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Tutte le foto per gentile concessione dell'autrice.

Lo strano 'vuoto' che provi a vedere Venezia scomparire

Non è solo la minaccia del livello del mare che sale: Venezia si è evoluta per accogliere milioni di turisti, sacrificando una comunità complessa e sfaccettata.
23.9.20

È ora di darsi una svegliata. Per il Global Climate Day of Action, VICE Media Group racconterà solo storie sulla crisi climatica in atto. Clicca qui per leggerle tutte.

Sono nata a Venezia, per la precisione a Castello, dietro Campo Do Pozzi, negli anni Ottanta. Ero una di quelle bambine che giocava a calcio sempre, per le strade di una delle poche città in Italia dove il traffico delle macchine non sarebbe mai arrivato.

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All’epoca, Castello—dove si tiene la Biennale, per capirci—era un po’ fuori mano e non era ancora la Venezia minore per il turismo sostenibile. C’era il “matto rosso,” che mi rincorreva e io scappavo, e la “matta Nene” sul ponte, sempre con i bigodini in testa. C’erano gli adulti che nelle ore di punta andavano e tornavano dal lavoro. In Campo Do Pozzi c’erano poi tanti gatti randagi, un parrucchiere, un falegname, un fruttivendolo, un’osteria, un macellaio, un alimentari e un via vai costante di persone. C’erano centinaia di bambini e bambine, che indossavano ampie felpe fucsia e arancione fluo e le Air Jordan, come oggi. Ma nessuna o quasi delle altre cose è ancora lì.

Il problema di Venezia lo conosciamo come un ritornello tutti quanti: la città, costruita sull’argilla nel corso di centinaia di anni, sta sprofondando nel mare. Questo è in parte intrinseco alla sua natura geologica—ma un fenomeno che fino a un secolo fa poteva definirsi lento e costante è stato aggravato da un’industrializzazione massiccia della laguna e del porto dal dopoguerra in poi, e dall’innalzamento dei livelli del mare globali dovuto alla crisi climatica.

C’è però un’altra questione legata a Venezia: negli ultimi decenni il suo ecosistema—naturale, sociale e culturale—è cambiato. È un’evoluzione strana da osservare, per chi come me ha vissuto Venezia fino all’età adulta e l’ha poi lasciata, trasformandola nel luogo dove tornare quando possibile. Per quanto tu possa e voglia fidarti del presente, ti suscita a forza uno sguardo languido e nostalgico.

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L'autrice, bambina, a Campo Do Pozzi, a Venezia, nel 1987. Immagine per gentile concessione dell'artista e di Giorgio Panisson

Questo giugno, un’amica che vive ancora a Venezia mi ha mandato un messaggio. “Questa a Venezia sarà l’estate più bella della nostra vita,” mi ha scritto, riferendosi all’estate della pandemia. E così è stato: il crollo del turismo di massa ha fatto sì che non fossimo più una minoranza nella nostra stessa città, così come l’assenza di grandi navi ha lasciato il moto ondoso contenuto e il mare più pulito. Si notava ovunque una proliferazione di iniziative per riprendersi gli spazi urbani e di mare. Siamo stati tutti tanto insieme.

Mentre la maggior parte delle persone, per ragionevoli motivi legati alla pandemia del COVID-19, ha vissuto un’estate di anormalità—dove la “normalità” è stata strappata dalle mani—a noi veneziani è stata regalata un’estate normale, e dunque per noi esorbitante. Abituati allo schiacciamento del turismo di massa e dei grandi eventi che attraversano l’isola, per la prima volta dopo molto tempo abbiamo respirato, riso e nuotato come non succedeva da decenni, e ci siamo aggrappati all’idea che questo possa innescare una seconda, diversa evoluzione, lasciandoci alle spalle ogni insopportabile nostalgia—ma alleggerendoci anche dal pensiero del collasso.

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Fotografia tratta della serie "People do Water", (2013-2020) di Benedetta Panisson. Immagine per gentile concessione dell'artista

I nostri genitori facevano sempre il bagno nei canali, noi solo agli ultimi giorni di scuola cercando di non bere l’acqua, i nostri figli mai. In realtà, sembra che i rii stiano meglio di trent’anni fa da un punto di vista di contaminazioni chimiche, grazie anche ai controlli tecnologicamente più avanzati, i cui dati sono raccolti nell’ultimo rapporto sullo stato ambientale delle acque del 2010; soffrono però di un particolare elemento inquinante che aumenta di giorno in giorno, rendendoli comunque non balneabili: la defecazione espulsa dalle strutture alberghiere. In altre parole, dovremmo batterci contro le feci, per riconquistare il nuoto nei rii.

Anche le specie animali che abitano Venezia e la sua laguna sono cambiate. Decine di specie aliene di macrofiti, molluschi e crostacei esotici trasportati dalle navi da carico nell’Adriatico hanno alterato i cicli di vita di quelle autoctone, soppiantandole. I campi e il cielo di Venezia sono pieni di gabbiani reali, con 140 centimetri di apertura alare. Si sono insediati qui solo quando andavo all’università, complice la maggiore disponibilità di cibo fornito dai turisti e la minore presenza di predatori naturali. Vederli volare indisturbati tra le persone—o tra le calli vuote durante i mesi di quarantena—è osservare “la natura che si riprende gli spazi,” dicono alcuni; in realtà è piuttosto il frutto di una complessa relazione, per nulla romantica, tra gli umani, l’ambiente, e la forza adattiva di un essere, che differisce però di essere in essere.

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Fotografia tratta della serie "Come to Venice", (2008—) di Benedetta Panisson. Immagine per gentile concessione dell'artista

Nella massimizzazione del capitale, la vita organica, le persone, gli animali, le piante che popolano isole, calli e laguna sono un extra insostenibile, un surplus di non facile gestione. Sono diventate la “minoranza” di una comunità che subisce da decenni impatti numericamente schiaccianti. La biodiversità, le creature acquatiche invisibili, l’ossigeno rilasciato dalle alghe, la risata, l'ebbrezza, il silenzio di notte, il canto del pesce corvina alle bocche del porto, la cinematica delle onde del mare sono oggi i margini di Venezia, quando potrebbero occuparne il centro, tanto quanto Palazzo Ducale.

Negli ultimi 40 anni la popolazione di Venezia si è dimezzata: contava circa 95.000 abitanti residenti nel 1980, nel 2020 ne conta 52.000; è stato definito come un esodo, che è una forza centrifuga. Mentre una forza centripeta attrae ogni anno 12 milioni di turisti e me, che da quando vivo a Milano per lavoro sento un richiamo a cercare di essere sempre, il più possibile, a Venezia. Tutti i centri storici italiani subiscono da un lato le trasformazioni indotte dal turismo di massa, e le conseguenze di un più profondo spopolamento per mancanza di opportunità—in pratica, spopoliamo i centri storici per poi andare a visitarli come esploratori. E Venezia non è esente da questa dinamica.

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Fotografia tratta della serie "Come to Venice", (2008—) di Benedetta Panisson. Immagine per gentile concessione dell'artista

Persino (o soprattutto) la sorte del sestiere di San Marco, quello centrale, è del tutto simile a quella degli altri. Qui, anzi, una certa omologazione di un negozio all’altro, di un Airbnb all’altro, di un hotel all’altro, è ancora più specifica.

Io mi sono spostata da Castello a San Marco nel 2000, poco prima di trasferirmi a Milano. È in quegli anni che l’altezza del gradino che separa il masegno della calle dalla porta di casa si è dimezzata, per l'attuazione di un  progetto ambizioso che ha sopraelevato di qualche decina di centimetri alcune parti della città per salvaguardarle dal crescente livello delle alte maree. Potevo osservare un immenso problema globale ogni volta che compivo un semplice passo per entrare a casa.

Negli ultimi anni, ha cominciato a cambiare la percezione stessa dell’acqua alta negli abitanti di Venezia: se prima non ne avevamo mai avuto paura—ai bambini piaceva, persino—l’ultima, a novembre 2019, che per giorni di fila ha sfiorato il record unico del 1966, ci ha spaventati. Mi ha spaventato vedere persone che convivono con l’acqua alta da 80 anni terrorizzate dalla nuova anomalia.

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Fotografia tratta della serie "Come to Venice", (2008—) di Benedetta Panisson. Immagine per gentile concessione dell'artista

Sapere e vedere che la tua stessa comunità sta sparendo non è un pensiero che ti lascia addosso una sensazione di benessere, o di spazio; bensì di vuoto, e non di vuoto meditativo, ma di vuoto rabbioso, una rabbia malinconica e molle. Quella, per dire, che ogni volta che cammino per Venezia mi fa venire voglia di essere dispettosa. Una giullare pronta a spintonare, a essere volgare, a mettere in ridicolo, a esibire un riso cicatrizzato sulla faccia. Mi chiedo se un esercito di giullari possa rappresentare la salvezza—un antidoto anche all’ipocrisia di una città che si è arricchita enormemente dal proprio stesso sfruttamento.

Venezia accoglie e appaga fantasie altrui, si nutre di esotismi. Diventa, di volta in volta, le immagini che la piccola isola induce negli estesi immaginari storici, mediatici, turistici, scientifici: Venezia è contemporaneamente vittima e carnefice, bella e brutta, sfarzosa e povera, sostenibile e inquinata, sicura e a rischio, stracolma e vuota, conformista e queer, elegante e volgare.

Mi chiedo quando questa sua natura ibrida e umana tornerà a emergere, anche a dispetto di una “normalità” che non può più esistere.

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Benedetta Panisson è un’artista visiva e ricercatrice. Il suo lavoro esplora la relazione tra il mare, i territori insulari, i corpi, gli immaginari, le comunità e i loro margini. La città di Venezia è oggetto di indagine costante tra le sue opere, in particolare nel progetto fotografico “Come to Venice”.