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Ci mancava solo questa

"Ho un tumore al seno. Ma se penso a me stessa a 26 anni, completamente fuori di testa e in attesa che un certo ragazzo mi chiamasse, direi che ho passato di peggio."
9.2.15

Ho un tumore al seno, e come la maggior parte delle cose che succedono alle donne è una rottura di scatole. Ma se penso a me stessa a 26 anni, completamente fuori di testa e in attesa che un certo ragazzo mi chiamasse, direi che ho passato di peggio. Se sono riuscita a sopravvivere alla fine di 39 relazioni in 21 giorni, posso sopravvivere al cancro. Non lo dico perché sono forte o perché sono una persona positiva o che—anzi, io prendo sempre le cose nel modo sbagliato e faccio drammi per niente. Dico solo che non è la fine del mondo. Tutti i grandi cervelli sono alle prese con la cura del cancro, e il tumore al seno allo stadio iniziale non è più un problema così insormontabile.

E poi sono al centro dell'attenzione di tutti! La gente adora il cancro! Mi piacerebbe dire che la gente adora me, ma non è vero. Mi contattano ex spariti da tempo e amici con cui avevo perso ogni tipo di rapporto, tutti preoccupatissimi per me. E io sto bene. Sono tutti pronti ad aiutarmi, a darmi il numero di cugini di secondo grado che fanno i radiologi nel reparto di oncologia di un qualche ospedale. Il cancro ti rende popolare. Non lo sapevo. Per almeno dieci anni ho pianto ininterrottamente, ed è tremendo, perché a quello non c'è cura. Per tutta la vita ho avuto problemi che non prevedevano nessun tipo di soluzione. Almeno, alla fine, me ne sono trovata uno per cui esistono rimedi. Paragonato con quello che ho passato questo è niente. Dico sul serio: come può spaventarmi ciò che mi aspetta, al confronto di quello che ho passato? Non è nulla. Ho 47 anni e ne ho passate parecchie. Questo è solo un altro ostacolo da superare.

C'è sempre qualche sfida da affrontare.

Mi è stata diagnosticata la mutazione del gene BRCA, la maledizione degli ebrei aschenaziti e di Angelina Jolie. Significa che se non faccio qualcosa potrei continuare a rapportarmi col cancro per molto tempo a venire, quindi invece di una lumpectomia mi faranno una doppia mastectomia con ricostruzione. Meraviglioso. Tutte e due in una volta. Entri con un cancro al seno ed esci con le tette da spogliarellista. E per legge, l'assicurazione paga i costi del chirurgo estetico di grido. Tutti quei nastri rosa e quelle mezze maratone alla fine sono servite a qualcosa. È un bel mondo, questo. Mi sono sempre sentita una quarta intrappolata nel corpo di una seconda. E finalmente...

I chirurghi tendono a minimizzare, quando fai domande sul dolore. Loro lo considerano un semplice rischio professionale. Sarebbero capaci di dire che una decapitazione non è niente di che. Non sono d'accordo. Credo che riprendermi da questa doppia mastectomia sarà piuttosto spiacevole, ma i dottori insistono, "Un antidolorifico generico dovrebbe bastare, tempo due settimane e tornerai a ballare Il lago dei cigni." Ma io già mi ci vedo a buttar giù idrocodone per un bel pezzo.

La mutazione del gene BRCA colpisce lo 0,25 percento della popolazione e il 2,5 percento degli ebrei aschenaziti, quindi praticamente è dieci volte più probabile che colpisca il 2,2 del 25 percento di un corso di Harvard. Forse è per questo che hanno capito cosa fare per curare il cancro al seno. Se questa mutazione colpisse soprattutto i presbiteriani lo curerebbero a suon di Martini, e le donne morirebbero ancora di tumore al seno. Per fortuna non è così.

Lo so che ho a che fare con un tumore, una cosa complicata e mortale. Potrebbe uccidere anche me. Ancora non so se si è diffuso. Ci sono tante cose che ancora non so. Da quando mi è stata comunicata la diagnosi, ho dovuto gestire una serie di informazioni spaventose e spiacevoli. Ma ne ho passate tante, e con questo non mi riferisco al fatto che l'11 settembre vivevo accanto alle Torri Gemelle, anche se è vero. Non che tutta la mia vita sia stata paragonabile ad aerei che si schiantano su grattacieli, ma è stata emotivamente estrema e inattesa. Ho passato giorni a farmi consumare dai miei sentimenti, a piangere senza tregua, a parlare di di quello che mi faceva star male, a cercare altre persone che mi ascoltassero, a trovare nuove parole per descrivere quanto mi sentissi sopraffatta da tutto. Sono abituata a ingigantire le cose da nulla. E sono anche parecchio brava a farlo. Ho raggiunto l'apoteosi emotiva nel giugno del 1987, quando sono sicura di aver provato più di quanto qualunque altro essere umano abbia mai fatto. Io e i miei sentimenti. Avrei potuto riempirci una casa, con i miei sentimenti. Credevo non ci fosse spazio per niente al mondo, a parte i miei sentimenti.

Ma da quel momento, pian piano, l'intensità è scemata, e adesso ho un equilibrio.

Quando avevo 31 anni, sono uscita da una forte tossicodipendenza—la situazione più difficile in cui mi sia mai messa. Se avessi saputo quanto è difficile smettere di assumere una sostanza che diventa parte di te, forse mi sarei lasciata morire. Per il primo anno di disintossicazione ho creduto in Dio in modo cieco e infantile, perché ogni giornata che finiva senza che mi fossi fatta tre grammi e mezzo di cocaina era un miracolo. Non avrei mai provato a convincere nessuno a credere in Dio, ma nessuno avrebbe potuto far smettere me di credere, e io Dio lo vedevo ovunque. Poi la vita ha ripreso il suo corso, come succede, come deve. Ora credo nella scienza, non nella magia. Da allora cerco quella fede ovunque.

Forse tutti questi colpi di scena fanno parte delle nostre vite perché diamo il meglio di noi solo quando siamo costretti a farlo. Non siamo mai liberi come quando lottiamo per la nostra vita.

Elizabeth Wurtzel è giornalista e scrittrice. Seguila su Twitter.