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A8N2: Il sesto numero di vice dedicato alla moda

Pelliccia fai da te

È immorale indossare la pelliccia di un animale anche se lo ammazzi, scuoi e cuci con le tue mani?

Un faccia a faccia—in realtà, faccia a muscolo scoperto—con una volpe mezza scuoiata. Quello sullo sfondo è Larry, che sta ridendo. Tempo fa lavoravo per uno stilista che aveva un debole per le pelli a tinte sgargianti, dal verde acido al prugna, impiegate soprattutto per confezionare costosissime pellicce che ricordavano i costumi dei Muppet. Soltanto il pelo di volpe, e in particolare quello della volpe rossa americana, non veniva tinto, perché era naturalmente perfetto. Nonostante mi si possa considerare una persona frivola—apprezzo le pellicce e la moda e sono in grado di tollerare capi “scomodi”, se la situazione lo richiede—, con gli animali è un po’ diverso. Il pensiero di bestiole d’allevamento che vengono soppresse mediante elettrocuzione anale non è facile da rimuovere, una volta che lo sai. Insomma, devono esserci delle alternative. Circa un quinto delle pellicce deriva da animali selvatici—animali che prima di diventare fantastici indumenti hanno vissuto un’esistenza libera e (si spera) altrettanto fantastica. Recentemente, il prezzo dei capi d’allevamento ha raggiunto picchi tali da rendere le pelli cacciate una vera e propria alternativa, anche se di minor pregio. Così, dall’oggi al domani, nelle vetrine di Neiman Marcus e Barneys hanno fatto la loro comparsa giacche in coyote e procione selvatici. Eppure, tra le campagne dei gruppi animalisti, sono ancora molti gli stilisti che sembrano ignorare (o non conoscere affatto) questa varietà, che, se messa nelle mani giuste, potrebbe diventare l’equivalente moda della carne da allevamento sostenibile, in versione “dai boschi al guardaroba”. Di fronte agli scarsi risultati ottenuti nel tentativo di scoprire di più su quest’area grigia, decido che l’unica cosa da fare è mettermi io stessa sulle tracce di una preda e verificare quanto sia difficile trasformare il pelo di un animale morto in alta moda. Non è così difficile, in fin dei conti. Ma non meno macabro di quanto mi aspettassi. Come prima cosa mi metto alla ricerca di qualcuno che possa guidarmi nei passi immediatamente successivi a cattura e spellatura. Il mio uomo è Dimitris, un artigiano del settore felice di poter dare un contributo. Come con tutte le persone intervistate, gli chiarisco fin da subito la mia intenzione di scrivere un articolo. Timorosa di ripercussioni da parte di gruppi animalisti, decido inoltre di riportare unicamente i nomi di battesimo. Da lì in poi, è tutto in discesa. Dimitris chiama Marc, un conciatore che pulisce e ammorbidisce le pelli. Marc chiama Harry, un distributore e grossista di pellicce; Harry chiama Larry, che per hobby acquista e scuoia le carcasse di animali; Larry chiama Barry, il suo miglior cacciatore. L’ultimo ad aggiungersi al gruppo è Eric, spalla di Larry (lo giuro, sono tutti nomi veri). In men che non si dica mi ritrovo sulla Pennsylvania Turnpike, in direzione di una casa gialla che nel cortile ha un cartello con la scritta “si comprano pellicce non trattate.” Ad accogliermi, nel vialetto d’accesso, una carcassa senza pelle (una volpe, forse?) abbandonata in una vaschetta. Facendo il possibile per non notarla mi avvicino all’abitazione, dove un Jeff Bridges invecchiato e con la camicia a quadri mi attende accanto alla porta del seminterrato. Deve essere Larry. “Hai portato gli stivali?” chiede indicandomi i piedi. Nella nostra prima telefonata mi aveva consigliato di procurarmi un paio di stivali di plastica alla coscia, e dopo averlo guardato in faccia sono sollevata all’idea di non dover rispondere negativamente. Larry è visibilmente ansioso di cominciare, e pochi minuti dopo, con gli stivali ai piedi, vengo presentata a Barry, che quando non sistema trappole lavora come tecnico veterinario. Con la sua felpa verde acqua e gli occhiali alla John Denver, penso tra me e me, sembra più un timido insegnante di matematica del liceo che un rude uomo dei boschi.
Larry e io durante il controllo delle trappole. Ma è già pomeriggio inoltrato, e per noi la luce è preziosa. Barry mi fa strada giù per una collina e poi lungo un ruscello scintillante. Facciamo qualche passo sulla riva e lo attraversiamo, con l’acqua che arriva fino alla coscia. Mi spiega che gli animali che caccia sono per lo più notturni. Si occupa di volpi, visoni e procioni. I procioni, continua Barry, cercano il cibo nelle crepe della terra vicino all’acqua, perciò è lì che bisogna preparare “la scena”, sistemando qualcosa che faccia da esca. Per la mia prima scena scavo un buco, sistemo la melma ai lati e ammucchio un po’ d’erba intorno. Nel frattempo Barry tira fuori una specie di marmellata d’uva, l’esca, e mi dice di prelevare un po’ di gelatina con un rametto e di passarla sull’apertura erbosa. Successivamente mi porge una boccetta con l’etichetta procione n. 1. Da buona alunna la apro—sa di bacon!—e verso il contenuto sulla scena, per poi spargere sul tutto una manciata di mini-marshmallow che immagino fungeranno da esca visiva. È il momento di posizionare la trappola. Quelle che usa Barry sono a molla, progettate in modo da preservare il pelo dell’animale fino “all’ora X” (ovvero quando vengono uccisi, la mattina successiva alla cattura). Barry mi allunga una trappola, un cerchio metallico nero poco più piccolo di un CD provvisto di ganasce. Cerco di capire da che parte potrebbe arrivare un procione curioso, scelgo un punto e con cautela spingo l’aggeggio nel terreno, vicino al letto del fiume. Eccola lì, la mia prima trappola. Mentre il sole scende percorriamo il fiume sistemando trappole, scavando buche e seminando marshmallow qua e là. Mi fermo un attimo a pensare come sarebbe farlo ogni giorno, e incuriosita chiedo a Barry cosa gli piaccia delle trappole. “Giocare d’astuzia con la preda. E riuscire a catturarla e a portarla a casa.” Mi informo sulla percentuale di successo, e Barry spiega che solitamente posiziona una cinquantina di trappole per notte. Se la mattina dopo scopre che cinque di queste hanno fatto il loro dovere, si considera soddisfatto. Noi ne abbiamo piazzate solo 15. Arriviamo da Larry al crepuscolo, l’ora in cui inizia a lavorare per rifornire cacciatori e bracconieri di attrezzi e comprarne le prede. Lo seguo nel seminterrato-laboratorio, e lì la morte è ovunque, in tante forme. Il pavimento è coperto di cartoni chiazzati di rosso scuro, e i ripiani sono occupati da oggetti di ogni genere—caricabatterie per torce, coltellini, salviette imbrattate e barattoli contenenti quelli che sembrano organi. Ganci insanguinati e uncini pendono dalle travi del soffitto. È lì che le carcasse vengono appese e scuoiate. Indicando un contenitore in legno alto quasi quanto me e contente scarti di pelle e pelo, Larry mi spiega che quella è la parte del laboratorio dove separa la carne dalla pelle. E poi ci sono le pelli, centinaia, lasciate a seccare su telai metallici a forma di U. Altre sono rovesciate, lunghe tra i dieci centimetri e un metro. Per terra, vicino alla carcassa di un procione, giacciono quelle di tre opossum, congelate. Quando prevedono di non vendere subito le prede, continua Larry, i cacciatori le mettono nel ghiaccio. “Quelle sono lì a scongelare.” Non ci vuole molto perché mi abitui a quella vista. Ogni volta che mi giro, i miei capelli, legati in una coda di cavallo, sfiorano la pelle di un opossum o la coda di un procione. Ma è una carcassa in particolare ad attirare la mia attenzione: una piccola volpe rossa. Schizzi di sangue e denti ben in vista esclusi, somiglia molto alla volpe dei cartoni che da piccola amavo così tanto. La forma della cassa toracica e la posizione delle gambe sembrano suggerire che al momento dell’uccisione fosse in movimento. Provo una leggera angoscia, ma più tardi, a letto, mi ritrovo a pensare alle trappole, e se qualcuna di loro abbia catturato un procione. Il mattino successivo torno da Larry, e andiamo subito a controllare le trappole. Non abbiamo preso niente: il livello dell’acqua si è abbassato più del previsto, scoprendole completamente. Persino i marshmallow sono rimasti intatti. “Il fatto è che questi animali possono andare qua e là, ovunque vogliano, mentre noi con le trappole copriamo un’area di pochi metri.” Ma il lavoro è appena iniziato, e lasciato il fiume torniamo alla piccola volpe rossa che ha passato la notte sul pavimento a scongelarsi. Non avrò altre chance di scuoiare un animale, penso, e un po’ titubante mi offro volontaria. Larry prepara un grembiule di plastica gialla e guanti di lattice, dopodiché si fa da parte. È il suo collaboratore Eric, che ha appena staccato dal turno di sergente nella prigione della Contea di Lebanon, a occuparsi della scuoiatura. Mentre Eric mi dà istruzioni, Larry prende una sedia. Sono convinta, ma avverto un leggero senso di nausea. Eric tende le braccia e afferra una stampella di metallo robusto che penzola da una corda attaccata al soffitto. La sistema ad altezza occhi, con due grandi uncini argentati collegati a catene che pendono da ogni lato. Solleva la volpe e ne appende le zampe posteriori agli uncini. Tocca a me.Dalla volpe, alla pelle, alla pelliccia. I cuscinetti sotto le zampe dei cani mi sono sempre piaciuti, così come le impronte che lasciano. Le zampette della volpe non sono così diverse. Mentre Eric assicura il cadavere prendo tra le dita avvolte nei guanti lo stinco freddo e ossuto e piego la zampa per farci affondare il gancio, ma non scende. Eric mi dice di farlo con più forza. Obbedisco, e riesco a sentire il metallo passare attraverso le ossa fino a sbucare dall’altra parte. Il secchio di plastica blu sul pavimento ha già raccolto qualche goccia di sangue. Dopo aver girato l’animale, Eric mi porge uno spazzolino coi denti metallici perché lo passi sul pelo aggrovigliato color rame. Con la mano libera tengo fermo il ventre per evitare che giri su se stesso. Quando ho finito Eric mi passa un coltellino dal manico in plastica. Con la punta della lama incido il retro degli stinchi e le caviglie, e passo le dita tra la carne finché questa non è completamente separata dalla pelliccia. Mi faccio spazio tra il muscolo e la parte di pelle ancora attaccata, poi tiro più forte che posso fino alla base della coda, lasciando scoperto il coccige. A quel punto Eric mi passa una specie di molletta di plastica rossa che assicuro all’osso. Stringo la presa intorno all’impugnatura e faccio forza in direzione del pelo, col dorso della mano vicino alla groppa della volpe e le dita a contatto con le ossa. Dopo qualche tentativo la carne inizia a cedere. “Finalmente!” dico con un gridolino, ed Eric mi incoraggia. “Tira, continua a tirare! Vai!” Poi la mano destra scivola per sbaglio su tutta la lunghezza della coda, e mentre il corpo della volpe si allontana un ossicino mi colpisce dritta in faccia. È una sensazione terribile. “Questa è la parte facile. Aspetta che arrivi il difficile,” chiosa Eric. La parte superiore della volpe è lì di fronte a me, senza più la pelle. Ha un colore tra il viola e il rosso, con linee bianche che tracciano i contorni della muscolatura. Sotto la guida di Eric continuo a incidere fino ad arrivare alle zampe anteriori. Avvolgo intorno alla carne una salvietta rosso intenso, e ancora una volta mi viene detto di tirare. Ad ogni strappo la pelle si separa un po’ di più, anche quella intorno al torso. Poi Eric afferra l’animale e con le dita si fa spazio tra la pelle e il corpo. Dal punto di vista anatomico non c’è alcuna somiglianza, ma in quel momento mi vengono in mente i vestiti. Stiamo estraendo la manica. “Ci sei,” esclama Eric. Con la sua mano tiene ferma l’attaccatura della zampa, mentre io strappo gli ultimi pezzi di pelle. Poi rimuove la carne dalla parte finale dello stinco, lasciando il pelo soltanto sulle zampe. Il passo successivo richiede una posizione accucciata, così sistemo il grembiule tra le gambe, posiziono la volpe ancora avvolta nell’asciugamano in mezzo alle cosce e la distendo in modo che sia quasi parallela al suolo. Riprendo a lavorare col coltello intorno al collo della volpe, rimuovendo delicatamente la pelle. Arrivata alla testa, lascio che Eric mi mostri come incidere la zona intorno alle orecchie, poi provo io stessa. È faticoso, ma alla fine ci riesco. Avvicinandomi alla fronte scopro la pallottola, e intorno il piccolo cranio della volpe tinto di rosso. Per un secondo mi sento triste, ma poi vengo nuovamente distratta da Eric che mi dà istruzioni su come infilare un dito nell’orecchio. “Dentro?” chiedo. “Sì, mettici il dito. Ecco. Ora tira.” Con un dito nell’orecchio della volpe indietreggio leggermente. L’idea, continua Eric, è quella di mantenere la pelle tesa per guadagnare qualche centimetro di spazio nella zona intorno agli occhi. “Bisogna lasciare attaccata tutta la palpebra,” dice prima di darmi una dimostrazione pratica. Introduce il pollice nella cavità auricolare dell’animale, sfilando la pelle fino a uno dei bulbi grigio-blu per poi incidere intorno. “L’altro lo fai tu.” “Oh… bene,” dico afferrando il coltello. “Continua a fare pressione con le gambe, sei già in posizione.” Impegnata a eseguire le istruzioni di Eric, tagliando fino all’osso pezzo per pezzo, avevo dimenticato che buona parte della pelle della volpe era tra le mie gambe. “Non aver paura,” mi incoraggia Larry. Arrivo al bulbo oculare e poi proseguo finché il muso della volpe non rimane con la pelliccia. Eric lavora la zona delle labbra e dei baffi fino a svelare la mascella e tutti i denti aguzzi. Il muso, privato del pelo, mi fissa con i suoi bulbi enormi. Sembra quello di un alieno. Resta solo la punta del naso, che afferro e taglio via come da istruzioni. Poco dopo mi ritrovo con tutta la pelle tra le braccia, girata sottosopra. Perplessa guardo l’orologio: l’intero procedimento è durato circa 40 minuti. “Prendila,” mi esorta Larry, “girala e guarda il lavoro che hai fatto.” Per rivoltarla sono costretta a infilare tutto il braccio tra la fredda pelle della volpe, a quel punto simile a un calzino di carne. Raggiungo il fondo e la giro. “Vedi? È tutto al suo posto” dice soddisfatto Eric. “Ci sono i baffi, il naso, le orecchie. Non manca niente.” All’improvviso, quello che fino a poco prima sembrava un cruento esperimento di scienze è diventato una volpe, e le mie braccia ne sopportano il peso. Prendo il piccolo naso nero e i peli tra le dita, mentre col palmo reggo la mascella. Vengo pervasa da un senso di gratitudine mista a rimorso. Qualcosa dentro di me mi spinge a stringermi la pelle al petto, come fosse un orsetto di pezza o un neonato. Sentendo le labbra corrugarsi cerco di controllarmi. Non vorrei che Larry ed Eric iniziassero a credermi un’attivista in incognito. Tra gli occhi della volpe c’è un piccolo buco. “È da qui che è entrata la pallottola?” “Sì, è uno dei fori,” risponde Eric. Non senza provare un certo sgomento, mi accorgo che sto per piangere. “A volte, quando siamo stanchi e ci va di scherzare,” inizia Larry alzandosi dalla sedia, “facciamo le marionette. Uno prende una volpe, l’altro un procione, ci sediamo e parliamo attraverso di loro.” Ridiamo tutti, poi Larry si prende istintivamente cura degli accorgimenti finali, girando nuovamente la pelle e posizionandola su un telaio per sfilare il grasso. Eric rimuove le ghiandole dalla carcassa e le mette da parte, per usarle in futuro come esche. Arrivati alla conclusione che una sola pelliccia non mi sarebbe bastata, Eric e Larry mi permettono di prendere cinque delle loro migliori volpi. Dopo averle spazzolate le passo a Larry, che estrae la sbarra da una gruccia e la fa passare attraverso i buchi degli occhi. Infine sistema le pelli in una sacca da indumenti e mi stacca una ricevuta da 150 dollari, un prezzo ridicolo. Un ultimo tocco… Ecco il risultato, un caldissimo gilet in pelliccia. Anche se le pellicce vengono create (e ottenute) con metodi diversi, la PETA non distingue tra varietà selvatiche e di allevamento. Riportando le parole di Lindsay Wright, responsabile della campagna, “quella delle pellicce è un’industria violenta e sanguinosa, da qualunque punto la si guardi.” Decisa a saperne di più entro in contatto con Steven Wise, autore della pungente condanna agli allevamenti suini An American Trilogy e professore di diritto avente all’attivo corsi di diritti degli animali presso la Harvard Law School. Wise ritiene che le pellicce dovrebbero essere dichiarate illegali, ma si dice disponibile a fare delle distinzioni sul piano etico. “Probabilmente gli allevamenti sono peggio della caccia. Fino al momento dell’uccisione, l’animale selvatico ha vissuto una vita normale. L’animale d’allevamento, invece, ha sia una morte che una vita terribili.” Gli chiedo se il fatto che uno provveda da sé all’uccisione dell’animale e alla preparazione della propria pelliccia cambi qualcosa. “No,” conclude secco. “Ti fa solo pensare alla follia che c’è dietro.” Chiamatemi folle, ma io non la penso proprio così. Arriva il fine settimana, e mi tocca aspettare ancora per poter portare le pelli a Marc, il conciatore. Per tre giorni, la sacca rimane nel mio bagno, a porta chiusa e finestra spalancata. All’inizio è come quando compro un vestito nuovo: ogni volta che ci penso sento una specie di scossa. Poi però, da fuori, il contenuto assume sempre più le sembianze di un cadavere, e infine sopraggiunge la puzza—un odore quasi delicato, a metà tra il banco di un macellaio, un negozio di pelle e le patatine al formaggio. Lunedì mattina do un’ultima occhiata alla sacca. Il pelo è ancora splendido, ma le pelli appaiono rigide, incartapecorite, e l’interno ha assunto i toni forti del magenta. Diciamo solo che da quel giorno il prosciutto crudo non è più stato lo stesso. Arrivata allo stabilimento in mattoni di Marc, nel New Jersey, la mia pelle freme per l’eccitazione. Un po’ di puzza non basta a farmi desistere dalla missione. “Hai scuoiato una volpe rossa?” chiede Marc mentre gli racconto di Larry ed Eric. “Mi prendi in giro? Guarda che sono del New Jersey!” Marc è nel mercato delle pellicce dagli anni Settanta. Allora, diciannovenne, aveva lasciato la scuola, e nonostante le sue aspirazioni in campo musicale si era messo a fare l’autotrasportatore di pellicce. Con mia sorpresa, sembra un tipo piuttosto impressionabile—e dire che è uno dei più grossi del Nord America, nel settore. Aprendo la sacca non riesce a trattenere una smorfia di disgusto, ma poi dice, “Credo verranno bene.” Per convincermi, mi mostra vasche piene di pelli a mollo in sapone, agenti chimici e sale. Successivamente verranno pulite dalla carne in eccesso, idratate e conservate in barili di legno. “Qui le trasformo in vera pelle,” mi spiega. Fino a pochi anni fa, continua Marc, gli animali selvatici costituivano soltanto un quinto dei capi che trattava. Recentemente, con l’aumento del costo delle pelli di allevamento, la differenza si è appianata fino a raggiungere la parità. Marc attribuisce l’inversione di tendenza all’aumento della domanda in Russia e Cina, e mi confessa che sì, gli americani vendono a prezzi troppo alti, ma l’alternativa non è così semplice da percorrere. “Le pelli selvatiche sono molto lanose, si aggrovigliano facilmente.” Ma la differenza di “lanosità” non mi è chiara finché non vedo la pelliccia di volpi finlandesi d’allevamento: stranamente morbida, è tre volte più grande della mia e il colore vira dal “platino” al “blu ghiaccio”. La volpe rossa americana, invece, è disponibile in un solo colore, e tutto sommato continuo a preferirla alla controparte finlandese—tanto che non vedo l’ora di scoprire il risultato. Marc mi conferma che una volta finito la invierà tramite corriere al distretto delle pellicce di Manhattan. Due settimane dopo mi trovo sulla Trentesima strada, in direzione del laboratorio di Dimitris. Nel 1985, quando dalla Grecia è arrivato a New York, era soltanto uno dei più di 500 pellicciai della città. Oggi ne sono rimasti 40. Sono gli ultimi giorni dell’anno dopo Natale, e lo studio di Dimitris, al quarto piano dell’edificio, è calmo. Dappertutto ci sono borse, scatole e pellicce. L’unica superficie libera è un robusto tavolo di legno al centro della stanza. Rivedo finalmente le mie pellicce: sono morbide, maneggevoli. Il dorso è color caramello, la parte inferiore grigia. La pelle interna ha perso il color rosa prosciutto crudo per un più essenziale bianco, e le orecchie, i nasi e i baffi rimangono al loro posto, ma come esorcizzati dal vecchio spirito animale. Prendiamo due pellicce e le uniamo fianco a fianco, poi Dimitris le lavora con un coltello dal manico d’oro e infine le cuce insieme. Il risultato è una strana volpe bifronte con un dorso grande il doppio del normale. “Vedi? Proprio come la chirurgia plastica,” esclama toccando senza tante cerimonie i due colli. Ecco il mio capo d’abbigliamento. Nei quattro giorni successivi faccio pratica sotto l’occhio vigile di Dimitris, intagliando le pelli, cucendole e mettendole in forma. Creiamo il cartamodello per un gilet e lo disegniamo su quattro pelli, lasciando da parte la quinta. Tagliamo lungo le linee, mettiamo insieme i pezzi con ago e filo e li passiamo al vapore. Arrivati al colletto, Dimitris mi cede il posto alla macchina da cucire. Per giorni l’ho osservato manovrare la pelliccia e farla passare sotto l’ago, ma arrivato il mio turno di premere il piede sul pedale sento la stessa paura sperimentata nell’usare per la prima volta il coltello, da Larry. Alla fine trovo il coraggio di avviare la macchina. Il meccanismo è in funzione, e l’ago fa su e giù nel colletto. Ultimato il gilet, vado in merceria per scegliere la fodera. Sono indecisa tra un verde militare che ricorda i boschi della Pennsylvania e un beige simile allo strato inferiore del pelo di volpe. Opto per il beige e lo porto a Maria, la sarta che dapprima imbastisce la fodera, e poi, con un ago sottile e appuntito, la cuce manualmente dentro il gilet. Il mio capo è quasi pronto, manca solo un piccolo tocco vecchio stile. Porto il gilet a un negozio di monogrammi sulla Trentesima per farci ricamare il mio nome. In realtà, un solo nome non basta: dovrei aggiungere quelli di Maria, Dimitris, Marc, Barry, Eric e Larry. Oltre a quattro piccole volpi che renderanno il mio inverno un po’ più caldo.