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A10N1: Skammerz Ishu

Il re dei borseggiatori

Chiocciola è il miglior borseggiatore di Ciudad Juárez. Tra le vittime a cui ha furtivamente sottratto portafogli e contanti ci sono politici dello stato di Sonora, poliziotti di Durango e agenti in borghese di Mexicali incaricati del suo arresto.
31 gennaio 2014, 9:45am

José a.k.a. "la Chiocciola", a.k.a. "il re dei borseggiatori", di fronte alla mensa in cui lavora.

Chiocciola è il miglior borseggiatore di Ciudad Juárez. Tra le vittime a cui ha furtivamente sottratto portafogli e contanti ci sono politici dello stato di Sonora, poliziotti di Durango e agenti in borghese di Mexicali incaricati del suo arresto. Se anche solo la metà delle sue storie corrisponde a realtà è il miglior borseggiatore del Messico, ma confermarle non è semplice. Nell’universo dei piccoli furti non c’è modo di quantificare i risultati, né esiste una Hall of Fame dei ladruncoli, ma—se gli credete—c’è stata un’epoca in cui era così rispettato dalla polizia da poter agire indisturbato.

Sono venuto a sapere della sua esistenza dopo essermi interessato ai borseggiatori—le loro storie, la loro etica, l’arte del furto senza violenza. Ho iniziato a chiedere informazioni a persone con legami nella criminalità, e chiunque, da ex agenti di ronda ai venditori di DVD pirata, mi ha detto che la persona giusta era Chiocciola, definito unanimemente “re dei borseggiatori.”

Mi sono messo sulle sue tracce e ho scoperto che ora è in pensione. È un uomo dalla pelle scura che ha passato la cinquantina e gestisce una mensa per poveri in prossimità del confine con El Paso. Gli capita tuttora di ricevere doni da vecchi amici, tanto criminali quanto poliziotti, e a circondarlo c’è un gruppetto di ladruncoli che godono della sua presenza e fanno di tutto per carpirgli qualche trucco. Non molto tempo fa sono andato a trovarlo.

Ci siamo seduti a un lungo tavolo di plastica, l’unico elemento di arredo della sala da pranzo. Il posto sopravvive a stento tramite le donazioni e quanto si può reperire dai rifiuti, e lo stato di povertà è lampante—c’è odore di cibo rancido, e la porta anteriore sta marcendo. In inverno la foderano con le coperte per tenere lontano il freddo. Mentre mi parla, alcuni uomini seduti al tavolo si sporgono verso di noi per origliare.

Il suo vero nome è José (ha acconsentito di farsi intervistare a condizione che non rivelassi il cognome). Il soprannome gli è stato tramandato dal padre, un altro ladro dai capelli ricci simili a un ammasso di chiocciole. Da lui José ha ricevuto in eredità la capigliatura e una predisposizione a sfilare oggetti di valore dalle borse e dalle giacche altrui.

José mi racconta di aver iniziato a rubare da ragazzino, a metà anni Settanta, lavorando spesso in squadra. “A volte rubavamo da soli, in coppia, o addirittura in quattro, a seconda del tipo di lavoro,” spiega. “Uno faceva il distrattore, la persona che inganna l’obiettivo. L’altro era l’ombra, doveva fare in modo che la polizia non si accorgesse dell’operazione. Il terzo doveva portare a termine l’azione, il furto. E l’ultimo era di sostegno al gruppo e all’operazione.”

Dice che poteva rubare anche 10.000 pesos al giorno (circa 560 euro), ma per celebrare i colpi messi a segno non usava i soldi— anche le bottiglie di whisky o gli apparecchi elettronici potevano essere rubati senza troppa difficoltà, e pure il resto è gratis quando si hanno mani veloci. Nelle occasioni in cui veniva sorpreso a rubare, restituiva i soldi o gli oggetti alle vittime e scappava prima che qualcuno potesse chiamare la polizia.

Tra i ladri, o quantomeno tra quelli a cui si accompagnava José, non c’è onore. Se gli si presentava l’occasione, José poteva anche tenere per sé più di metà del bottino e dichiarare un valore inferiore al momento di saldare i conti coi soci. “Non c’è onestà, tra quelli come noi. Ci freghiamo a vicenda, ed è per questo che litighiamo e ci ammazziamo.”

José mostra il contenuto del suo portafoglio, che tiene al sicuro nella tasca posteriore dei pantaloni

Mentre José si abbandona ai ricordi il gruppetto di origliatori e furfanti in erba si avvicina. Per nulla intimidito dall’ordine di José—“Andate via!”—, uno gli chiede di raccontare “la storia dei quattro bottoni.”

José sogghigna, poi acconsente. “Una volta, alla stazione degli autobus, ho dovuto aprire il soprabito di un uomo, gli ho fatto scivolare una mano fino al maglione, ho sbottonato quattro bottoni della sua tasca e ho tirato fuori i soldi.” Aggiunge che è riuscito a farla franca—come in tutte le sue storie.

Un’altra volta, racconta, è finito dentro per aver rubato l’arma di un capitano di polizia di Juárez, e quando l’agente gli ha chiesto come avesse fatto, “Ho risposto, ‘Non posso dirglielo.’ Poi lui ha cercato di ammanettarmi. Mi sono di- vincolato, e tra le mani avevo il suo portafoglio. Gli ho detto, ‘Comandante, il suo portafoglio. È così che ho fatto, e non c’è modo di spiegarglielo.’”

José ha sempre avuto una relazione simbolica con la polizia. Di tanto in tanto lo arrestavano—ha perso il conto delle volte in cui è finito in prigione—ma il tempo di farsi conoscere e non gli era difficile comprarsi la libertà in cambio di un bracciale d’oro o un orologio. Del resto, a preoccupare la polizia erano più che altro il tasso astronomico di omicidi, la guerra tra cartelli della droga e l’epidemia dei rapimenti.

José aveva fatto di Juárez la sua base, ma girava per tutto il Messico—i ladri che non si fanno catturare tendono a spostarsi molto.

“Andavamo a Chihuahua e ci rimanevamo per due giorni, e poi da lì a Durango, e a Mazatlán, e da Mazatlán a Guadalajara,” dice. “E poi andavamo a Mexicali, dove per una settimana facevamo soldi rubando passaporti.”

La moglie lo accompagnava in questi viaggi. Anche lei era una ladra; entravano nei negozi e svaligiavano gli scaffali, nascondendo gli articoli sotto la sua gonna. Una di queste volte, a Mexicali, notarono un giovane uomo che li seguiva. Quando salì sul loro stesso autobus, la moglie suggerì di rubare il portafoglio per capire se era un poliziotto.

José e i suoi soci presero posizione. Finsero di borseggiare un altro passeggero, e non appena l’agente avanzò per arrestarli José gli sfilò il portafoglio. “Poveraccio, era confuso, aspettava che facessimo qualcosa, ma l’avevamo preso sul tempo, e lui non se n’era nemmeno accorto. Ha cercato di tirar fuori il suo distintivo, ma non l’ha trovato. Così è sceso dall’autobus, imbarazzato.”

I talenti di José l’hanno trasformato in un uomo ricco. Aveva delle proprietà a Juárez e si serviva di dipendenti per sbrigare le faccende quotidiane, ma non era felice. È diventato dipendente dalla droga e soffriva di eccessi di violenza durante i quali gli capitava di voler pugnalare la moglie “con qualsiasi cosa avessi sottomano. Forchette, coltelli, matite. Povera donna, ma era per la vita incasinata che facevo,” spiega guardandosi le scarpe come un bambino pentito.

A fine anni Ottanta ha toccato il fondo. “Un giorno mi ha lasciato, e ho perso tutto: mia moglie, le mie due case, e mia figlia. Sono finito a dormire per strada, senza la forza di continuare a rubare. Mi facevo e basta—di eroina, per la precisione.” José ha vissuto per strada per quasi dieci anni, finché non ha incontrato il prete che possiede la mensa. “Mi ha salvato la vita,” dice José. “Mi ha dato Gesù.”

Ora si è ripulito, come un delinquente leggendario che ha trovato il signore, una storia piena di moniti trasformata in una lettura domenicale sul perdono di Dio. Eppure, quando parla dei vecchi tempi gli occhi gli brillano.

“Ti ho detto che una volta durante una manifestazione ho borseggiato un consigliere comunale,” mi chiede, “insieme con altre dieci persone che si trovavano lì? Non ho avuto bisogno di aiuto, ho fatto da me. È più semplice quando c’è tanta gente in giro. Quel consigliere aveva solo una banconota da 50 pesos in mezzo a carte di credito e documenti. Tutto quel lavoro per niente! Mi sono avvicinato [col portafoglio] e gli ho detto, ‘È suo?’ Mi ha risposto di sì, e io gli ho detto, ‘Ci metta dentro altri soldi.’ E lui, sai, non mi ha detto niente.”

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