Composizione: Hunter French | Immagini via Getty​
Composizione: Hunter French | Immagini via Getty.

Come una petizione per chiudere Pornhub è arrivata a due milioni di firme

Per la campagna TraffickingHub, è ora di dire addio a una delle più grandi piattaforme porno esistenti. Ma dietro c'è un discorso molto più complesso e pericoloso.
8.9.20

A febbraio del 2020, il Washington Examiner ha pubblicato un editoriale firmato da Laila Mickelwait e intitolato “Time to shut Pornhub down.” Nell’articolo la giornalista invoca la chiusura di Pornhub, citando alcuni dei casi più recenti di contenuti che non avrebbero dovuto stare sul sito: una serie di video che ha portato all’arresto di uno stupratore che aveva caricato online le immagini pornografiche delle sue vittime, e il caso contro Girls Do Porn.

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Poco dopo l’articolo, Mickelwait ha anche lanciato la petizione “TraffickingHub” che ora conta oltre due milioni di firme. A marzo, a Montreal, decine di persone—alcune provenienti da gruppi anti-pornografia e anti-sex work—hanno manifestato davanti alla sede di Mindgeek, l’azienda a cui fa capo Pornhub insieme ad altri siti per adulti come RedTube e YouPorn.

Le inchieste condotte da Motherboard sul caso contro Girls Do Porn hanno mostrato come siti come Pornhub vengano usati per molestare e controllare donne e pubblicare porno non consensuale. L’incapacità di Pornhub di far rispettare le proprie regole fa sì che il sito si riempia di video illegali. Ci sono molte, legittime ragioni perché le vittime di revenge porn e chi fa contenuti per adulti siano critici di Pornhub, e alcune di queste ragioni sono sottolineate anche da TraffickingHub.

Pornhub ha finalmente rimosso 'Girls Do Porn'

Ma chi firma questa petizione potrebbe non accorgersi che è sostenuta da una grande organizzazione cristiana, Exodus Cry, che si oppone alla decriminalizzazione o legalizzazione del sex work, e vuole abolire del tutto la pornografia. Sul sito, Exodus Cry sostiene di “impegnarsi per l’abolizione della tratta sessuale e per fermare il circolo dello sfruttamento sessuale, offrendo assistenza alle sue vittime.”

Secondo chi critica TraffickingHub, tra cui molte sex worker e persone sopravvissute ad abusi, Exodus Cry ha un passato di omofobia e bigottismo, e starebbe sfruttando la vicenda delle vittime da “salvare” per promuovere leggi dannose e pericolose per quelle stesse persone.


Le normative per cui queste organizzazioni di affiliazione religiosa si sono battute e hanno versato fondi hanno fatto danni tangibili a molt* sex worker, e perpetrato lo stigma sul sex work, dipingendo chiunque nella tratta come una vittima che ha bisogno di essere salvata.

Ma c’è altro. In passato, una “candidatura per responsabile di area” apparsa sul sito dell’organizzazione aveva destato non poche critiche.

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La candidatura implicava lo stringere una sorda di “patto di purezza”, rispondendo a domande come “Credi che il sesso eterosessuale al di fuori del matrimonio sia peccaminoso?” Sì/No, se No si prega di spiegare,” e “Hai problemi di pornografia?; li hai avuti in passato?; Hai o hai avuto pensieri, sentimenti o comportamenti omosessuali?”

La candidatura, scoperta e documentata dalla criminologa Gemma Ahearne nel 2019, non è più visibile sul sito, né sugli archivi Wayback Machine dal giugno 2019, in risposta a una richiesta di rimozione da parte del detentore dei diritti.

Il 19 agosto ho scritto via mail a Mickelwait per chiederle delle origini della candidatura. Mi ha risposto con una “dichiarazione ufficiale della Exodus Cry in merito alle accuse diffamatorie.”

La dichiarazione, pubblicata anche sul sito di Exodus Cry, recita che “Exodus Cry è un’organizzazione che dalla sua nascita non ha mai sostenuto, promosso o approfondito questioni al di fuori della tratta e dello sfruttamento sessuale. […] qualsiasi illazione che Exodus Cry abbia fatto campagna su altri argomenti è categoricamente falsa.”

La dichiarazione include anche una citazione del fondatore Benjamin Nolot, in risposta a un tweet del 2013 in cui diceva “mi oppongo al matrimonio omosessuale in quanto indicibile offesa a Dio e al Suo disegno di matrimonio tra un uomo e una donna.”

Un tweet del 2013 di Benjamin Nolot. Screenshot via Open Democracy

“Come gran parte del paese, dieci anni fa quando l’argomento era fortemente dibattuto, ho fatto un tweet dicendo che ritenevo che il governo avesse un ruolo nella definizione del matrimonio,” ha detto Nolot. “Anche il nostro ex presidente Obama aveva idee simili in passato. Oggi, come molti, le mie idee si sono evolute e credo che ogni individuo debba poter prendere queste decisioni per sé senza che il governo sia coinvolto. Sostengo il diritto delle persone a essere libere da ogni forma di oppressione e senza dubbio ciò vale anche per la comunità LGBTQ+.”

Inoltre, a detta di Mickelwait e stando a quanto scritto nella dichiarazione, Exodus Cry non ha “aree”, “dunque una ‘candidatura a responsabile d’area’ non ha alcun valore per il lavoro dell’organizzazione.”

Screenshot of a tweet by Laila Mickelwait.

Exodus Cry non avrà aree ora, ma le aveva a un certo punto, come si evince da un report annuale del 2009 e uno del 2010. Ho inviato entrambi a Mickelwait, che mi ha risposto con un’altra dichiarazione, attribuita a Nolot: “Abbiamo indagato e determinato che 12 anni fa, quando EC è stata fondata, un volontario ha preso un documento usato da un altro ministro come modello per EC; questo conteneva sezioni relative ad aree che sono rimaste inavvertitamente nel documento. Come spiegato, EC non ha aree, dunque la candidatura non è rilevante. Exodus Cry sta procedendo per rimuovere questi materiali ora che sono stati portati alla nostra attenzione.”

Le dichiarazioni fiscali dell’organizzazione mostrano come si sia distanziata negli anni dalla sua affiliazione religiosa. Nel 2015, si descriveva come “fondata sulla preghiera e devota all’abolizione della schiavitù sessuale tramite prevenzione nel nome di Cristo, interventi, e ripristino olistico delle vittime di tratta.” Nel 2017, Exodus Cry ha tolto la parte relativa a Cristo, e nel 2018 non includeva più riferimenti a preghiere o religione.

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Nel 2018, Open Democracy ha scritto di Liberated: The New Sexual Revolution, un documentario diretto da Nolot e presente su Netflix dal 2017, che racconta lo spring break in Florida e punta il dico contro la “hookup culture,” ma che è stato criticato per non aver rivelato la propria affiliazione religiosa.

Intervistando principalmente studenti del college ubriachi/e in spiaggia, il documentario illustra come la sessualizzazione nei media e nella cultura pop sia responsabile dell’oggettificazione del corpo delle donne e della mascolinità tossica. Identifica questioni che molte persone, a prescindere dal loro credo politico o religioso, trovano problematiche—come la cultura dello stupro—senza mai rendere esplicita, appunto, la propria affiliazione religiosa. Chi guarda il film su Netflix, in altre parole, non sa niente delle persone che l’hanno fatto.

TraffickingHub, similmente, ha ottenuto il sostegno sui social di molte persone che non sapevano cosa stavano firmando.


Ginger Banks, Gwen Adora, e Maya Morena sono tre delle molte sex worker che si sono espresse contro TraffickingHub, postando su Instagram, Twitter e TikTok video sulle radici conservatrici di Exodus Cry.

“È un cazzo di gioco pubblicitario, specialmente se la retorica è ‘O mio dio, ma dicono ‘ferma lo sfruttamento sessuale’ e tu sei contrario? Allora sei a favore dello sfruttamento sessuale’,” mi ha detto Banks.

Banks ha lanciato una sua petizione, che chiede a Pornhub e siti come YouPorn e Redtube di cambiare i processi di verifica dei contenuti, affinché non possano andare online senza il consenso del proprietario. Al momento la petizione ha quasi 9.000 firme.

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Adora ha parlato a luglio su Instagram Live della campagna TraffickingHub. “La missione di Trafficking Hub non è ciò che io, o altr* sex worker e sopravvissut* crediamo funzionale al loro obiettivo ultimo—chiudere un sito porno non fermerà gli abusi che avvengono in persona e online,” mi ha detto Adora.

L’uso che fa TraffickingHub del linguaggio “abolizionista” ha una lunga storia nei gruppi anti-tratta sessuale, e di recente parole come “abolizione” sono tornate a circolare durante le proteste di Black Lives Matter, che chiede di abolire la polizia. Ma nel contesto del sex work, i/le sex worker rifiutano questo termine. “Non solo non vediamo il nostro lavoro come simile alla schiavitù, ma usando questo termine si minimizza e banalizza l’esperienza di chi ha dovuto (e deve tutt’ora) subire la schiavitù,” riferisce il Global Network of Sex Work Projects.

“Le critiche a diverse aziende come MindGeek sono molto comuni nella comunità di chi fa sex work,” mi ha detto Morena. “Campagne come questa trovano spesso qualcosa di vero che possono usare per portare avanti la propria agenda. Per molte persone, la campagna di TraffickingHub è la prima volta che sentono parlare di MindGeek, o dei conglomerati tech in generale che basano grossa parte del proprio modello di business su materiale porno rubato.”

Exodus Cry e alcuni dei gruppi che sostengono TraffickingHub sono contro ogni forma di sex work e lavorano per far approvare leggi e normative che i/le sex worker dicono essere dannose per loro. Ci sono 82 organizzazioni sostenitrici elencate sul sito di TraffickingHub. Circa metà approva esplicitamente un modello “end demand (o: fine della domanda)” di sex work (ma usano il termine “prostituzione” anziché sex work), altrimenti noto come il modello nordico, che criminalizza i clienti e che, a detta dei gruppi di difesa del sex work, espone i lavoratori e le lavoratrici a rischi maggiori, perché il sex work non scompare, diventa semplicemente meno visibile e dunque più pericoloso.

Screenshot via TraffickingHub.com. Captured 8/20/2020

Un paio di esempi: la Coalition Against Women in Trafficking crede che decriminalizzare il sex work sarebbe “un regalo a sfruttatori, trafficanti e industria del sesso.” Il Centre to End All Sexual Exploitation è anti-pornografia e contro qualsiasi tipo di sex work, e sostiene cose sull’industria per adulti tipo “è impossibile sapere per certo se una produzione sia consensuale,” che è falso. La ONG Ruhama sostiene che “la prostituzione ha condizionato negativamente la liberà delle donne, la loro autonomia e benessere fisico e mentale.” Space International invoca il Modello Nordico. Defend Dignity dichiara che “la prostituzione è una forma di sfruttamento sessuale, oppressione e violenza, specialmente contro le donne e i bambini e danneggia seriamente la loro dignità e valore” e “la prostituzione è dannosa per una società sana.”

Molte di queste organizzazioni dicono di lottare per le donne sfruttate, ma ignorano le stesse persone che vogliono “salvare” e che chiedono la decriminalizzazione piena della tratta, non la legalizzazione né la fine della domanda. L’argomento è spesso affrontato come se le alternative fossero legalizzazione o criminalizzazione, ma i/le sex worker, insieme a gruppi per i diritti umani come Amnesty International, dicono che solo la piena decriminalizzazione renderà il loro lavoro più sicuro.

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“Ricerche e testimonianze di sopravvissuti dimostrano che la piena decriminalizzazione e legalizzazione legittimano e aumentano la tratta, oltre che la violenza e lo sfruttamento di sex worker vulnerabili e noi siamo contrari a tali normative,” ha riferito Nolot quando gli ho detto che i/le sex worker dicono che il modello “fine della domanda” è dannoso per loro.

“La decriminalizzazione parziale è l’unica soluzione capace di proteggere chi si vende o è venduto per sesso, e punire chi sfrutta,” ha aggiunto Nolot, citando un paper co-scritto dall’attivista anti-porno e anti-sex work Melissa Farley.


TraffickingHub sostiene che Pornhub abbia rimosso 118 video contenenti abusi sessuali su minori negli ultimi tre anni—una statistica che Pornhub non nega. Ma i/le sex worker contrar* a chiudere Pornhub sottolineano che è un problema esteso a tutte le piattaforme social. Nel 2019, Facebook ha rimosso 11,6 milioni di contenuti di nudità minorile e sfruttamento sessuale di minori in soli tre mesi. Twitter dice di aver rimosso oltre 30.000 account unici segnalati per abusi sessuali su minori tra gennaio e giugno 2019.

In risposta alla petizione di TraffickingHub, la no-profit Internet Watch Foundation ha detto che piattaforme come Twitter e Facebook “rappresentano un problema di materiali di abusi sessuali su minori maggiore di Pornhub.”

“Ma, ovviamente, nessuno fa petizioni per chiudere quei social media—perché le persone si preoccupano più del porno e del sex work,” ha detto Adora.

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“Pornhub si impegna costantemente per eradicare qualsiasi contenuto illegale, compresi materiali non-consensuali e con minori,” ha detto un portavoce di Pornhub a Motherboard. “Riguardo il gruppo [Exodus Cry] dietro la campagna e petizione, i loro precedenti di odio verso le donne e la comunità LGBTQ, così come verso chi non condivide la loro visione di purezza, sono estremamente inquietanti.”

In risposta a precedenti dichiarazioni di Pornhub contro Exodus Cry e TraffickingHub, TraffickingHub ha pubblicato una “Dichiarazione di inclusione” che dice “non discriminiamo per sesso, etnia, classe, idee politiche, credo religioso, o orientamento sessuale.” La risposta cita diversi gruppi di femministe radicali che ostracizzano le sex worker e organizzazioni anti-sex work e anti-porno.

Screenshot from the Exodus Cry website. Captured 8/24/2020

Campagne come TraffickingHub impongono una falsa dicotomia: o sei a favore della chiusura di Pornhub, o sei contrario a salvare i bambini dall’orrore della tratta sessuale.

Come ha detto la sex worker Maya Morena, “le persone firmano in modo emotivo, senza pensare che stanno sostenendo organizzazioni con fini politici concreti.”

Lo abbiamo visto di recente con la legge Fight Online Sex Trafficking Act, o FOSTA. Dopo la sua entrata in vigore, è diventato molto più difficile per chi fa sex work scremare i clienti e proteggersi, perché molti siti usati fino a quel momento hanno dovuto censurare i discorsi relativi al sesso per evitare di essere multati. E non ha neanche fermato il traffico di esseri umani.

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Le donazioni a TraffickingHub vanno a Exodus Cry e finora avrebbero raccolto oltre 200.000 dollari. “Chi sostiene economicamente la campagna di Traffickinghub ci permette di esporre la violenza e l’ingiustizia della tratta sessuale da cui Pornhub trae profitto,” mi ha detto Mickelwait. “Inoltre, i fondi che arrivano alla campagna ci permettono di offrire aiuto legale a chi sopravvive ad abusi sessuali e sfruttamento su Pornhub.”

Non ci sono dettagli sul sito di TraffickingHub su come pensano di far chiudere Pornhub o fargliela pagare, se non ammassando firme, che da sole fanno poco. Ma Mickelwait mi ha detto che il piano è “far sì che Pornhub sia reso pienamente responsabile, da un punto di vista criminale, civile e legislativo.”

Screenshot via Traffickinghub.com

Se questa presa di responsabilità si manifesta in una chiusura totale di Pornhub e altri siti analoghi, alcun* sex worker dicono che le cose per loro peggioreranno ulteriormente. “Penso che sia ipocrita, volutamente ipocrita, che personaggi come Laila [Mickelwait] facciano finta che ci siano persone pro-Pornhub, [contro] persone che vogliono la sua chiusura,” ha detto l’attivista per i diritti dei/delle sex worker Kate D’Adamo. “La maggior parte delle persone con cui parlo vogliono che Pornhub si comporti meglio, ma non possono perdere le entrate. Ma hanno validi motivi per essere preoccupate.”


Mickelwait mi ha detto di aver parlato con sex worker e persone sopravvissute ad abusi sessuali con diverse esperienze e opinioni. Due di loro hanno accettato di parlare solo sotto anonimato, per paura di ritorsioni da parte di Mindgeek.

“Diverse persone nella mia industria mi hanno detto che Laila di TraffickingHub mi sta ingannando dicendo di essere contro la pedopornografia mentre in realtà vuole abolire il porno,” ha detto un* sex worker che sostiene TraffickingHub. “Sarà vero… ma alla fine, il nemico del mio nemico è mio amico. Non penso che nessuno abolirà il porno, sarebbe ridicolo. Se ci sono due adulti consenzienti che vogliono fare sesso davanti a una telecamera, non c’è niente di illegale.”

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La maggior parte dei sostenitori di TraffickingHub che sono anche sex worker con cui ho parlato hanno espresso frustrazione nei confronti della mancanza di risposte di Pornhub alle denunce di copyright e contenuti rubati.

Shiloh Connor ha lanciato una petizione separata chiamata “Sex Workers Against ExploitationHub” a giugno, “per creare consapevolezza nel mondo del sex work senza essere costretti a interagire con organizzazioni problematiche come Exodus Cry,” dice. “Non penso che QUELLA petizione sia necessaria, ma credo che una campagna dedicata a chiudere MindGeek e ridistribuire il suo capitale finanziario lo sia,” mi ha detto Connor.

“Condanniamo formalmente e chiediamo la chiusura di MindGeek e che il capitale accumulato dall’azienda negli ultimi 5 anni sia ridistribuito a tutt* l modelle, produttor di contenuti, camgirl, showgirl e vittime di abusi e sfruttamento dall’azienda,” recita la petizione, che ha raccolto poco più di 3.200 firme.

Non tutt* i/le sex worker vogliono che Pornhub chiuda, perché può essere un’importante fonte di entrate, tra l’Amateur Program verificato, la piattaforma Modelhub, i guadagni per le pubblicità sui video caricati, e le mance dei fan. Per molti, Pornhub è un’entrata insieme ad altre piattaforme, come Onlyfans. E dato che è uno dei siti più famosi e accessibili, persino i suoi contenuti gratuiti possono lanciare il brand di un* performer se i fan l* scoprono lì e si spostano poi si siti a pagamento.

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Sostenitori e critici della campagna sono d’accordo che Pornhub debba fare di più nel prevenire il furto di contenuti. Ma la pirateria è un argomento che non interessa alla maggior parte delle persone esterne all’industria. Le uniche persone che ne parlano sono i/le sex worker e chi strumentalizza il problema per accusare l’intera industria di sfruttamento.

“Non è un concetto assurdo dire che sul loro sito dovrebbero dare spazio solo a porno fatto da persone che vogliono sia sul loro sito,” ha detto Banks. “Ma l’unico posto in cui se ne parla è internet, dove tutto diventa virale… le persone non fanno ricerca, prendono quello che sentono così come viene presentato.”


Rendere Pornhub responsabile per le violazioni di copyright e i processi di verifica troppo vaghi è però problematico. Poiché l’industria è già così stigmatizzata, parlare dei suoi problemi è molto difficile.

“Noi sex worker siamo le persone più critiche verso le piattaforme porno che usiamo e i problemi che si portano dietro,” ha detto Adora. “Siamo le persone che dipendono economicamente da queste piattaforme, ma siamo anche quelle che ne riconoscono i problemi e spingono per un cambiamento. Partecipiamo in massa ai boicottaggi—siamo le persone che fanno fare soldi alle aziende porno, quindi esponiamo i loro errori. Non molte altre piattaforme social possono dire lo stesso.”

La campagna per far chiudere Pornhub non si ferma a una piattaforma sola. Mickelwait ha festeggiato la rimozione dei servizi di PayPal da Pornhub come una vittoria, e sta insistendo perché altre compagnie creditizie facciano lo stesso—nonostante i/le sex worker dicano che meno opzioni per il metodo di pagamento in una situazione già finanziariamente discriminatoria non faranno che acuire lo sfruttamento.

Screenshot di un tweet di  Laila Mickelwait di febbraio 2020

Siamo circondati di narrazioni sulla tratta sessuale di esseri umani che sembrano muoversi sempre sulla stessa retorica. Ora, una nuova proposta di legge negli Stati Uniti, nota come EARN IT (o: Eliminating Abusive and Rampant Neglect of Interactive Technologies Act), formerà una commissione nazionale per la prevenzione dello sfruttamento sessuale minorile, e svilupperà pratiche intese a “prevenire, ridurre e rispondere allo sfruttamento sessuale online di minori, compreso la tratta sessuale e l’abuso sessuale di minori e la proliferazione di materiale online.” La commissione sarà composta da agenti delle forze armate e rappresentanti dell’industria di Silicon Valley.

“Penso che EARN-IT e TraffickingHub si alimentino a vicenda, nel creare questa copertina patinata sotto la quale la gente non guarda,” ha detto D’Adamo. “Alla fine della giornata, saranno le persone che dipendono non solo da Pornhub ma dai siti porno in generale a non essere interpellate, e il cui sostentamento non sarà considerato nel valutare i danni collaterali.”