioni a carattere storico), oggi Barbero si sta creando attorno un'aura quasi da icona della cultura italiana. Perché ha un'enorme capacità di raccontare la storia legandola al presente e rendendola viva.

Vi basta fare una rapida ricerca su Google per trovare centinaia di video, interviste, e interventi dello storico piemontese, e ognuno vale la pena di essere visto. Io recentemente ho assistito a una sua lezione su Napoleone, e quando è arrivato sul palco sembrava che stesse per esibirsi Kanye West.

STEREOTIPO 1: "NOI DISCENDIAMO CULTURALMENTE E DIRETTAMENTE DALL'IMPERO ROMANO, CHE RAPPRESENTA IL PERIODO FONDATIVO DELLA STORIA ITALIANA CHE CONTA. LE INVASIONI BARBARICHE HANNO MESSO FINE A TUTTO."

Il primo stereotipo che affrontiamo è uno dei più spinosi e controversi, sia perché affonda le radici in un lasso di tempo molto lungo—la storia di Roma, incluso l'impero Romano almeno fino alla caduta occidentale, è durata 1229 anni—sia perché ha attraversato fasi di ogni tipo. Per cui già inquadrare l'impero come qualcosa di omogeneo che può rappresentare un continuum di radici culturali e storiche è abbastanza approssimativo.

Il rapporto che molti italiani hanno con la storia percepita dell'Impero Romano ha due risvolti principali: la visione della purezza di un momento di grande rilevanza della penisola italiana nel mondo—quindi l'Italia come centro del dominio—e le invasioni barbariche (quindi in generale in concetto di immigrazione estesa) come qualcosa di dannoso, che mette fine a un'epoca d'oro per "l'Italia."

Un paio di anni fa, ad esempio, spezzoni di video in cui Alberto Angela e lo stesso Alessandro Barbero ricostruivano la caduta dell'Impero e parlavano delle invasioni è stato utilizzato, loro malgrado, come spot contro l'immigrazione.

"Riguardo al primo assunto," mi ha detto Barbero, "possiamo dire che preso singolarmente è sicuramente vero. C'è stato un momento in cui tutti gli abitanti dell'Italia erano romani, e si consideravano sudditi dell'Impero." Tuttavia, continua, "è anche vero che in precedenza alcuni italiani erano sanniti, oppure galli, oppure greci, e mille altre cose. E successivamente ci sono state fasi in cui alcuni italiani si consideravano longobardi, altri bizantini, altri arabi, e così via. Quindi quando parliamo di un'eredità culturale associata agli italiani, non esiste alcun motivo per pensare che quella fase sia stata più significativa delle altre."

Tra l'altro, mi spiega il professore, si consideravano romani non solo gli abitanti della penisola; ma pure quelli della Siria, dell'Asia Minore, dell'Egitto, della Spagna, del Nord Africa, eccetera. Questo perché "l'impero romano si estendeva su tre continenti, e all'apice era molto più probabile che un cittadino romano si sentisse al centro della propria cultura in Siria, che non avvicinandosi alle Alpi."

Passando alle invasioni barbariche, anche in questo caso alcune innegabili verità storiche vengono isolate dal loro contesto completo. "Alcuni storici per anni hanno cercato di sminuire l'impatto che le invasioni barbariche hanno avuto sulla caduta dell'Impero," dice Barbero, "mentre nelle sue fasi più violente, è stato realmente un evento traumatico, e non riducibile semplicemente a un'assimilazione di culture che avevano fatto saltare il limes."

Va comunque detto che per secoli l'impero ha gestito flussi migratori enormi, traendone un grande vantaggio grazie ad un'organizzazione politica molto solida. Chiunque accettava la superiorità della Stato poteva tranquillamente diventare cittadino. "I romani gestivano un impero multietnico, e non hanno mai pensato che essere cittadini significasse provenire da un determinato paese, o avere la pelle di un determinato colore," puntualizza il professore.

STEREOTIPO 2: L'UNITÀ D'ITALIA È STATA UNA FARSA ORGANIZZATA DAI MASSONI, IL POPOLO NON VOLEVA L'UNIFICAZIONE, E GARIBALDI È STATO UN DELINQUENTE ASSASSINO.

Anche se attualmente viviamo un momento politico molto particolare, in cui al sud sale sempre di più il gradimento per la Lega, il sentimento anti-italiano e di scissione fra nord e sud di molti cittadini e fazioni politiche nel tempo ha cementato una serie di castronerie assurde sull'Unità d'Italia.

I neoborbonici e gli indipendentisti veneti—con i loro miti riguardo alla Borbonia Felix e alla Serenissima—ne sono un esempio perfetto, ma in generale non serve far parte di questi gruppi per nutrire comunque false credenze circa il Risorgimento e le figure storiche che hanno portato all'Unità. Tutti questi miti servono ad alimentare l'idea secondo cui determinate aree dell'Italia dovrebbero chiedere l'indipendenza, o dovrebbero rivendicare i torti subiti, perché gli italiani non si sono mai sentiti veramente un popolo unito, e perché esistono troppe differenze insanabili.

Barbero premette subito che queste pulsioni indipendentiste e regionaliste sono in realtà molto recenti, e risalgono alla fine degli anni Ottanta e al crollo del muro di Berlino. "Una certa parte dell'indignazione popolare non era più incanabile nelle lotte operaie o sindacali," mi dice, "ed è allora che sono sorti i primi gruppi che propagandavano queste idee. Prima di allora l'identità italiana—anche nella pluralità politica precedente all'Unità d'Italia—è sempre stata nota agli abitanti della penisola."

Per il professore, "tutti i miti riguardo al fatto che gli italiani non si sono mai sentiti tali sono falsi storici." E lo dimostrano ampiamente i fatti. Che l'unificazione l'abbiano voluta soltanto i "massoni" e i Savoia, ad esempio, è semplicemente falso.

Innanzitutto perché il Regno d'Italia è stato compiuto attraverso un processo lungo almeno 40 anni, che ha i suoi primordi nei moti insurrezionali degli anni Venti dell'Ottocento ed è proseguito con gli infiniti tentativi di Mazzini, i moti del 1848, e tre guerre d'Indipendenza. I Savoia, Cavour, e il Regno di Sardegna in questo contesto ampio e variegato rappresentavano soltanto uno dei fattori in gioco: oltre ai liberali moderati e monarchici c'erano anche i repubblicani, che nel corso del tempo, pur fallendo continuamente, erano comunque riusciti a creare delle repubbliche temporanee sia a Roma che a Firenze. E in Sicilia le insurrezioni per emanciparsi dai Borbone andavano avanti da tempo immemore.

Si parla così facilmente di massoneria e di borghesia privilegiata perché si tenta—in modo estremamente becero—di inserire dinamiche proprie della Restaurazione e delle monarchie assolute in contesti odierni. La carboneria non era la P2, e i borghesi dell'epoca non avevano niente a che fare con la borghesia conservatrice che intendiamo oggi.

Ma anche supponendo che ci fossero in gioco fantomatiche mire elitarie, i fatti dimostrano che da sola la massoneria non è mai stata in grado di unificare il paese: basta conoscere la vita di Giuseppe Mazzini. "Quando Garibaldi sbarcò in Sicilia disponeva di 1000 volontari, che provenivano tutti dal nord," racconta Barbero. "Al momento della battaglia del Volturno, pochi mesi dopo, ne comandava 50000. E di questi la maggior parte erano volontari meridionali, e infatti il suo si chiamava Esercito Meridionale. Se si ha un minimo di rispetto per gli italiani di allora, e si consultano i documenti che ci hanno lasciato, si scopre che unificare il paese per moltissimi italiani era una priorità assoluta. E non solo di intellettuali come Settembrini e Poerio, ma anche delle persone comuni."

Detto ciò, non si può assolutamente negare che l'Unità d'Italia abbia portato anche strascichi molto negativi, soprattutto al Sud. "Non c'è dubbio che la Destra Storica abbia compiuto molti sbagli, e che molte aspettative degli italiani siano state disattese," dice il professore. "I contadini meridionali che si aspettavano che cacciando i Borbone sarebbe anche finito il latifondismo e che gli venissero concesse delle terre rimasero profondamente delusi. Ma non bisogna confondere l'insoddisfazione postuma del malgoverno con l'idea secondo cui l'Unità d'Italia non la volesse nessuno. Questa è una menzogna."

STEREOTIPO 3: MUSSOLINI È STATO TRAVIATO DA HITLER. SE NON FOSSE STATO PER L'ALLEANZA CON LA GERMANIA IL VENTENNIO NON SAREBBE COSÌ VITUPERATO.

Sulla figura di Mussolini girano falsi miti di ogni sorta, perché rappresenta ovviamente uno degli snodi storici più importanti e divisivi d'Italia, che ancora oggi dopo quasi 100 anni dalla Marcia su Roma non riesce a mettere un punto a questa storia.

Lo stereotipo che stiamo analizzando non è molto utilizzato quando si scende nel concreto della figura di Mussolini, ma fa parte di quelle credenze latenti che contribuiscono a mistificarne l'operato. Perché dannando completamente la parte finale del ventennio fascista, così disastrosa da non lasciare spazio a troppe giustificazioni, si cerca ovviamente di salvare quello che resta.

È importante innanzitutto chiarire, quindi, che Mussolini non è stato un pupazzo finito nelle mani del Führer in un momento di mancanza di lungimiranza e lucidità, ma che al contrario ne è stato il maestro. Mussolini è salito al potere in Italia nel 1922, 11 anni prima di Hitler: è stato lui a insegnare ai nazisti come si crea uno stato totalitario. Tanto che Renzo De Felice, uno dei massimi studiosi del fascismo, nel saggio I rapporti tra Fascismo e Nazionalsocialismo fino all'andata al potere di Hitler, spiega come Hitler stesso definisse Mussolini "maestro di dittatura."

"È chiaro che se si vuole fare un bilancio totale di Mussolini e del suo governo," mi ha detto Barbero, " a pesare sono soprattutto la questione delle leggi razziali e l'entrata in guerra. E in questi due casi effettivamente è vero che Mussolini fu fortemente trainato da Hitler [è noto, infatti, che Mussolini e Galeazzo Ciano speravano in tutti i modi che la Germania non arrivasse a far scoppiare una guerra, perché l'Italia era militarmente impreparata. Lo spiega bene il professor Barbero in questo video. Ndr]."

Ma per l'appunto, il Ventennio non è stato solo questo. "È vero che Mussolini è stato in grado di creare un grande consenso," prosegue il professore, " ma a chi sostiene che, guerra e leggi razziali a parte, Mussolini abbia fatto solo cose buone, vorrei chiedere cosa proverebbe se domani Calenda formasse una squadre di 'camicie azzurre' e le facesse uscire in strada a bastonare chiunque non gli vada a genio. Oppure se Di Maio desse ordine a qualcuno dei suoi di far sparire nel nulla qualche deputato del PD che risulta scomodo. È qualcosa che reputeremmo accettabile?"

STEREOTIPO 4: I PARTIGIANI ERANO TUTTI COMUNISTI, E LA RESISTENZA È STATA IN REALTÀ UNA GUERRA CIVILE DETTATA DALL'APPARTENENZA POLITICA.

L'altro grande terreno di scontro politico e sociale che riguarda il periodo della Seconda Guerra Mondiale è quello della Resistenza. Che nel corso del tempo sembra diventata appannaggio esclusivo della sinistra, perché sono molti i politici e gli elettori di destra che tentano più o meno velatamente di sminuire la festa del 25 aprile. Com'è vero che per molti cittadini di sinistra la Resistenza è diventata quasi una forma di "monopolio."

"Mettiamola subito così," inizia Barbero, "la Resistenza l'hanno fatta uomini e donne di tutte le classi sociali, di tutte le provenienze, e di tutti i partiti. Fra quelli partigiani c'erano reparti messi in piedi già all'indomani dell'8 settembre da ufficiali e sottufficiali dell'esercito, che coagulavano ex militari che rimanevano fedeli al Re. E siccome il Re aveva detto che l'Italia era diventata alleata degli americani e i tedeschi il nemico, bisognava combattere i nazisti."

Nelle file partigiane c'erano inoltre molti reparti organizzati e animati da idee liberali, progressiste, laiche, e assolutamente non comuniste. Poi, precisa Barbero, "nelle aree operaie o nelle zone in cui le rivolte dei braccianti erano state stroncate dai fascisti a bastonate—come nelle valli del biellese o nella pianura padana degli agrari—la maggior parte delle formazioni erano comuniste."

Non va nemmeno dimenticato, conclude Barbero, che anche se la Resistenza parte come fenomeno spontaneo, viene subito legittimato inquadrato e organizzato unitariamente dallo Stato. Le formazioni partigiane fanno riferimento al legittimo governo italiano, quello del Re al sud, e che anche i comunisti scelgono di accettare quando Togliatti torna a Salerno."

E infatti, a differenza di altre lotte partigiane di liberazione finite in guerra fratricide—come quelle in Polonia e Jugoslavia—gli scontri fra fazioni partigiane italiane "si contano sulle dita di una mano, e vengono sempre citati i soliti casi perché esistono solo quelli."

STEREOTIPO 5: LA SINISTRA/LA DESTRA HA GOVERNATO QUESTO PAESE PER 40 ANNI (RIFERENDOSI AI GOVERNI DEMOCRISTIANI).

Nella diatriba binaria del secondo Novecento italiano fra "comunisti e fascisti," uno dei mantra bipartisan è quello di addossare al lunghissimo dominio della Democrazia Cristiana l'etichetta della parte politica avversa. Nella visione storica superficiale di questi punti di vista l'Italia non sarebbe stata governata da un partito cattolico di centro formato da innumerevoli correnti diverse, ma si riduce tutto all'osso per perorare la propria causa.

Tutto però sta nel modo in cui vogliamo vedere la Dc. La peculiarità di quel partito, mi dice Barbero, "era di essere formato da correnti che avevano opinioni variegate sul modo in cui si doveva governare il paese. C'erano le frange più progressiste, e quelle più conservatrici. Ci sono stati i democristiani che propendevano per un'apertura ai sindacati e al movimento operaio, e quelli che temevano queste forme di contaminazione: e quindi queste specificazioni vengono prese a sinistra o a destra ed estremizzate."

La Democrazia Cristiana rimane comunque storicamente "un partito inter-classista, che non si può posizionare completamente in nessuna delle due aree," prosegue il professore. "Anche se essendo un partito fortemente anti-comunista, appoggiato dal Vaticano e dagli americani, sicuramente dire che la DC fosse di sinistra mi pare ancora più estremo."

STEREOTIPO 6: IL REFERENDUM MONARCHIA-REPUBBLICA FU UNA FARSA

Questo luogo comune, anche se meno dilagante e pervasivo—anche perché delle istanze dei monarchici ormai importa a veramente poca gente—è uno dei mantra del sistema complottista italiano, che vuole vedere brogli e macchinazioni ovunque. Si sposa bene con una tesi di complotto proprio perché l'esito del referendum del 1946 si giocò bene o male su distanze minime: e quando c'è una spaccatura così netta nella volontà della popolazione, si tenta sempre di inserirci qualcosa in più.

"Per comprendere quanto sia distante dalla realtà terra terra della politica e della democrazia che quel referendum sia stato sabotato, bisogna vedere la situazione per quella che era," ricostruisce Barbero. "Il referendum fu indetto, e questo è bene specificarlo, sotto quello che rimaneva un governo monarchico. Il re era ancora alla guida del paese nel 1946. Entrambe le fazioni poi, i monarchici e i repubblicani, utilizzarono una propaganda fortissima: e come ogni campagna referendaria che si rispetti è ovvio che ci siano state bugie, scaltrezze politiche, e così via."

Certo, qualche broglio può esserci stato; ma la domanda corretta da farsi è se siano stati realmente decisivi. "Quanti voti si devono contare, decine di milioni?", si chiede il professore. "E se anche ci fossero stati questi brogli, crediamo che barare sia prerogativa di una sola fazione? Pensare che i brogli possano stravolgere il risultato di un'elezione o di un referendum significa abitare su Marte."

"Quello che è certo," chiosa, "è che quel referendum dimostrò l'estrema spaccatura del paese. Il nord, più avanzato e ricco, votò Repubblica; mentre il sud optò per la monarchia (Napoli per decenni è rimasta la città più fedele ai Savoia, e questo dice molto anche dello stereotipo di cui parlavamo prima). Nelle città vinse la Repubblica, nelle campagne la monarchia. Sono questi risultati che testimoniano il corso che ha avuto quel referendum."

STEREOTIPO 7: GLI ITALIANI SONO UN POPOLO DI INVASI

Parte della nostra gestalt politico-sociale come paese è sicuramente quella del vittimismo. E questo stereotipo storico degli italiani come popolo aggredito, sempre conquistato e derubato—ci devono ancora ridare la Gioconda!—fa parte del sottobosco di storia popolare. Come tutti questi scampoli di storia estrapolata si basa su verità insindacabili, ma osservate da una sola prospettiva.

"È verissimo che gli italiani sono un popolo di invasi, assolutamente," mi dice Barbero. "Ma solo se guardiamo a una particolare zona del mondo: siamo stati invasi da popoli più potenti e ricchi, così come siamo stati noi gli invasori e i dominatori quando si trattava di zone del mondo più povere e di popolazioni più deboli."

Al tempo dei veneziani, ricorda il professore, "le colline della Serenissima si estendevano fino alla Grecia, e in generale a est di Trieste quando gli italiani si spingevano alla conquista diventavano un popolo dominante che imponeva le proprie regole e la propria lingua. E solo chi parlava italiano poteva occupare i posti di potere. E questo spiega tante cose tragiche che sono successe poi nel corso della storia."

Lo stesso discorso, conclude Barbero, "si deve fare per l'Eritrea, la Somalia, e l'Etiopia. Per gli abitanti di questi paesi siamo noi i conquistatori, gli invasori."

Aggiornamento del 24/07/2019: In una versione precedente di questo articolo, avevamo scritto che l'Impero Romano è durato 1229 anni. Ci riferivamo invece all'intera storia dell'antica Roma, e per questo quel passaggio è stato corretto.

Segui Niccolò su Instagram.

Crediti immagini: Imperatore Augusto, Garibaldi, mappa, partigiano, Cartolina con slogan Amedeo d'Aosta, Mussolini e Hitler di pubblico dominio;