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L’incidente del passo Dyatlov, uno dei casi più inquietanti della storia russa

60 anni fa, la regione settentrionale degli Urali fu il teatro di uno dei più affascinanti misteri dell'epoca moderna.
8.10.15
passo dyatlov
Questa foto sviluppata da uno dei rullini ritrovati mostra l'equipe che si prepara per la sua ultima notte, il 2 Febbraio1959.

Aggiornamento del 14/07/2020: L'11 luglio un procuratore russo ha dichiarato all'agenzia Ria Novosti che la misteriosa morte del gruppo di esploratori guidato da Igor Dyatlov, avvenuta nel 1959, è stata causata da "iportermia, disorientamento e una valanga." L'anno scorso la procura generale aveva riaperto l'indagine sull'incidente del passo Dyatlov, che per decenni ha catturato l'immaginario dell'opinione pubblica russa e generato teorie del complotto di ogni tipo.

In apparenza, quello che è passato alla storia come l'incidente del Passo Dyatlov sembra facilmente spiegabile: nove sciatori morirono nel mezzo di una difficoltosa traversata in condizioni estreme, a 30 gradi sotto zero. Ma i dettagli, basati per lo più sui diari ritrovati e sulle rilevazioni degli investigatori sovietici, sono agghiaccianti: la notte del 2 febbraio 1959, i membri della spedizione apparentemente squarciarono la loro tenda dall'interno e vagarono nella tundra indossando nient'altro che gli abiti usati per dormire.

Tre settimane dopo, vennero ritrovati cinque corpi lungo un pendio a qualche centinaio di metri dal campo originale. Ci vollero altri due mesi per trovare gli altri quattro i quali, curiosamente, indossavano parte degli abiti appartenuti ai primi. Sopra i vestiti vennero rilevati alti livelli di radiazioni. Oltre a queste anomalie vennero riscontrati anche gravi traumi interni, tra cui fratture al cranio e alle costole ma i ricercatori russi riferirono di non aver trovato segni di aggressione e chiusero il caso poco tempo dopo.

Il gruppo era composto da studenti e laureati della Ural State Technical University, esperti in spedizioni in aree selvagge. Il viaggio, organizzato dal ventitreenne Igor Dyatlov, aveva lo scopo di esplorare le pendici del monte Otorten nella parte settentrionale della catena degli Urali e iniziò il 28 gennaio 1959. Yury Yudin, l'unico sopravvissuto, si ammalò prima che la spedizione raggiungesse le zone più isolate e si fermò in un villaggio vicino. Gli altri nove proseguirono e, da quello che si evince dalle fotografie sviluppate dai rullini recuperati dagli investigatori, la squadra di Dyatlov si accampò nelle prime ore della sera del 2 febbraio sulle pendici di una montagna vicino al Ortoten.

Quella montagna viene chiamata dalla tribù locale dei Mansi, "Kholat Syakhl" che si traduce presumibilmente in "montagna dei morti," ma trattando una storia del genere, vorrei prendere con le pinze un nome così inquietante. Sta di fatto che la decisione di accamparsi in quel punto aveva poco senso: il gruppo si trovava a circa un chilometro e mezzo dal confine del bosco, dove avrebbe potuto trovare rifugio dalle condizioni climatiche estreme. Non era così tardi e non erano costretti ad accamparsi in tutta fretta quindi la scelta della posizione è, se non ingiustificabile, quantomeno discutibile.

"Dyatlov probabilmente non voleva scendere più in basso o aveva deciso di fare pratica nell'accamparsi sui pendii di montagna," ha raccontato Yudin al St. Petersburg Times nel 2008.

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Yudin abbraccia Dubinina prima della partenza.

Quell'accampamento per la notte fu l'ultimo della spedizione. Dyatlov aveva preannunciato che la squadra avrebbe raggiunto dei mezzi di comunicazione il 12 febbraio, premettendo che avrebbero potuto impiegarci comunque più tempo del previsto. L'allarme venne lanciato non prima del 20 febbraio e l'accampamento venne ritrovato dalle squadre di soccorso solo il 26 febbraio.

Quando gli investigatori raggiunsero il luogo, notarono che la tenda era squarciata dall'interno e trovarono le impronte di otto o nove persone che si allontanavano in direzione del limite superiore del bosco. Le scarpe e l'attrezzatura erano state abbandonate e le impronte sembravano quelle di piedi nudi o che indossavano solamente delle calze. In altre parole, sembrava che avessero rotto la tenda per uscirne in tutta fretta e correre affannosamente nella neve alta fino alla cintola, ma non c'erano prove dell'arrivo di aggressioni esterne o interne al gruppo.

I primi due corpi vennero ritrovati presso il limite del bosco sotto un pino gigante. Come già accennato, il bosco distava circa un chilometro e mezzo dal campo; gli investigatori scrissero che le impronte sparivano a circa un terzo del percorso, probabilmente a causa del tempo, in fondo erano passati molti giorni. Entrambi i cadaveri indossavano solo biancheria intima ed erano scalzi. Secondo i rapporti ufficiali, i rami dell'albero erano rotti, il che suggeriva un tentativo di arrampicata. Inoltre, nelle vicinanze vennero ritrovati anche i resti di un fuoco.

Altri tre corpi, tra cui quello di Dyatlov, rinvenuti in altri punti tra l'accampamento e l'albero, davano l'aria di essere diretti verso il campo. Uno di loro, Rustem Slobodin, aveva il cranio fratturato, anche se non si trattava di una ferita fatale. L'indagine venne chiusa dopo che i medici decretarono la morte per ipotermia .

Passarono altri due mesi prima che gli altri quattro corpi venissero rinvenuti sotto circa tre metri e mezzo di neve in un burrone, poche decine di metri più in basso dell'albero. Fu la scoperta più raccapricciante. Erano morti tutti per qualche trauma ma mancavano segni esterni. Nicolas Thibeaux-Brignollel aveva il cranio fratturato, sia Alexander Zolotariov che Ludmila Dubinina avevano le costole rotte e a quest'ultima mancava anche la lingua.

È possibile che il gruppo fosse alla ricerca di aiuto, pur trovandosi nel bel mezzo del nulla e senza l'attrezzatura adatta per fronteggiare le temperature sotto lo zero, prima di cadere in un burrone. Ma questo non spiega l'assenza della lingua di Dubinina. E mentre alcuni all'epoca ipotizzarono che gli esploratori fossero stato attaccati dagli uomini delle tribù dei Mansi, i medici legali dichiararono che i traumi rilevati necessitavano di una forza maggiore a quella di un essere umano per essere inflitti, soprattutto se si considera che mancavano tracce esterne.

"Le fratture erano della stessa portata di quelle causate da un incidente d'auto " dichiarò Boris Vozrozhdenny, uno dei medici che lavorò al caso, nei documenti a cui ha avuto accesso il Times.

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Foto scattata dagli investigatori che mostra lo stato in cui venne ritrovata la tenda del gruppo.

Le cose si fanno più strane. Gli ultimi quattro rinvenuti erano più coperti rispetto ai primi, a quanto pare avevano prelevato dei vestiti dagli altri cadaveri per continuare il loro viaggio senza meta. Zolotariov, ad esempio, indossava il cappotto e il cappello della Dubinina, mentre lei a sua volta aveva avvolto attorno ad un suo piede un pezzo dei pantaloni di lana di uno dei corpi ritrovati sotto al pino. Tanto per complicare la questione, vennero rilevate tracce di radioattività sui loro abiti.

La radioattività è difficile da giustificare, ma il resto del caso ha una spiegazione più plausibile rispetto agli alieni e agli esperimenti nucleari che molti amano tirare in ballo. "L'undressing paradossale" è un fenomeno rilevato nei casi di ipotermia, tanto quanto il delirio. La spiegazione più probabile è che l'accampamento sia stato sepolto da una valanga, il che spiegherebbe la tenda sventrata e alcuni dei traumi. Rimanendo sepolti sotto la neve, è molto probabile il sopraggiungere dell'ipotermia, il che spiegherebbe anche perché gli studenti partirono in cerca di aiuto senza portarsi dietro alcuna attrezzatura. Dato che cinque membri del team sono stati dichiarati morti per l'esposizione a temperature basse, questo scenario resta il più plausibile .

Eppure le traccie di radioattività restano veramente strane, così come il trattamento riservato all'indagine stessa. Dopo la chiusura del caso, i documenti relativi vennero sigillati e non furono riaperti sino agli anni Novanta. Mi sono interessato per un po' alla questione e ho cercato di scovare nuove informazioni ma le mie richieste alle varie agenzie di intelligence degli Stati Uniti non hanno portato a molto. La causa dell'incidente è ancora da chiarire, ma le interviste rilasciate dal principale investigatore che seguì la vicenda, Lev Ivanov, all'epoca in cui i documenti vennero riaperti, gettano nuove luce sulla stranezza del caso.

Ivanov fu il primo a notare che i corpi e gli attrezzi presenti erano radioattivi, dichiarando che il suo contatore Geiger impazzì nei pressi dell'accampamento. Rivelò anche che i funzionari sovietici gli chiesero di chiudere il caso, nonostante le segnalazioni del febbraio e marzo del 1959 dell'avvistamento di "sfere volanti luminose" nella zona.

"All'epoca sospettavo e ora sono quasi sicuro che quegli oggetti avessero una connessione diretta con le morti degli esploratori", ha detto Ivanov al giornale kazako Leninsky Put in un'intervista scovata dal Times.

Un altro gruppo di studenti accampati a circa 48 chilometri dal primo gruppo riportò simili avvistamenti nello stesso periodo. In una testimonianza scritta, uno di loro dichiarò di aver visto "un corpo circolare luminoso volare sopra al villaggio da sud-ovest verso nord-est. Il disco aveva praticamente le dimensioni della Luna piena ed emanava una luce bianco-blu circondata da un alone blu. L'alone lampeggiava in maniera simile ai lampi osservati da lontano. Quando il corpo scomparve oltre l'orizzonte, il cielo rimase illuminato per qualche minuto in quella stessa direzione."

La teoria principale, considerando la riservatezza che circonda il caso, la radioattività rilevata e l'aspetto di alcuni dei corpi, descritti come "molto abbronzati" da un ragazzino che aveva assistito ai funerali della vittime, è che il gruppo in qualche modo sì imbatté in un test militare sovietico. Ma, assumendo che i report corrispondano al vero, la causa dei traumi subiti da alcuni membri del gruppo tutt'ora non è nota.

È possibile che uno di loro avvistò qualche strana luce in cielo e tutti si spaventarono a morte fuggendo per salvarsi, ma non esistono prove di esplosioni nella zona, escludendo qualche sorta di test nucleare o simili. Tuttavia, anche questa ipotesi non spiega le fratture del cranio. Alcune potrebbero essere state causate da una caduta nel burrone ma, a voler essere precisi, la ferita al cranio di Slobodin non gli stava impedendo di fare ritorno al campo.

La presenza dei resti di un fuoco suggerisce che alcuni membri del gruppo fossero ancora nel controllo delle proprie facoltà mentali: la psicosi non è uno degli effetti noti causati dall'esposizione acuta alle radiazioni, ma questo non spiega perché siano fuggiti senza portarsi dietro l'attrezzatura. Si è trattato di un incidente o di un'insabbiatura? La spiegazione più semplice è probabilmente la migliore: la squadra venne travolta da una valanga e, in stato di delirio indotto dall'ipotermia, fuggì in cerca di aiuto. Le valanghe sono incredibilmente potenti e possono causare il genere di traumi contusivi rilevati su alcuni dei corpi.

Tuttavia, la mancanza di risposte esaurienti da parte dell'inchiesta ha reso questo caso uno degli argomenti preferiti di complottisti e cacciatori di alieni, perché, in effetti, è una vicenda molto strana. L'investigatore Ivanov è morto e a meno che non vengano diffusi altri documenti militari segreti, cosa che in molti continuano a richiedere, i dati a nostra disposizione non sono sufficienti a trarre delle conseguenze soddisfacenti e probabilmente quello che è stato battezzato come il mistero del Passo Dyatlov continuerà a mantenersi tale ancora a lungo.

@derektmead