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Foto via Netflix.
Cultura

Fan de 'La casa di carta' spiegano perché amano così tanto la serie

"È lo specchio di questi tempi: soluzioni semplici a situazioni complesse."
27 agosto 2019, 7:38am

Una versione di questo articolo è stata pubblicata nel 2019, a seguito dell'anteprima della terza stagione de La casa di carta. Lo riproponiamo in occasione dell'uscita della quarta stagione.

Viviamo in un mondo nel quale il successo planetario di una serie tv spagnola basata su un gruppo di criminali carismatici è ormai assodato; ma mentre i confini nazionali della serialità così come la conosciamo si dissolvono, La casa di carta non è solo la serie europea più vista. Rappresenta, piuttosto, uno dei rari casi in cui non è stato il mondo anglosassone (o meglio, non solo) a partorire una hit globale. Da persona che guarda decine e decine di serie tv per lavoro, non posso evitare di chiedermi con enorme curiosità: "Perché?"

Qualche tempo fa ho rivolto questa stessa domanda alla gente su Instagram, ottenendo in cambio molte risposte negative e arrabbiate il cui leitmotiv è stato: "è una serie grillina e populista." Stavolta ho deciso di limitarmi ai pareri positivi, e qui di seguito trovate quelli di fan dello show (alcuni del settore, altri no) che mi auguro possano gettare un po’ di luce sul fenomeno.

Nota: alcune "recensioni" sono state accorciate per ragioni di spazio.

Credo che la forza sia la costruzione dei personaggi. Impariamo a conoscerli piano piano e a identificarci con loro, un po’ come in Dexter siamo portati a tifare per i cattivi: sono umani, persone come noi che combattono un potere e un sistema che, da come è rappresentato, non piace a nessuno. Il ritmo della storia fa il resto, con momenti lenti dove sembra sia tutto tranquillo alternati ad altri velocissimi in cui quasi non ti rendi conto di cosa sta per accadere. Questo fa sì che lo spettatore resti sempre in bilico tra il presente, il passato (dei flashback) e un ipotetico futuro tra le aspettative dei protagonisti e quello che realmente potrebbe succedere. Perché il bello dell’essere umano è quello: puoi sognare finché vuoi, ma è la capacità di rivedere i sogni in base alla realtà e alle opportunità che fa davvero la differenza—Federica Cantrigliani

Pur essendo un prodotto dalla qualità di scrittura non all’altezza di altre produzioni di largo successo (per esempio la scrittura lacunosa che non ha scoraggiato Il Trono di Spade_), il pregio de_ La casa di carta è quello di presentare una narrazione dal ritmo dinamico, che porta in scena personaggi entrati nell’immaginario collettivo—come la Nairobi di Alba Flores cui viene affidata la sequenza più suggestiva della terza stagione e il Denver di Jaime Lorente—per una visione in binge watching appassionante e coinvolgente, a cui si perdonano alcune cadute di tono melodrammatiche—Francesco Fabio Parrino

Una persona di una certa età che conosco piuttosto bene e ha guardato lo show mi ha detto: "Mi ricorda i musicanti di Brema," la favola dei fratelli Grimm. È vero. Ed è lecito, infatti, dire che i personaggi de La casa di carta—i cui nomi somigliano ai filtri delle storie di Instagram—ricalchino alcuni stereotipi tipici di molte narrative. Aggiornati alla nostra contemporaneità sarebbero a grandissime linee la Pupa (Tokyo), il Secchione (il Professore), la Ribelle (Nairobi) e il Matto (Denver), per citarne alcuni. Quindi: la serie piace perché è sufficientemente prevedibile.

Di base La casa di carta funziona (o al contrario, viene rigettata in toto) perché è un esercizio estremo di sospensione di incredulità. Se si accettano le condizioni di base poste dal Professore senza porsi domande, è un viaggio leggero e adrenalinico dove la posta in gioco è sempre al rialzo. È una giostra, una escape room a cui tutti sono invitati e affrontata con questo spirito funziona, con tutti i suoi difetti—Davide Mancini

Il paragone con la escape room è particolarmente pertinente se si considera che proprio il continuo meccanismo generato dagli ingranaggi "intoppo" e "soluzione" consente di farsi strada nella vicenda. Personalmente mi stupisco della capacità della storia di svilupparsi attraverso dialoghi che assomigliano a slogan perfetti per i meme (l’Empieza el matriarcado di Nairobi, per esempio) e composizioni pensate per essere gif mentre a ognuno dei personaggi, di volta in volta, toccano scelte fatali capaci di far procedere l’intreccio in una direzione o nell’altra. Se domani Netflix pensasse a uno speciale interattivo tipo Bandersnatch per La casa di carta, dubito che gli autori avrebbero molti problemi ad adattare la serie al format.

Per me La casa di carta unisce tre passioni: i ladri gentiluomini, la tensione erotica senza speranza e l’indifferenza per il realismo, tipico delle telenovelas—Mafe De Baggis

Di questo ultimo commento prendo in prestito soprattutto la tensione erotica: ci si innamora dei personaggi, specie quando sono innamorati a loro volta; e se il sesso è effettivamente uno dei più possenti motori del mondo, si traduce come forza anche nelle serie tv. Importante anche il cenno ai ladri gentiluomini che riguarda l’anima classic heist dello show, filone nutrito da pellicole che vanno da Giungla d’asfalto del 1950 fino a Ocean’s Eleven. E probabilmente attira gli appassionati del genere.

La casa di carta _è un guilty pleasure (e molti ne sono consapevoli, perché nessuno grida al capolavoro) che prende la pancia dello spettatore, e lo fa mettendo sul tavolo elementi nazionalpopolari come l'attacco al potere e a uno stato che non ci rappresenta, vestendo i panni degli "everyday superheroes". Non hanno abilità speciali, non hanno doti particolari, ma indossano un costume che rappresenta degli ideali condivisi anche dall'altra parte dello schermo. È questo legame che permette alla trama di fare cosa vuole e per questo lo paragono all'innamoramento. Mica lo sai perché ti innamori. Lo senti e basta—_Anna Sidoti

Due cose amo in particolare: l'estetica fumettistica di certe scene, come quando Tokyo rientra nella zecca in moto o Rio saluta con il pugno chiuso i suoi fan davanti alla banca in una sequenza assurdamente lunga; e poi che di fatto è un grande, divertente e anche dichiarato melodramma tipicamente spagnolo. Tra l'altro, per qualche motivo, molte delle scene fondamentali si svolgono nei bagni; immagino che la cosa sia voluta—Anna Lovisolo

Dell’appeal alla pancia ho scritto nell’introduzione del pezzo, ma è vero che la gang è una gang di supereroi senza superpoteri. Gli Avengers IRL per chi si è rotto le palle degli Avengers. Ognuno, peraltro, è dotato di una maschera inconsumabile (sì, c’è il discorso Anonymous che riporta a Mr. Robot che riporta ad Alan Moore/Guy Fawkes/V for Vendetta) capace di annullare, ma allo stesso tempo enfatizzare, la distinzione tra individuo e massa. Sotto le facce di plastica di Dalì ci sono le facce di persone spesso molto attraenti e connotate da vezzi unici.

Il potenziale iconico della serie è il vero punto di forza, per come la vedo; quello che meglio si combina all’afflato rivoluzionario un po’ generico di cui si parla. Qualche tempo fa, a Canneseries, il festival delle serie tv che si tiene a Cannes, ho avuto modo di intervistare Gregg Araki per la sua serie tv Now Apocalypse (mai arrivata da noi) scritta con la mitica Karley Sciortino. L’autore per cui la profondità è quasi sempre questione di superficialità mi ha detto: "Il successo di una serie tv in tempi della saturazione è dettato almeno al 90 percento dal casting." Si può essere d’accordo o meno, ma nel caso de La casa di carta credo l’affermazione valga particolarmente.

Chiudiamo con i due pareri definitivi.

Nessuno dirà la verità. La casa di carta è come la masturbazione: si fa, ma ci si vergogna a dirlo. Piace perché è un prodotto “pop” che non ha l’ambizione del successo di critica; ma il pubblico se lo va a cercare, e ha sempre qualcosa per ciascuno.

E poi è realizzato con molta cura, per essere quello che è. Hanno usato la color palette in maniera magistrale: rosso e giallo a strafottere. Rosso e giallo come la bandiera spagnola; rosso come il sangue, giallo come l’oro. Hanno copiato qua e là, ma bene, traducendo il tutto in versione nazionalpopolare. C’è Hank che sul cesso ha la rivelazione su chi sia Walter White. La scena non è bella uguale, ma è girata nella versione comprensibile da mia nonna. Si sono detti: qual è l’obiettivo più difficile delle serie corali? Fare in modo che il telespettatore si ricordi i nomi di tutti. E hanno risolto con la cosa dei nomi di città. Che vuoi dirgli? Certo la trama non è minimamente credibile, e a tratti sconfina nella soap, a tratti proprio nel ridicolo. Ma qualcuno è disposto a sostenere che per Jack Bauer e 24 non sospendevamo l’incredulità, quando una bomba nucleare scoppiava in un quartiere di Los Angeles, e il resto della città si limitava a constatare: "Uh, guarda: un fungo nucleare!"?—Gianluca Neri

Perché è lo specchio di questi tempi: soluzioni semplici a situazioni complesse—Omar Rashid

¯\_(ツ)_/¯

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