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"In Italia non c'è nulla di buonista" - Intervista al senatore Luigi Manconi

Leonardo Bianchi

Dagli abusi di Stato ai CIE alla situazione delle carceri italiane, negli ultimi anni il nome di Luigi Manconi è stato associato alle battaglie per i diritti fondamentali.

Questa intervista è stata realizzata il 17 marzo e pubblicata nell'ultimo numero cartaceo di VICE. Alla luce delle polemiche sul caso di Doina Matei di questi giorni, abbiamo deciso di riproporla sul sito in versione ampliata.

Dagli abusi di Stato ai CIE, passando per la disastrosa situazione delle carceri, negli ultimi anni un nome in particolare è stato associato alle battaglie per i diritti fondamentali in Italia. È quello di Luigi Manconi, senatore del Partito Democratico e presidente della Commissione per i diritti umani e della onlus A buon diritto. Da sociologo e politico ha scritto anche molti libri—l'ultimo, Corpo e anima, è uscito da poco per minimum fax.

In un'epoca in cui queste tematiche sono troppo spesso messe in secondo piano dalla politica parlamentare, quando non direttamente ignorate, la linea che tiene Manconi può addirittura apparire "eccentrica." Ne ho discusso con lui nel suo studio al Senato.

VICE: Mi sembra che la politica italiana sia rimasta sostanzialmente schiacciata tra populismo, tecnocrazia e rottamazione. Qual è, invece, la sua idea di politica?
Luigi Manconi: La mia idea di politica ha alcuni tratti indubitabilmente tradizionali, perché ho ancora fiducia nell'azione collettiva, realizzata in un'unità di spazio e di tempo da persone che si mettono insieme, si ritrovano nella stessa sede e combattono per un obiettivo che hanno discusso e insieme elaborato. E dicendo questo metto in discussione l'enfasi che in questi dieci anni c'è stata sulla politica online, che per me si riduce alla solitudine del click.

Per un verso io insisto su tratti tradizionali, così come insisto che l'azione politica contemporanea non possa fare a meno dei partiti, debba radicalmente rinnovarli, radicalmente da cima a fondo, ma abbia bisogno di una presenza sul territorio, di sedi fisiche, di una capacità di agire nella vita sociale. Per altro verso credo che il soggetto contemporaneo sia la persona —la persona nella sua complessità, nel corpo e nell'anima, con i suoi bisogni materiali essenziali e quelli intellettuali, espressivi, morali.

Nella sua azione politica, appunto, i corpi hanno un ruolo fondamentale. Penso alle battaglie contro gli abusi in divisa—i vari casi Aldrovandi, Cucchi, Uva. Perché occuparsene è così importante?
Per tre ragioni. La prima riguarda un elementare senso di giustizia, il chiedere conto agli apparati dello Stato di abusi e violazioni. La seconda è che, trattandosi di atti di violenza commessi da pubblici ufficiali, mettono in discussione il fondamento della relazione tra il cittadino e lo Stato, basata sulla garanzia della sicurezza.

La terza ragione è che nello Stato ci sono istituzioni che hanno il compito di controllare e reprimere: le caserme, le prigioni, quelli che una volta erano gli ospedali psichiatrici giudiziari, i CIE. In questi luoghi vivono decine di migliaia di persone, e la qualità e lo standard di tutela dei diritti in questi luoghi sono decisivi per determinare la qualità democratica di uno Stato.

A questo proposito, insieme ad altri studiosi ha avanzato la proposta di abolire il carcere. Pensa che sia una strada davvero praticabile o che sia destinata a rimanere un'utopia?
Non è un'utopia, è un programma politico difficile ma non impossibile. Quarant'anni fa un gruppo di psichiatri propose di abolire i manicomi—allora sembrava una richiesta più folle che abolire le carceri oggi. Eppure è accaduto.

Questo programma passa attraverso una serie di tappe, misure intermedie e provvedimenti concreti che possono arrivare a fare del carcere l' extrema ratio, ovvero lo strumento che si usa solo ed esclusivamente in casi estremi e in situazioni estreme. Noi non chiediamo di abolire il carcere solo perché è disumano, ma soprattutto perché è inutile e nocivo.

Dal carcere escono persone più incattivite di quanto lo fossero nel momento in cui sono entrati. Il carcere è una macchina che riproduce all'infinito crimini e criminali, dunque non è una garanzia per la sicurezza dei cittadini ma ne è, concretamente e fattivamente, il principale attentato.

Un'altra questione di cui si è occupato molto è quella dei rom, sempre più percepiti come la categoria di cittadini più problematica e indifendibile di tutte.
Ancora una volta è una questione simbolica, con una concretezza materiale tangibilissima. Se noi consentiamo che nella nostra società sia possibile realizzare un vero e proprio pogrom contro una minoranza, allora abbiamo ceduto sul fronte della tutela dei diritti di tutti. I diritti non sono divisibili.

In Italia ci sono stati atti e parole, tante parole, che miravano alla degradazione morale di alcune minoranze: negazione della loro dignità, reificazione, ovvero stabilire una gerarchia dove accanto a me—persona nella sua pienezza e nella pienezza dei suoi diritti—si trovano persone dimidiate, prive dei diritti di cui io dispongo.

Occuparsi di questi temi, però, porta a essere etichettato come "buonista", come parte della "dittatura del politicamente corretto."
È un discorso che mi nausea. Penso che la critica al buonismo, e persino il senso di colpa immotivato per cui persone per bene dicono di non essere buoniste, sia il trionfo del "cattivismo". È una sciocca polemicuccia culturale, se posso usare questo termine, molto stracciacula. In Italia non c'è nulla di "buonista" nel senso comune e nelle politiche pubbliche. È facile dimostrarlo: oggi sui giornali c'è scritto che Alfano prevede una norma per la rilevazione forzata delle impronte digitali dei migranti che arrivano in Italia. È buonismo questo?

Se si va a vedere la situazione dei CIE o degli hotspot, è abbastanza difficile parlare di una politica pubblica orientata in senso "buonista."
Ma non da oggi, da trent'anni. Il successo della parola buonismo e la generalizzazione dell'accusa di buonismo è uno dei pochi trionfi che ha avuto in Italia la cultura reazionaria. Quest'ultima di solito perde tutti i suoi conflitti, ma su questa ha avuto un successo incontrastato, facendo credere che il pensiero buonista sia un pensiero dominante. Avendo vinto questa battaglia, un numero rilevante di persone si è convinto che in Italia domini il buonismo. Questo ha consentito che milioni di persone non si accorgessero che invece trionfava in maniera incondizionata, e senza avversari, il "cattivismo."

Il presidente di Amnesty International Italia ha recentemente dichiarato che nel nostro paese "ci sono, ancora oggi, violazioni aperte e plateali dei diritti umani." Eppure, anche a sinistra il tema dei diritti fondamentali rimane sempre abbastanza in disparteè come se fosse un grande rimosso.
C'è un pregiudizio culturale: in genere si pensa che i diritti umani siano una questione che riguarda o la dimensione esotica, cioè l'estrema periferia del pianeta, o un tempo lontano. Io penso l'esatto contrario. Penso che i diritti umani siano una questione che ha una dimensione esotica, una anacronistica ma anche una forte immanenza nel qui e nell'oggi.

La questione dei diritti umani riguarda le democrazie avanzate, è un problema dei sistemi democratici maturi. Questo è il punto: avere uno stato di diritto maturo non significa che non vi siano violazioni, ma che le violazioni possano essere evidenziate, contrastate e corrette. Ma non è la natura democratica di quel sistema che ti immunizza e vaccina dalle violazioni.

Foto di Ilaria Magliocchetti Lombi/Contrasto. Segui Leonardo su Twitter.