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Ho passato una notte sul treno dei migranti da Milano a Parigi

Ho ripercorso il viaggio dei migranti che, sbarcati nel sud Italia e arrivati in stazione centrale a Milano, cercano di andare in Francia con il treno notturno che collega Milano a Parigi.

di Henry C. Krempels
19 giugno 2015, 2:13am

Tutte le foto dell'autore.

Per mesi il mezzanino della stazione centrale di Milano è stato passaggio obbligato per tutti i profughi che, sbarcati sulle coste italiane, erano diretti a nord. Qualche giorno fa, dopo l'intensificarsi degli arrivi, il mezzanino è stato sgomberato e nuovi spazi sono stati destinati all'accoglienza. Questo pezzo è stato scritto ad aprile, e racconta il viaggio dal mezzanino di Milano a Parigi, sul "treno notturno dei migranti."

È notte, forse le due. Il treno è da qualche parte a nord-est di Milano, già oltre il confine con la Svizzera, diretto verso la piatta campagna francese. Nei pressi di Digione svolterà a nord in direzione di Parigi. Il mio letto è occupato. Nel "compartimento misto da sei cuccette" ci sono tre letti per lato, valigie sopra e sotto e un minuscolo spazio al centro che ti mette perennemente in condizione di sfiorare il resto dei passeggeri. Sono in piedi tra una fila di letti e l'altra e osservo la persona che occupa il mio posto, indeciso se chiederle o meno di alzarsi. Nel letto più in alto un uomo cambia il figlio. Più avanti, in un'altra parte della carrozza, qualcuno urla.

Il treno notturno Thello che va da Venezia a Parigi via Milano è stato introdotto a gennaio del 2012 per "permettere ai passeggeri di riscoprire il piacere di viaggiare di notte." Con un prezzo base di 35 euro puoi mangiare, dormire, e stare seduto in silenzio nella tua cuccetta in compagnia di altre cinque persone.

In questi anni il treno ha trasportato quasi 900.000 passeggeri tra l'Italia e la Francia, anche se ultimamente si è guadagnato una reputazione leggermente diversa. Col massiccio afflusso di migranti arrivati sulle coste dell'Italia, infatti, in molti scelgono proprio il treno notturno per tentare di oltrepassare di nascosto il confine in direzione della Francia o, molto più spesso, del resto d'Europa—tanto che spesso quello su cui viaggiano è definito il "treno fantasma". Il capotreno, Guillaume, ne è perfettamente consapevole: "È davvero il treno dei migranti," mi dice, "il treno delle seconde opportunità."

È per questo che ho deciso di partire da Parigi, arrivare a Milano e tornare indietro, per capire chi sale sul treno verso la Francia e come ci arriva, se ci arriva. Ed è per questo che ora mi trovo faccia a faccia con la donna che occupa il mio letto; si è messa improvvisamente a sedere, e stringe a sé una borsa mentre mi guarda negli occhi. Vorrei dirle di rimettersi a dormire, ma non lo faccio: con un solo movimento lei mi anticipa, allunga le gambe e si alza, sballottata dal treno in curva, per poi uscire in corridoio. Dopodiché si aggrappa alla porta del compartimento successivo, la apre, ispeziona brevemente l'interno e avanza lungo il corridoio fino a scomparire. Io cerco di mettermi sotto le coperte. Il letto è caldo e ho la sensazione di essere osservato. Mi rialzo.

Durante il fine settimana prima del mio arrivo a Milano, 7.000 migranti erano stati soccorsi in mare. Nel viaggio di andata da Parigi a Milano avevo letto un articolo in cui si diceva che le "temperature primaverili" avevano già portato a un aumento del flusso di migranti attraverso il Mediterraneo. Quelle stesse "temperature primaverili" erano il motivo per cui molti avevano deciso di lasciare Parigi per un weekend fuori porta. Il treno per Milano aveva una sua luminosità. Le carrozze erano piene di classici turisti con figli al seguito, coppiette, backpacker e viaggiatori solitari.

Il viaggio dalle coste libiche verso l'Italia, invece, comincia quasi sempre con la decisione di scappare a una qualche forma di violenza: guerra in Siria, oppressione in Iraq, leva obbligatoria in Eritrea, povertà e corruzione in Etiopia e Somalia.

In Libia, quasi sempre dopo un viaggio attraverso il deserto, i migranti pagano svariate centinaia o migliaia di euro per essere trasportati in acque internazionali e caricati su barconi malandati, e infine abbandonati a sé stessi nel tentativo di raggiungere l'Italia. L'anno scorso sono stati 170.000 i migranti arrivati sulle coste italiane; nel 2015 si stima che si supereranno i 200mila. A settembre dello scorso anno, l'OIM ha pubblicato un report in cui si dice che soltanto in quel tratto di mare sono avvenuti 3.072 decessi, ovvero il 75 percento delle morti di migranti in tutto il mondo. Anche questo è un numero destinato a crescere.

Chi riesce a sopravvivere alla traversata viene portato nei centri di accoglienza del sud Italia, e quando ha soldi, forze o adrenalina a sufficienza si mette in viaggio per Milano. Da lì, l'obiettivo è quasi sempre la Francia, la Germania, la Svezia, l'Olanda. Qualsiasi posto, perché sono pochi quelli che vogliono restare in Italia, e tanti fanno il possibile per passare inosservati. Il regolamento di Dublino prevede che i profughi possano presentare domanda di asilo soltanto nel primo Paese in cui vengono segnalati.

Da Milano, i migranti possono passare mesi a cercare di attraversare la frontiera verso nord, perché il rischio di respingimenti è alto. Così succede anche a Calais, dove in centinaia dormono nelle tende o tra i cartoni in attesa di un camion che li porti oltre la Manica. Arrivati a destinazione li attende il processo per la richiesta di asilo, che varia di paese in paese ma significa altri centri di accoglienza se non altre notti all'aperto, altre incertezze. In pratica, sembra che per la maggior parte dei migranti la scelta sia tra la povertà e la speranza in Europa del Nord, o la povertà e la completa assenza di speranza in patria.



Al mio arrivo in stazione a Milano dopo il viaggio in treno da Parigi ho incontrato Muhammad. Era in Italia da quattro giorni, dopo aver passato l'inverno sulle coste della Libia in attesa che il mare fosse nelle condizioni per permettere nuove partenze. Il posto su un barcone gli è costato 800 euro. Durante le dieci ore del viaggio ha fumato cinque pacchetti di sigarette. Le prime due notti in Italia le ha passate in un centro in Sicilia. La terza, sul pavimento della stazione di Milano.

In questi mesi, il mezzanino che domina l'uscita della stazione è diventato una specie di punto di raccolta per i profughi che aspettano che l'ultima tappa del proprio viaggio abbia inizio. Dall'estate scorsa di qui ne sarebbero passati più di 60mila, principalmente siriani ed eritrei, e sempre da qui molti vengono condotti nei centri di accoglienza del Comune gestiti dalle cooperative.

Quella mattina Muhammad girava per il mezzanino trascinandosi dietro la valigia. Era troppo agitato per dormire, e troppo stanco per trovare una distrazione. Ogni tanto tornava a chiedere gli orari delle partenze, i prezzi dei biglietti, e per vedere se fosse arrivato qualcun altro.

In genere i migranti rimangono in stazione per un lasso di tempo che va dalle poche ore ai pochi giorni, a seconda dei soldi che hanno o di quanto ci mettono a rimediarli. Ogni mattina, un gruppo di volontari di SOS ERM – Emergenza Rifugiati Milano si presenta con tè, frutta e biscotti. Offrono una prima assistenza ai migranti, spesso grazie alla presenza di mediatori, e dispensano consigli su dove andare e come arrivarci.



Una dei volontari che ho incontrato durante la mattinata in stazione a Milano, Susy Iovieno, mi ha spiegato che il sistema di welfare italiano "è praticamente inesistente per i rifugiati" e anche se ci sono diversi centri (cinque a Milano), l'assenza di lavoro, di opportunità e di qualsiasi possibilità di vera integrazione ha fatto sì che il paese sia diventato essenzialmente un luogo di passaggio. "Io dico sempre di andare a Monaco," ha aggiunto Susy. "Molti vogliono andare in Svizzera, ma poi finiscono in un qualche paesino di montagna, al freddo. Oppure vogliono andare in Franca o in Svezia. Andare a Monaco costa molto meno, il viaggio è breve, e se vengono mandati indietro il biglietto costa così poco che possono riprovarci."



Mentre ero al mezzanino abbiamo sentito la notizia delle centinaia di persone morte nelle ore precedenti nel tentativo di attraversare il Mediterraneo. Sul cellulare di uno dei migranti abbiamo visto il video del viaggio in barcone, dalla Libia a Lampedusa. I passeggeri erano quasi tutti uomini; alcuni indossavano i giubbotti di salvataggio. Avevano lo sguardo di chi ha messo temporaneamente la propria vita nelle mani di qualcun altro, con la debole speranza di riprendersela una volta dall'altra parte. Era uno sguardo simile a quello delle persone che ho visto in stazione, e che quella stessa sera sono salite sul mio stesso treno per Parigi.

Nel frattempo, nel mio compartimento, ho abbandonato l'idea di dormire. Meglio aggirarsi per i corridoi. È difficile capire chi siano le persone nelle cuccette, ed è ancora più difficile capire perché siano qui. Il treno è un'ottima soluzione per quanti vogliono mantenere un certo grado di anonimato (ci sono posti in cui nascondersi, modi di viaggiare che non esistono su un aereo, per esempio) ma i tipi di persona che prendono un treno notturno attraverso l'Europa sono diversi. Io lo faccio perché ho paura di volare, e ho fatto più volte avanti e indietro quando l'anno scorso vivevo a Firenze. Ci sono anche quelli a cui piace il fatto che il viaggio sia lungo, e in notturna. Ad altre persone piace semplicemente Intrigo internazionale.



Mezz'ora dopo la partenza da Milano, il personale del treno comincia a fare il giro dei comparti. Qualche volta sono in due – uno aspetta nel corridoio, prendendo nota di tutti quelli che escono, mentre l'altro prende i passaporti, che verranno restituiti la mattina dopo. A Domodossola, circa un'ora più tardi, salgono la polizia di frontiera, la polizia, e gli agenti della dogana. Scelgono le cuccette a caso e interrogano i passeggeri sulla loro provenienza, la loro destinazione, e la lingua che parlano. Nei corridoi qualcuno sposta delle borse. La scorsa estate la gendarmeria francese aveva fermato una donna siriana incinta che viaggiava con il marito e un gruppo di altri profughi siriani per poi consegnarli alla polizia svizzera. Il gruppo era stato trattenuto diverse ore e respinto verso l'Italia nonostante le condizioni di salute della donna, che dopo aver iniziato a sanguinare ha perso il bambino.

Un uomo che ho visto la mattina al mezzanino, in stazione centrale, sta dicendo a un controllore che la polizia ha preso la moglie e il figlio. Sul treno non li trova, e non può lasciare il sedile per andare a cercarli. Nella carrozza ristorante, due ragazze svedesi in pigiama, una delle quali con lo spazzolino in mano, si siedono accanto al barista. Ridono, bevono, flirtano. Quando alla fine decidono di andare a letto, vengono spostate in prima classe e il barista le accompagna personalmente nella loro nuova cuccetta. Un altro steward attraversa la carrozza ristorante con una borsa. La trascina prendendola a calci, poi la infila malamente in un armadietto sbattendo la porta finché non si chiude.



Più tardi torno a scambiare qualche parola con Guillaume, il capotreno. È calvo e magro, e indossa un giubbotto che non toglie quasi mai. A quell'ora siamo gli unici nella carrozza ristorante, che in pratica divide in due il treno. Da una parte ci sono quelli con bagagli pesantissimi, che dormono vestiti e circondati da tutti i loro averi. Dall'altra ci sono quelli che si portano il pigiama, come le ragazze svedesi. Poco dopo siamo raggiunti da una donna col velo che si siede in silenzio dietro di noi. Noto che su questo treno la gente si parla raramente. Sembra che quando ti trovi in prossimità di persone diverse da te, il comportamento standard sia di non far trasparire nulla. Come se tutti sperassero di incontrarsi in una metà silenziosa in cui meno riveli di te, meno le differenze con l'altra persona diventano ovvie. E meno ti senti in colpa.

A quel punto noto che c'è anche un altro uomo; rimane seduto a lungo e si fissa le mani. È marocchino, e ha bisogno di soldi per il biglietto: "Voglio andarmene," dice, "non voglio più spacciare cocaina." Gli dico che non posso dargli nulla, non ho soldi, e prima della Francia lo fanno scendere dal treno. Non sa dove passerà la notte, ma dice che continuerà a provare finché non riuscirà ad arrivare a Parigi.

Vago tra le carrozze vuote sul fondo del treno. Ci avviciniamo alla Francia e il treno sembra vuoto, a eccezione delle valigie e dell'odore che è un misto di sigarette, cacca, e piedi. Rispondo a Muhammad, che mi ha mandato una foto in cui siamo insieme a Milano, e gli dico di scrivermi quando arriva a Monaco.

Tornato nel mio compartimento calpesto un torsolo di mela e le cartacce sul pavimento e mi sdraio completamente vestito, rivolto verso una famiglia di cinque persone che dorme su tre letti. Rimango in dormiveglia, aprendo gli occhi a intermittenza per il vento che soffia attraverso la finestra aperta, o per il treno che curva, traballando. Ho la sensazione che tutti in quella carrozza siano silenziosamente svegli. Mi chiedo cosa sia successo alla donna che era nel mio letto, e mi immagino che sia stata solo un'ironica incomprensione (tipico di lei, direbbero le sue amiche).



Con la luce del giorno il treno sembra farsi più lento. Quando ci fermiamo a Digione, chi è sveglio scende per mettersi al sole e rilasciare la claustrofobia accumulata. I miei vestiti non sono freschi, ho l'alito pesante e non riesco a pensare ad altro che al momento in cui andrò a casa e mi farò una doccia. Sembrano tutti annoiati e tesi, come se l'aria di novità di quelle undici ore di treno si fosse completamente esaurita. Mentre i passeggeri escono dai compartimenti per la colazione, guardo una giovane coppia sedersi sugli unici posti liberi nel vagone ristorante, accanto all'uomo che aveva detto di aver perso la moglie e il figlio. Dopo qualche minuto di calcolata riservatezza tirano fuori una mappa e cominciano a fare programmi per Parigi. Il treno si trascina lungo la Senna.

Al nostro arrivo a Gare du Lyon, ad aspettarci ci sono circa 15 poliziotti. L'uomo del mezzanino esce per primo, ancora senza moglie e figlio. Viene portato alla gendarmerie ad aspettare in silenzio il treno che lo porterà indietro.

È difficile dire quante persone siano state fermate una volta qui – non esistono numeri ufficiali, ma ci sono le testimonianze. A marzo dello scorso anno, Le Parisien riferiva di un gruppo di 85 siriani, tra i quali 41 bambini, fermati al loro arrivo alla stazione con l'ordine di lasciare il paese entro un mese. Per qualche giorno avevano dormito per terra, poi avevano provato ad arrivare in Germania, dove erano stati fermati alla frontiera e rimandati in Francia.

Tra la folla noto un gruppo di etiopi, quattro donne e due uomini, che erano al mezzanino di Milano. Si abbracciano e ridono, e vorrei avvicinarmi per dire che sono contento per loro. All'edicola, tutti i titoli riguardano i 900 migranti annegati il giorno prima. Muhammad mi manda una foto da Monaco: mi fa l'okay con la mano dietro una grossa coppa di frutta.

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