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Una volta per tutte, la dignità in amore è sopravvalutata

La scelta migliore di fronte alla miseria dell'abbandono e del rifiuto è sempre manifestare e vivere appieno il ridicolo, rotolandosi per terra e urlando senza ritegno. Ecco perché la dignità è sopravvalutata.

di Niccolò Carradori
26 novembre 2015, 7:35am
Moltissime persone credono che la reazione migliore—più elegante e socialmente rispettata—di fronte alle miserie della vita sia quella specie di composta accettazione e rifiuto delle naturali pulsioni emotive che si vivono di fronte ai propri baratri umani: quella cosa che viene definita dignità.

Io ci ho rinunciato da tempo ormai, come gran parte della mia produzione può testimoniare, e l'ho fatto perché perdere la dignità è la più grande forma di adattamento che l'essere umano possa raggiungere. Ne parlavo tempo fa con una collega, e ho pensato che scrivere un breve e diretto pamphlet, in grado di spiegare perché il ridicolo è giusto, fosse l'unico modo di spargere il mio verbo con efficacia. Potrei sembrare soltanto un povero stronzo che dilapida se stesso in piazza, invece ho una missione: salvarvi dalla menzogna della dignità.

Ora: esistono un sacco di esempi di come le persone costringano se stesse e tentino di nascondersi dietro a questo paravento fatto di carta velina, ma quello più calzante e didascalico è rappresentato dalle relazioni sentimentali. Quindi ho pensato che fosse lo strumento narrativo più semplice e utile per convincervi.

Fingere stoica nonchalance e menefreghismo davanti al rifiuto e all'abbandono, cercare di accettare civilmente e con il sorriso stirato il fatto che un'altra persona ci stia comunicando quanto possa fare a meno di noi e come siamo diventati un ingombro, cercare di mantenere buoni rapporti, tentare di uscirne come "i più fighi". Queste reazioni sono tutte inutili, e più ridicole del ridicolo stesso.

La verità, semplicemente e forse anche tragicamente, è che la dignità non esiste: è semplicemente un costrutto egotico e ombelicale che ha a che fare con il nostro bisogno di validazione. E proprio per questo è ancora più infimo e detestabile della manifesta esibizione delle nostre reazioni più scomposte. Un inutile orpello che la gente finge di utilizzare per rispetto o autocontrollo, ma che in fin dei conti serve solo ad attutire gli spigoli dell'esistenza e fingere che esista un modo per passare indenni dal sostrato che innerva il mondo: il ridicolo.

Speriamo che la gente noti quanto siamo eleganti mentre passiamo ancora una volta sotto il loggiato dello scherno e dell'umiliazione, speriamo che sia proprio la persona che ci ha abbandonato a notarlo: ma la verità più evidente è che a nessuno frega niente, specie a coloro che hanno deciso di mollarvi, e la verità più profonda è che se anche a qualcuno fregasse qualcosa degli esercizi da acrobata che fate per mantenere un contegno, noterebbe subito la vostra ipocrisia.

Un professore che stimavo molto diceva sempre che l'eleganza, in tutte le sue versioni, non è altro che un tentativo molto subdolo e vigliacco di non essere visti. Per di più fallace: quando penso alla tanto sbandierata "grace under pressure" di Hemingway, ad esempio, mi viene subito in mente quella volta che si è sparato da solo nelle gambe tentando di uccidere un marlin con una rivoltella, o quell'altra in cui si è fatto cadere in testa una plafoniera mentre tentava di accendere la luce in bagno da sbronzo.

C'è molta più gratificazione intellettuale nel saper riconoscere la verità e nel dimostrarla. E nelle relazioni, sempre per fare il più semplice degli esempi, questo significa ammettere in primo luogo che un altro essere umano non ti vuole: che probabilmente ci sono delle parti di te che lo ripugnano, che lo annoi, che può benissimo fare a meno di te (e te lo sta comunicando deliberatamente); in secondo luogo, poi, (che è il fondamentale) significa ammettere a te stesso che questo ti fa stare di merda, perché È una merda. Non esiste nonchalance di fronte al rifiuto, è sempre una stalagmite che ti trafigge le viscere. È inutile fare il figo: se lo fossi veramente non verresti mollato. Quindi è molto più gratificante rinunciare all'ipocrisia.

Ma la dignità non è solo una menzogna ipocrita, è anche priva di qualsiasi utilità: non ne hai né se stai cercando di acquistare punti di apprezzamento—perché la persona che ti sta abbandonando non prova nessun tipo di autentica stima nei tuoi confronti per il fatto che stai tentando di far finire la cosa in modo elegante e figo (è già ben al di là della soglia di disinteresse), ma soltanto sollievo per il tuo toglierti dalle palle senza tante storie—né se lo fai per te stesso.

Se il tuo intento è quello di attutire il dolore e l'umiliazione nel modo più contegnoso, sappi che in realtà stai semplicemente propagando a dismisura questa sensazione. Anzi, rendi tutto ancora più ridicolo.

Come quando stramazzi al suolo distruggendoti una rotula in mezzo a una folla e tenti di rialzarti a camminare dignitosamente facendo finta che non sia successo niente e ignorando lo scherno altrui: stai semplicemente prolungando l'agonia. Rotolarsi per terra e urlare senza ritegno, invece, aiuta a liberare endorfine e a lenire il dolore.

Quindi la scelta migliore di fronte alla miseria dell'abbandono e del rifiuto è sempre manifestare e vivere appieno il ridicolo: cospargersi il capo di cenere, percuotersi il petto in piazza, implorare, frignare. Non solo ti sentirai meglio e in pace con il tuo vero io, ma potrebbe anche rivelarsi più fruttuoso: perché la pietà e il ricatto emotivo sono sempre più potenti della dignità. Leggete Dostoevskij, non Hemingway.

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