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A9N3: Il sottobosco ucraino è roba dura

Essere pagati per imparare

Alex Gibney ha dato una delle definizioni migliori del lavoro di documentarista.
24.5.13

Alex Gibney è un regista infaticabile e dai mille interessi, non ha paura di trattare argomenti scomodi, e dopo aver messo le mani nel peggior sporco, riesce a girare documentari leggeri su figure pop e bizzarre con la stessa forza narrativa. Ha girato più di 20 film e ha un’attività frenetica che lo porta a lavorare contemporaneamente a vari progetti, presentandone alcuni mentre ne sta finendo altri e ne ha iniziati altri ancora. Esquire l’ha definito “il documentarista più importante dei nostri tempi,” che può essere discutibile, ma sicuramente è tra i registi più indaffarati.

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Si è occupato di musica (Jimi Hendrix and the blues, 2001, e la coproduzione della serie sul blues di Scorsese, 2003), di economia (Enron: the smartest guys in the room, 2005), di giornalismo (Gonzo: the life and work of Dr. Hunter S. Thompson, 2008), di scandali americani (Casino Jack and the United States of Money—sull’ascesa e il declino di Jack Abramoff—e Client 9: the rise and fall of Eliot Spizer, entambi 2010), di hockey (The last gladiators, 2011) e dei rapporti tra giornalismo e terrorismo (My trip to Al-Qaeda, 2010). Il successo internazionale è arrivato nel 2008 con la vittoria del premio Oscar per il miglior documentario con il suo Taxi to the dark side, l’analisi dell’uso della tortura da parte della CIA nelle zone di guerra in Afghanistan.

Tutti i suoi lavori non sono solo inattaccabili per documentazione, ma hanno in più la forza di veri e propri film: seguono le regole di una buona narrazione, un aspetto che spesso viene lasciato in disparte quando si tratta di reportage e documentari.

È passato di recente in Italia per presentare Mea maxima culpa, il documentario sugli scandali della pedofilia nella Chiesa cattolica, che per l’italico peccato originario di cagarci solo temi vicini a noi, è l’unico di Gibney che qui ha avuto la pubblicità che si meritava.

La prima parte dell'intervista, in cui abbiamo discusso approfonditamente del documentario, è apparsa online il mese scorso. Per leggerla, cliccate qui. Di seguito trovate la seconda parte, con uno scambio di battute sul suo lavoro e i progetti a venire.

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VICE: Come sceglie gli argomenti dei suoi documentari? Cerca di cogliere l’argomento più discusso di un determinato periodo? 
Alex Gibney: In realtà di solito non lo scelgo io: c’è un’espressione in inglese che dice che la fortuna è quando l’opportunità incontra una testa disponibile. E sono stato fortunato, in questo senso. Molto spesso sono i progetti ad arrivare a me: mi chiedono “ti interesserebbe fare questo?”, e se penso che sì, sarebbe interessante, allora lo faccio. Qualche volta comincio dei progetti per conto mio, ma qualche volta mi vengono proposti—e di solito i progetti che mi vengono proposti sono quelli per i quali è più facile raccogliere soldi. Devo pur sempre essere interessato, ma molto spesso mi arrivano, non me li invento da zero.

Sembra che lei non abbia paura di mettersi contro i pesi massimi (da Abramoff alla Cia, dal Vaticano a Enron), c’è qualcosa che la spaventerebbe? Che so, le industrie farmaceutiche, o la criminalità organizzata.
Non farei mai un documentario su mia moglie, di quello avrei paura! [ride] No, al momento non mi viene in mente nulla su cui avrei paura di fare un film. Forse sono stupido io, ma non mi sono mai sentito spaventato.

Ha mai subito minacce per i suoi lavori? 
Sono stato oggetto di un accertamento una volta, e penso che probabilmente fosse per Taxi to the dark side, ma, non so come dire, io mi nascondo alla luce del sole: non sono molto bravo a fare le cose in segreto. Quindi penso che quella in qualche modo sia già una protezione: sono onesto, sono qua, tutti sanno quello che faccio. E penso che sia quello che alla fine mi dà quel tipo di protezione e sicurezza che non potrei avere altrimenti.

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La locandina di Mea Maxima Culpa, pubblicato in Italia da Feltrinelli Real Cinema, e di Taxi to the Dark Side, inedito in Italia.

È vero che adesso sta facendo un documentario su Lance Armstrong?
Sì. Lo sto seguendo dal 2009, da quando è tornato, quindi è stato un lungo viaggio, ma siamo ancora in contatto.

Ha mentito per un sacco di tempo, cos’ha da dire a riguardo?
Ha fatto una grande confessione pubblica, alla televisione, ma penso che ci siano altre cose da dire sulla questione. Credo che il suo grande problema sia stato quello di aver guardato tutti quanti negli occhi e aver detto, “Non mi sono dopato, non l’ho mai fatto. Uno come me, sopravvissuto al cancro,non farebbe mai una cosa simile,” e poi si è scoperto che mentiva. È il grosso problema con il quale lui e tutti quanti ora dobbiamo fare i conti.

C’è anche un film su Fela Kuti in programma.
Quasi finito! Lo adoro.

C’è anche un documentario già finito su Wikileaks.
Sì, è finito. Uscirà in America il 24 maggio.

Ho letto che è un lavoro piuttosto super-partes, e che lei non prende una posizione forte su chi ha ragione e chi ha torto. Ma qual è la sua opinione su questi argomenti, e su Wikileaks? Qual è il limite tra la riservatezza e quello che il giornalismo deve rendere pubblico?
Il film si pone molte di queste domande, che non sempre hanno risposte semplici. Parte dell’esperienza del film è proprio quella di riflettere e investigare queste tematiche, alle quali penso spesso. Credo che Wikileaks, in particolare all’inizio, abbia fatto venir fuori alcuni problemi del giornalismo mainstream, che spesso è troppo cauto, anche troppo legato a restrizioni locali. E la genialità di Wikileaks è stata quella di trovare il modo di mettere materiali su Internet in modo che non potessero mai essere eliminati, oltre ogni confine. Ma penso anche che Wikileaks non abbia capito la responsabilità che c’è dietro alla riservatezza, è molto facile dire che non dovrebbero esserci segreti se parliamo di governi, o di corporation. Ma alle volte le persone devono essere protette, che siano fonti, o gente che fornisce informazioni ai governi, per esempio. Insomma, non puoi esporre le persone a dei pericoli solo perché pensi che sia importante rivelare tutto. È un discorso molto delicato.

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È una varietà enorme di argomenti, questo per esempio è qualcosa di molto diverso da tutto quello di cui abbiamo parlato oggi.
Ma ti mantiene fresco! Non può essere tutto severo e serio, tutto una storia drammatica, o politicamente serissima. Altrimenti rischi di perdere un po’ il contatto con la vita. Una delle cose che mi piacciono di più del mio lavoro è che ho la fortuna di riuscire a essere pagato per imparare, e quindi… Mi piace imparare un sacco di cose diverse.

Si dice che il pubblico abbia voglia di “staccare”, non vuole vedere pedofili, o tortura, o storie negative. Lei realizza documentari su temi forti, ma con un linguaggio che vuole arrivare a tutti. Quindi perché questo lavoro è importante, perché guardare questo invece che una commedia? E c’è forse anche una sorta di missione nell’impegnarsi a trattare certe tematiche invece di altre?
Tutti quanti vogliamo divertirci, e alle volte vogliamo solo arrivare a casa e sederci a guardare un film comico, ma—per fare un esempio—molti di noi hanno figli, e ci importa molto di quello che accade ai nostri figli. E se c’è un film che parla di come i nostri figli sono in pericolo, è probabile che voglia vedere un film del genere. Sono temi che ci toccano. Inoltre penso che i miei film raccontino le loro storie in modo coinvolgente. Quindi, se ti siedi a guardare, il film ti porta in un viaggio che è a suo modo “divertente”, ti intrattiene nel modo in cui lo fanno le buone storie. Ne parliamo sempre in sala di montaggio: l’importante è raccontare una buona storia. La storia è tutto, puoi parlare di idee quanto ti pare, ma se non sei toccato e coinvolto dalla storia, allora non lo sarà nemmeno il pubblico.

Poco tempo fa ha preso posizione sul modo in cui veniva trattato il tema della tortura in Zero Dark Thirty, il film di Kathryn Bigelow del 2012, con una certa cognizione di causa visto il suo lavoro con Taxi to the dark side. Un documentario deve essere a prova di bomba, invece come funziona per i film biografici o storici? Quali obblighi hanno nei confronti della verità?
Penso che ogni film abbia le sue regole, non mi piace generalizzare o dire che tutti i film dovrebbero essere fatti in un certo modo. Però penso che se tu dici, “Questo film è vero,” allora sei obbligato a dire la verità. Quelli che hanno realizzato Zero Dark Thirty hanno detto, “Questo è un resoconto giornalistico, è un racconto della realtà,” ma credo che abbiano lasciato fuori qualcosa di molto importante. Se avessero sempre parlato del loro lavoro come di un’opera di fiction allora non mi sarei fatto problemi. Dipende. Per me non è un problema se un regista di fiction fa degli aggiustamenti, o cambia alcune cose rispetto alla realtà, perché dopotutto sta facendo un film. Anche un documentarista deve lasciare fuori qualcosa. Ogni film racconta una storia, e ogni storia lascia da parte alcuni elementi per concentrarsi su altro, ma penso che la cosa più importante sia riuscire a trovare un equilibrio tra ciò che è presente e ciò che viene lasciato da parte, un equilibrio abbastanza stabile da rendere il lavoro difendibile.

Il documentarista si trova un po’ da qualche parte a metà strada tra un regista di fiction e un giornalista. Quali sono i motivi per cui ha scelto di impegnarsi in questo tipo di arte, rispetto a scrivere saggi o simile? Ha qualcosa a che vedere con il potere del cinema, che può dare più forza alle tematiche scelte?
Esattamente. Io li considero film in tutto e per tutto. Ok, sono basati sulla realtà, ma c’è anche un certo potere “cinematografico”, che è importantissimo. Per esempio io potrei scrivere tutto il giorno sulle persone sordomute [molte delle vittime che testimoniano in Mea maxima culpa], ma vedere le espressioni sulle loro facce e il modo in cui provano a esprimere quello che hanno passato… be', già solo quello è un motivo per fare un film. Perché lo vedi e lo senti in un modo che ti porta da qualche altra parte, dove non eri mai stato. È questo il motivo. E c’è un certo potere emotivo, nei film, che penso sia importante. Non avranno la profondità di analisi di un libro-inchiesta, ma hanno sicuramente un potere emotivo che è qualcosa di grande valore, perché non puoi sminuirlo, è lì, ce l’hai davanti.
Sai, a volte qualcuno ti chiede “ma perché spendi tutto quel tempo per girare in quel modo, o in quest’altro? Tanto è un documentario, conta quello che dici.” Ma non è così, prima di tutto questo è cinema. Se pensassi che avrebbe più senso fare una presentazione con Powerpoint su un certo argomento farei quella, ma c’è qualcosa nelle immagini in movimento che ha un tipo di potere, di forza, che non puoi neanche esprimere, o descrivere. Puoi solo guardare e ascoltare. Ed è quello che le fa funzionare.

Segui Federico e Bea su Twitter: @justthatsome e @beadegiacomo Altro su Alex Gibney:

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