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Prendere l'arte sul serio genera mostri - Intervista a Saverio Raimondo

Il comico romano sarà al MAXXI questa sera per parlare dell'evoluzione di Milano e Roma. Lo abbiamo intervistato per capire quale delle due città fa più ridere.

di Giacomo Stefanini
09 luglio 2019, 1:24pm

Saverio Raimondo, foto per gentile concessione di Comedy Central Italia

Saverio Raimondo non avrebbe potuto fare altro che il comico. È una cosa che si percepisce proprio dalla sua aura: lo anima un costante nervosismo (su cui ha scritto un libro, Stiamo Calmi! O come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare l'ansia) che si sfoga in un flusso ininterrotto di battute, battutine e in una tendenza a sminuire se stesso e ingigantire il resto, con effetti esilaranti.

Quando abbiamo parlato un anno fa, Saverio mi aveva raccontato di essere ossessionato dalla comicità fin dalla preadolescenza e di aver iniziato a lavorarci seriamente da quando aveva 18 anni, il che lo rende come minimo un predestinato. Il fatto poi che nel 2009 abbia partecipato alla fondazione del laboratorio Satiriasi, la serata romana che ha aperto la strada allo stile di stand up anglosassone in Italia, scardinando finalmente il monopolio del cabaret tutto maschere, parrucche, accenti e vocette che imperversava ai tempi, lo rende un vero eroe dell'umorismo italiano.

Negli ultimi anni con il suo talk show Comedy Central News, in onda tutti i venerdì alle 23 sul canale 128 di Sky, ha offerto un porto sicuro a chi soffriva per la mancanza di un Daily Show in Italia, ma soprattutto ha riempito i locali da Catania a Bolzano di gente sul punto di pisciarsi addosso dal ridere, e lo ha fatto con uno stile impeccabile e genuino, figlio di una tradizione comica che ha assorbito come una spugna, colorandola di italianità in maniera unica. E del resto è così che si finisce su Netflix.

Il satiro parlante, il primo comedy special di Saverio Raimondo, è uscito il 17 maggio: si tratta del terzo stand up comedian italiano ad approdare sulla piattaforma americana dopo Edoardo Ferrario e Francesco De Carlo, un traguardo che ha fatto senza dubbio cambiare marcia alla scena italiana. Gli spettacoli sono stati sottotitolati in tutte le lingue e sono visibili in 190 paesi, cosa che rende potenzialmente i tre stand up romani i comici italiani più conosciuti del mondo.

Ora Saverio è pronto a portare in giro una nuova ora di battute sul sesso orale, storie di vita e satira politica, a partire dal Monk di Roma mercoledì 10 luglio. Ma prima farà tappa al MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo martedì 9 luglio, per offrire la sua esperienza di comico sempre in viaggio, in particolare tra Milano e Roma, a un incontro intitolato 'Spazi Urbani: come cambiano e come ci stanno cambiando' sull'evoluzione di queste due città.

Ho telefonato a Saverio per capire quale delle due città fa più ridere, e siamo finiti a parlare di censura, di arte e di un'emergenza rifiuti che risale all'Impero Romano.

VICE: Sei stato tra i primi stand-up comedian italiani ad approdare su Netflix con un tuo spettacolo, Il satiro parlante. Com’è andata finora?
Saverio Raimondo: A meno di due mesi dall’uscita continuo a ricevere tantissimi riscontri positivi, tanta gente mi dice anche di aver riguardato Il satiro parlante più di una volta, forse per una particolare perversione. Quando è uscito non ero nemmeno più in grado di giudicarlo obiettivamente, perché l’ho filmato alla fine del 2017 e l’ho rivisto talmente tante volte in fase di post-produzione che non riuscivo più a capire se fosse cosa buona e giusta oppure no. Ma con una risposta del genere da parte del pubblico—e non solo quello italiano, ricevo giudizi positivi dagli Stati Uniti, dall’America Latina, dalla Turchia—sono sempre più orgoglioso del risultato.

Come la vedi la comicità italiana all’estero? Io ricordo un mio tentativo di spiegare a un gruppo di americani Fantozzi, per loro incomprensibile.
Anch’io mi sono ritrovato a spiegare Fantozzi. Due anni fa andai in Arabia Saudita, invitato dal consolato italiano a Gedda per la settimana della lingua italiana, a tenere uno spettacolo/conferenza sul rapporto tra lingua e cinema comico italiano. Decisi di concentrarmi su Fantozzi e ne mostrai alcune scene, e devo dire che i sauditi ridevano più o meno nei nostri stessi punti.

Rispetto alla traducibilità della stand-up comedy italiana, c’è un limite con cui il comico italiano deve fare i conti quando si confronta con l’estero: l’Italia, forse anche giustamente, è spesso vista dall’estero come un paese etnico. Lo stereotipo degli italiani, quello della pizza, della vespa e della mamma, è ancora fortissimo. To Rome With Love di Woody Allen, che ci ha fatto tutti inorridire perché è un film pieno di cliché da turisti, è in realtà la fotografia perfetta di come è vista l’Italia dall’estero. Per capire come ci vedono gli americani, per esempio, possiamo pensare a come noi consideriamo i paesi del Medio Oriente, o dei Caraibi. Quindi secondo me un comico italiano che vuole parlare all’estero dovrà fare i conti anche con questa “etnicità”.

A proposito di stereotipi, tu, come molti tuoi colleghi, vivi e lavori un po’ a Roma e un po’ a Milano. Questo ti espone a uno degli argomenti più abusati della comicità nazionale: le differenze tra le due città. Hai mai fatto pezzi al riguardo?
Essendo un comico satirico e parlando principalmente di cose marce e che non funzionano, Roma è uno dei miei argomenti prediletti. Ho anche del materiale sulle bellezze di Roma, che sono convinto siano in realtà delle bruttezze, delle mostruosità, delle anticaglie. Per esempio, secondo me il Colosseo e i Fori Romani sono l’anticamera dell’emergenza rifiuti di oggi. Del resto che cosa sono se non i rifiuti dei fasti imperiali? I Fori Romani sono l’abbandono di rifiuti ingombranti da parte dell’Impero Romano: colonne e capitelli abbandonati per secoli nel centro di Roma senza che l’AMA li rimuovesse, e ora i giapponesi vengono a fotografarli.

È sempre colpa dell’amministrazione precedente, insomma.
[Ride] L’amministrazione Romolo e Remo!

Alle tue serate live trovi delle differenze tra il pubblico milanese e quello romano?
Ora farò una generalizzazione, quindi da prendere con le pinze, ma una differenza tendenziale c’è. L’idea che mi sono fatto, per dirla in due parole, è che a Milano la gente esce la sera. Esce e va volentieri a vedere un qualche tipo di intrattenimento, magari nel frattempo mangia e beve, ma si gode anche la performance, che si tratti di musica o di comicità o di altro. C’è anche una tradizione comica di tutto rispetto nella città. Roma non è così. Tanto per cominciare è difficile far uscire le persone di casa, a Roma è impossibile muoversi e questo non aiuta. Ma anche quando esce, il pubblico romano è tendenzialmente un pubblico con le braccia conserte. Si siede lì e ti dice “famme ride”, mentre il pubblico milanese è più curioso e bendisposto.

Un’altra differenza antropologica la fa la cucina. Mi spiego: a Milano si mangia benissimo, lo posso sottoscrivere, ed è sicuramente la capitale del cibo etnico in Italia. Però tendenzialmente a Roma si mangia meglio. E, insomma, il cibo sbaraglia tutta la concorrenza. Mentre a Milano la gente si beve una birra e si mangia un hamburger, quindi non ha problemi nel frattempo ad ascoltare un comico che parla, il romano preferisce concentrarsi sul suo piatto di pasta o sul suo saltimbocca—senza distrazioni.

C’è da dire, comunque, che la stand up in Italia è nata a Roma, con il gruppo di Satiriasi, e che molti stand up comedian italiani sono romani o abitano nei dintorni di Roma. Secondo me il motivo è che è un po’ come la New York pre-Giuliani: una città piena di disagio, invasa dalla spazzatura, in cui si vive un malessere che ha fatto da brodo primordiale per il tipico "umorismo del disagio" da stand up comedy.

È in corso la quinta stagione del tuo programma CCN su Comedy Central [tutti i venerdì, canale 128 di sky alle 23] e compari spesso in programmi Rai come Le parole della settimana. Nel tuo special parli di tutte le volte che sei stato quasi censurato, ma come si sta oggi da comici in TV? Trovi lo spazio che ti serve?
È vero che trovare uno spazio in cui esprimersi liberamente è difficilissimo, però si può fare. È importante lavorare sulle nicchie ed essere consapevoli di fare comicità di nicchia. Cercare di parlare a un pubblico mainstream potrebbe portare a snaturare un certo tipo di umorismo e a non lasciare soddisfatti né l’uno né l’altro pubblico. Io ogni tanto flirto con la TV generalista, siamo, diciamo, trombamici, ma è abbastanza chiaro in questa fase della mia carriera che io per la TV generalista sono come il cibo messicano: ottimo una volta al mese, ma tutte le sere diventa un problema.

La finestra che ho avuto nel programma di Gramellini, ad esempio, è stata una cosa molto positiva per me e spero di poter tornare la prossima stagione. Lì mi è stata lasciata una libertà di manovra molto rara per gli standard della TV generalista. Però credo che, per il mio stile, alternative come Comedy Central e Netflix siano la scelta migliore. È una cosa che mi permette anche di entrare in contatto con il pubblico più giusto per me.

In ogni caso sei molto bravo a cambiare registro secondo l’occasione. Vedendoti su Le Parole della Settimana, risulti un esempio perfetto di comico satirico “che fa ridere ma anche riflettere”. Ma se il pubblico medio di Gramellini vedesse una delle tue esibizioni da club, probabilmente rimarrebbe traumatizzato. Cosa ne pensi della dicotomia comicità alta/comicità bassa?
Per quanto mi riguarda le due cose vanno mischiate. La libertà che mi concedo dal vivo ovviamente non è compatibile con quello che mi viene richiesto in televisione, soprattutto se si parla di quella generalista. Però credo che il mio stile resti coerente, anche all’interno di queste guide, e il pubblico si renda conto che c’è anche altro. Quindi non temo il confronto con il pubblico televisivo dal vivo. Ma c’è anche un’altra riflessione da fare: se tu sei a casa il sabato sera e mi vedi in televisione, forse non sei una persona che esce di casa, quindi non c’è il rischio che ci incontriamo fuori [ride]. Mi rendo conto che la stragrande maggioranza di chi va a vedere la comicità dal vivo è gente che la televisione non la guarda. Non per snobismo, ma perché non sente più la pressione dell’appuntamento con il programma in TV—magari recupera tramite lo streaming o l’on demand. Ma mi sento di dire che ormai il pubblico della TV generalista e quello che viene a vederti dal vivo sono due pubblici diversi, separati, due rette parallele.

Quindi non ti è mai successo che qualcuno si indignasse a un tuo spettacolo?
Be', tendenzialmente oggi chi viene a vedermi sa chi sono e sa cosa aspettarsi, ma comunque anche quando mi sono esibito di fronte a un pubblico più “anziano” l’ho trovato sempre disposto a ridere di qualunque cosa.

A proposito di serate live, stai preparando un nuovo special?
Mercoledì sera sarò al Monk a Roma con tutto il materiale dell’ultimo anno, perfettamente rodato nei club. C’è molta satira sul rapporto uomo-donna dopo il #metoo, c’è molto sesso orale (spero anche dopo lo spettacolo), c’è molta satira politica, e credo che racconterò quello che mi è successo un anno fa quando mi sono esibito per il Papa al Circo Massimo.

Adesso che mi hai detto questa cosa avrei molte domande sul Papa, ma aspetto di vederti dal vivo per sentire il pezzo. Ultima domanda: pensare a te, un comico, dentro un museo come il MAXXI mi ha spinto a riflettere sulla comicità come forma d’arte. Pensi che la gente consideri quello che fai arte? O è un’arte minore, indegna? E tu come la vedi, ti senti sacrilego a esibirti in un museo così importante?
Sacrilego? Lo spero, nel senso che per deontologia professionale più sono sacrilego e meglio è [ride]. Ma penso che i musei siano stati desacralizzati ormai da tempo, e in caso fosse rimasta un minimo di sacralità farò in modo di eliminarla io. Sulla questione della comicità come forma d’arte, la risposta ha due facce. Fare l’artista non è poi così diverso da fare un qualunque altro lavoro: anche l’artista ha le sue scadenze, il commercialista, la dichiarazione dei redditi… insomma, è un lavoro. Da sempre i comici italiani a un certo punto della loro carriera cercano la legittimazione. C’è chi arriva perfino a leggere Dante o a fondare partiti politici per trovare un po’ di legittimazione! Invece un comico deve essere illegittimo. Quindi, ecco, sì, sono un artista, ma proprio per questo non vado preso sul serio.

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