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AvANa, il crittofritto e le illusioni perdute del Web

Abbiamo partecipato ai festeggiamenti per i vent'anni dell'AvANa, lo storico collettivo di hacker romano.

di Gian Volpicelli
23 dicembre 2014, 10:34am

​Se avete meno di trent'anni, l'espressione "collettivo hacker" vi farà probabilmente pensare ad Anonymous, Lulzsec e roba del genere: gruppi nati online da individui che vivono in tutto il mondo, difficilmente si sono incontrati di persona e preferiscono gli attacchi DDOS a una semplice manifestazione. Eppure non è sempre stato così.

Agli albori del Web, i collettivi hacker erano gruppi pionieri che, per ogni mail che si inviavano, passavano ore seduti a discutere del futuro della nuova tecnologiache allora sembrava luminoso e fantascientifico. Più che parlare di hacktivismo, si pensava all'attivismo senza caratteri aggiuntivi e a come Internet potesse essere uno strumento di comunicazione e organizzazione per portare avanti le battaglie di sempre sul territorio.

Uno di questi gruppi hacker, l'​AvANa—acronimo di Avvisi Ai Naviganti, intesi come pirati del web—di Roma, ha appena compiuto vent'anni e ha deciso di festeggiare. Per l'occasione ha ripercorso la propria storia e, con essa, l'evoluzione del rapporto fra web e attivismo politico, non necessariamente di sinistra. Domenica ero a Roma e mi sono aggiunto ai festeggiamenti.

Il quartier generale dell'AvANa è uno degli storici centri sociali occupati della Capitale: il Forte Prenestino a Centocelle. La rimpatriata di tre generazioni di hacker doveva iniziare alle tre; io per non sbagliare sono andato alle due, quando gran parte degli AvANi erano sulla piazza d'armi dell'ex fortezza, indaffarati a friggere verdure. Il fritto sembra avere una grande importanza nella mitologia di AvANa, tanto che padella e schiumarole fanno bella mostra di sé sulle maglie dei membri del gruppo.

Tutte le foto: dell'autore.

La cosa risale a uno dei motti più fortunati dell'Avana odierna: "Se non critti siamo fritti," usato a partire dal 2012 per promuovere la crittografia dei dati. Anche se non ho capito bene come si sia arrivati dall'informatica alla pastella, ciò che conta è che lo slogan adottato dall'Avana 3.0 (dove la 1.0 è quella dei fondatori del 1994, e la 2.0 attraversa bene o male gli anni Zero) sia una dichiarazione di diffidenza nei confronti della Rete, luogo di minacce e pentoloni d'olio bollente, in cui nascondersi e schermarsi.

Nella nostra era post-Anonymous e post-Snowden, la cosa sembra ovvia. Non lo era quando AvANa nacque, due decenni fa. Il collettivo, inizialmente, si formò attorno a una BBS, un sistema che permetteva agli utenti—che si riunivano in una delle sale del Forte–di scambiarsi messaggi e condividere file, e che nella Roma del 1994 era una rarità.

"Fummo fra i primissimi, insieme all'Agorà Telematica del Partito Radicale, a fornire accesso alla rete tramite Fidonet, l'antenato del World Wide Web," mi ha detto Andrea Natella, uno dei veterani di AvANA, nei sotterranei del Forte. Andrea ha anche spiegato come internet fosse percepito dagli AvANi: "Sembrava una tecnologia rivoluzionaria–ma nel senso letterale del termine. All'epoca, la modalità di comunicazione privilegiata era la televisione: verticale, dove un editore parlava dall'alto a tutti gli altri; internet sembrava scardinare questo modello, instaurando una comunicazione orizzontale. Poteva davvero servire a fare la rivoluzione."

C'era un elemento di ricerca di senso per una sinistra-sinistra che nel 1989 aveva visto collassare la sua ideologia e ora cercava un nuovo spazio di libertà e condivisione. Ma c'era anche un elemento innovativo e visionario di stampo cyberpunk, una voglia di speculare sulle possibilità quasi fantascientifiche di una rete nascente.

In un angolo della sala del Forte, AvANa aveva approntato dei telefoni che trasmettevano a ripetizione le testimonianze registrate di vari membri del collettivo: si sentono pronunciare termini come "cyber-femminismo" (secondo cui nel mondo della rete le identità, comprese quelle di genere, si fluidificano), nomi iconici come Luther Blissett (utilizzato in prevalenza proprio da Andrea, che oggi è famoso per aver creato il sito virale ​Thisman e, in generale, si sente parlare di una Rete libera e liberatrice. Proprio per questo l'AvANa degli inizi puntava molto sulla "evangelizzazione", organizzando dei corsi per l'utilizzo di internet—così da fornire a chiunque gli strumenti per l'emancipazione.

Poi internet è entrato praticamente in tutte le case d'Italia e le cose sono cambiate. Come? Da un lato, le speranze si sono concretate: che la rete possa servire a organizzare e raccontare proteste e rivoluzioni è oggi un dato di fatto, confermato da Madrid a Piazza Tahrir. D'altro canto, agli occhi AvANi, il Web di oggi setacciato dai governi e controllato da grandi corporation è tutt'altro che libero.

Tutto ciò che è legato all'internet di un tempo, e più in generale alla comunicazione vecchio stile, oggi sembra fichissimo.

Come mi ha fatto pensare davanti a una birra l'hacker-artista Salvatore Iaconesi, presente al meeting, oggi Google è fondamentalmente "un'infrastruttura" del governo americano, che siede ai tavoli dell'Onu e si esprime con un linguaggio diplomatico; Facebook è un "provider di identità", che mira a essere il passaporto del futuro. Rivoluzione e reinvenzione dell'identità, insomma, stanno perdendo terreno.

"Col tempo ci siamo accorti che lo strumento di liberazione era diventato uno strumento di dominio del capitale," ha riassunto uno dei fondatori di AvANa, Maurizio "Graffio" Mazzoneschi durante la rimpatriata. È questo a spiegare il passaggio dall'AvANa tecnoentusiasta di ieri all'AvANa di oggi, focalizzata nello sviluppo di dispositivi crittografici, il salto da cyber-punk a cypherpunk e dal Neuromante di Gibson alla maschera di Guy Fawkes. Per continuare a utilizzare internet per manifestazioni e proteste, AvANa 3.0 ha dovuto scambiare l'evangelismo con l'anonimato.

Quella di AvANa è per certi versi la storia delle illusioni perdute del Web, di come nell'immaginario dei rivoluzionari-hacker, uno spazio libero sia stato via via normalizzato. Certo, internet rimane quello che è: uno scrigno di possibilità di ogni tipo–ma a patto di restare sulla difensiva.

Come ha spiegato uno degli AvANi di ultima generazione, gli hacker iniziano sempre più a credere che "il passato è il futuro. Tutto ciò che è legato all'internet di un tempo, e più in generale alla comunicazione vecchio stile, oggi sembra fichissimo. Tanto che recentemente abbiamo provato a sostituire i nostri cellulari con delle ricetrasmittenti." Non è tanto John Zerzan a parlare qui, quanto l'emergere di una mitologia: un'età dell'oro telematica che comincia a diventare storia.