Roma, romani e cinema italiano: intervista al regista di Lo chiamavano Jeeg Robot

A una settimana dall'uscita di Lo chiamavano Jeeg Robot, ho incontrato il regista Gabriele Mainetti per parlare di cinema italiano, della questione "Roma" e della reazione del pubblico.

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04 marzo 2016, 9:28am

Lo chiamavano Jeeg Robot è, indubbiamente, il film del momento. Se avete un profilo su un qualsiasi social network, fosse anche solo tsü, vi sarete imbattuti nel messaggio entusiastico di un compagno di liceo che urlava alla rivoluzione nel cinema italiano. Dalle anteprime fino a oggi, le recensioni sul primo lungometraggio del regista romano Gabriele Mainetti sono più che positive, ai limiti dell'entusiasmo quasi isterico.

I motivi sono molto semplici: il film è la prima pellicola super-eroistica italiana, prima soprattutto se siete molto bravi a cancellare i traumi dalla mente e avete rimosso Il ragazzo invisibile (beati voi!). Lo chiamavano Jeeg Robot, inoltre, riesce a crearsi un proprio spazio tra le due correnti cinematografiche principali italiane: il film d'autore che si parla addosso e la commedia becera, riuscendo a proporre qualcosa di innovativo pur basandosi su un racconto abbastanza standard (semplificando estremamente, Enzo è un ladruncolo di periferia che ottiene dei superpoteri entrando in contatto con del materiale radioattivo, e da questo "dono" si aprono diverse strade: il conflitto morale, quello fisico con lo Zingaro, il villain, e l'amore).

A una settimana dall'uscita nelle sale, ho incontrato Gabriele Mainetti per approfondire i temi centrali del film, la questione "Roma" e il rapporto a volte fin troppo conflittuale tra pubblico e cinema.

VICE: Innanzitutto volevo chiederti come stai ora che il film è uscito e hai avuto il primo riscontro del pubblico, al di là di tutte le anteprime...
Gabriele Mainetti:
Appena è uscito il film nelle anteprime c'è stato un tipo di calore da "appassionato", che andava dal curioso al fan di Jeeg Robot che veniva a capire perché il film si chiamasse così. Ma il calore più bello è quello che sto ricevendo adesso: il film è uscito e sta andando abbastanza bene, mi pare sia terzo in media/copia...

Leggevo su Facebook che ieri in sala c'era anche Nanni Moretti.
Davvero? Er Nanni, grande! Sarei curioso di sapere cosa pensa.

Ma tu come hai vissuto tutta quella retorica sul film che salverà il cinema italiano? L'hai percepita come responsabilità, oppure pensi che sia stata fondamentale per il successo del film, contribuendo al "passaparola"?
No, responsabilità nessuna. Io mi sono semplicemente limitato a fare il film che volevo fare. La responsabilità mia era che il film funzionasse, e non era facile perché giocava con più generi, ognuno con uno spazio proprio: all'inizio c'è una sorta di poliziottesco con questo personaggio che corre perché inseguito da poliziotti, poi c'è il contesto periferico disagiato, poi l'introduzione del criminale alla romana, quindi gangster-movie, poi piano piano nasce la storia d'amore, che è un incontro profondo tra due personaggi, infine il conflitto interno di un tipo come Enzo Ceccotti, cioè un ladruncolo di periferia che incontra questa super-forza e decide come utilizzarla.

Che poi dopo la gente dica "Ah, uno spartiacque finalmente, adesso abbiamo trovato una quadra" a me fa un piacere infinito, però è tanto tempo che faccio cose così, Basette [un corto-omaggio a Lupin realizzato nel 2006 e pubblicato nel 2008], Tiger Boy [il secondo corto di Mainetti, che parla del rapporto morboso di un bambino con una maschera da wrestler]... io giravo sei anni fa con questo soggetto e nessuno me lo voleva sostenere.

Secondo te il successo del film può dipendere anche dal periodo in cui si è inserito, un periodo in cui si sta rivalutando una visione un po' atipica del supereroe? Penso a Jessica Jones o Deadpool... inseriresti Enzo in questo filone di supereroi?
No, personalmente no. Deadpool ha la sua forza nel fatto che rispetto agli Avengers è uno che si fa sodomizzare dalla compagna, per cui grazie a Dio arriva una versione comica. Deadpool mi ha divertito, ma non mi ha emozionato. Io cerco l'emozione nel cinema, per come sono fatto io, e il suo personaggio non l'ha fatto. Sono un amante dei perdenti veri, quindi I guardiani della Galassia, Hulk. Questi qua sono stati i supereroi che mi hanno influenzato. Aveva la possibilità di emozionare in modo estremo e farti ridere allo stesso tempo, invece si è limitato.

Sì, forse cerca di essere un po' troppo "anti"...
Esatto, bravo. È un personaggio che si costruisce esclusivamente sull'essere "anti". Se avesse allargato gli orizzonti non avrebbe semplicemente distrutto l'ano, sarebbe stato un capolavoro.

Tornando a Jeeg, forse la forza del film è anche quella di uscire un po' dai modelli classici, che in questo caso sono americani?
Io sapevo come far funzionare questa cosa, so—anche a livello personale, avendo studiato a New York e avendo legami di famiglia lì—che quando loro fanno questo genere di film, lo fanno senza aver paura di parlare di se stessi. Invece da noi spesso quando si tenta l'operazione di genere o si fa una cosa nostalgica (che per me è una stronzata colossale, perché allora mi guardo i riferimenti, che erano dei miti) oppure imitativa, che purtroppo spesso e volentieri viene intrapresa da ragazzi che sono lontani da quella che è l'industria—ma non la chiamerei manco industria cinematografica italiana perché non esiste, è più appropriato chiamarlo il salotto cinematografico italiano—e fanno l'errore di dire "Cazzo, vogliamo fare anche noi quel tipo di cinema."

Facendo "quel tipo di cinema" si ispirano al cinema doppiato e al doppio genere e non raccontano di se stessi. Noi dobbiamo parlare di noi, delle cose più vere, delle cose più autentiche: è chiaro che se metto i super poteri in mano a un pariolino o a un bauscia, non so come cazzo si possa chiamare, diventa più difficile. A me non interessa che sia uno spartiacque, l'unica cosa che mi interessa è che vada bene al cinema e che dia un segnale forte ai produttori, far capire che la gente non vuole vedere soltanto certe cose. Basta, solo questo.

E il fatto di parlare di se stessi nel tuo caso significava parlare di Roma e in romano.
Sì, a qualcuno non piacerà, ma io cosa ci posso fare? Io dico sempre che giro in lingua originale. C'è Gomorra, c'è Suburra. Ma per tornare al passato, scusami: Il Marchese del Grillo come cavolo era girato? Stiamo parlando di un aristocratico, di un folle dell'aristocrazia romana: come vuoi che parli? I Soliti Ignoti che sono dei poveracci che vivono ai margini della società e sono dei piccoli ladruncoli che non vogliono andare a lavorare, ma come parlano? In Poveri ma belli, capolavoro di Dino Risi: gli attori, come parlavano? Ti giuro questa cosa del romano è una cosa che non sopporto più.

Tra l'altro nell'ultimo periodo tutta la visione della "malavita" della Roma periferica, penso a Romanzo Criminale fino ad arrivare a Caligari, ha assunto quasi un ruolo centrale nell'intrattenimento italiano. Secondo te da cosa è dato questo blocco?
Non è così vero quello che dici, nonostante gli esempi che porti, perché continuano a fare fatica a dare fiducia a un prodotto del genere. Io capisco che a volte determinate operazioni possano essere percepite come romanocentriche e lo sono, e non è giusto, perché c'è questa cosa del "ce la cantamo e ce la sonamo." Io sono convinto che l'incasso è una cosa, gli spettatori sono un'altra. È un discorso che poi la televisione ti fa capire veramente bene, io ho fatto anche l'attore nelle fiction. Comunque sto polemizzando a cazzo perché ieri abbiamo fatto un ottimo risultato [ride].

L'altro dubbio su Roma, per chi non è di Roma come me e si è confrontato con chi invece di Roma lo è, è che fosse davvero facile cadere in un cliché ai limiti del trash nel tentativo di unire Tor Bella Monaca, la cocaina e che invece il tutto è orchestrato al meglio.
Ma guarda il cliché, che poi sia romano, che sia milanese, che sia di chissà quale altra città, non funziona. I personaggi hanno una loro identità, questo è l'unico modo per far funzionare un film di genere.

Però d'altra parte una delle cose riuscite del film è non mettere il realismo come protagonista, ma come cornice per una storia di personaggi...
Secondo me la romanità c'è, ma c'è anche in un modo intelligente. Noi per cercare di arricchire lo sguardo su un contesto delinquenziale romano abbiamo deciso di creare un personaggio diverso. Non era un coattone con le narici allargate pronto a darti una capocciata, ma uno innamorato delle icone pop anni Ottanta femminili dell'Italia—e questo racconta di per sé una fragilità, un bisogno narcisistico di essere accolto. È perfetto per poi tradursi in quella nevrosi contemporanea che è mettersi in vetrina. Quindi lo Zingaro, tiè, boom: in tre cose diventa un personaggio interessante, una nuova visione di un criminale e tra l'altro anche simpatico. Uno quando scrive si deve mettere a pensare a quello che c'è stato prima, sennò diventa inutile.

Ho un ricordo incredibile legato a questa cosa: un giorno stavo in macchina con Silvano Agosti, l'esercente del cinema Azzurro Scipioni, a Prati, e parlammo del mio primo corto, un viaggio tra la musica e le immagini, tutta una serie di flash e di cose che mi appartenevano. Lui mi disse: "Il tutto è molto suggestivo, ma sticazzi." L'obiettivo è sempre di raccontare una storia allo spettatore, non a se stessi. È una sorta di responsabilità, sennò si finisce a fare quel cinema noioso contrapposto alla commedia italiana. Ma allora io ritengo molto più sinceri Boldi e De Sica, nel rappresentare una certa Italia che loro chiamerebbero scoreggiona che esiste davvero.

Quindi la scelta di Tor Bella Monaca fa parte di questo voler rappresentare la realtà?
Il film è ambientato a Tor Bella Monaca perché quello è un quartiere che conosciamo un po': uno dei due sceneggiatori ci ha fatto il servizio civile, ragazzi che conosce si sono sparati in faccia. Abbiamo raccontato una realtà senza compatirla, come invece fanno quei borghesotti che vanno in periferia e dicono "Uh, anvedi, poracci stanno 'na merda, famoje er film del cazzo," tutti frustrati dalla loro convinzione borghese e con gli amici figli di papà. Quelli così pensano "Mo ve faccio sta' male," entrano là e mettono musica dura, tutto triste, tutto brutto... Non è così, infami. Cito di nuovo Poveri ma belli, con la scena finale in cui si sposano, vanno a vivere dal padre, in cui c'è altra gente ma "che importa, se strignemo."n

La vitalità non è assente in contesti come quelli, ecco perché lo Zingaro ci riporta su, ecco perché Alessia, nonostante gli abusi e le lacerazioni profonde, continua a contrapporre il positivo al negativo, perché c'è questa possibilità, io a questa cosa ci tenevo tantissimo. Sì, la periferia di Roma è una delle più difficili, specialmente Tor Bella Monaca, dire il contrario sarebbe falso, però ecco, non è tutto droga, "te sparo" e così via. Caligari è il maestro in assoluto di questa cosa, magari non va tanto sull'ironia però ti prende per mano e ti mette accanto a una persona che si spara in vena e te lo fa sentire vicino, perché ti racconta che lui ha i tuoi stessi sogni, che non è un disgraziato del cazzo lontano da te.

Ma c'è qualche citazione di Amore tossico, vero?
Guarda non ti dico di no, ma se c'è, è veramente inconscio. Però l'avrò visto veramente cento volte, per cui probabilmente sì. Caligari è il maestro che ha portato avanti a modo suo la lezione pasoliniana e ci ha fatto capire quanto bisogna amare i personaggi e cercare di conoscerli—non giudicarli e non essere falsi nella loro descrizione bidimensionale: sono solo cattivi, sono solo malati.

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