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Doglegs, i wrestler disabili giapponesi che se le danno sul ring

Il regista Heath Cozens ha passato cinque anni a lavorare a un documentario che parla dei lottatori professionisti disabili di Tokyo, una lega nata per caso e che raccoglie persone con ogni tipo di disabilità.

di Daisy Jones
18 agosto 2015, 7:53am

Tutte le foto per gentile concessione di Heath Cozens e Doglegs

Avere una malattia neuromotoria non implica necessariamente non poter dare una sonora mazzata a qualcuno di fronte a un pubblico in visibilio. Ok, forse non riesci a sollevare una persona e farla roteare in aria, ma se il tuo avversario ha delle protesi di metallo al posto delle gambe potresti mandarlo al tappeto con una "stretta del cobra."

La lega professionistica di wrestling per disabili di Tokyo vuole che la gente la smetta di escludere i disabili da certe attività – come, appunto, il wrestling. La lega, chiamata "Doglegs," accetta tutti sul ring, a patto che ci sia qualche tipo di disabilità. Le distinzioni, tuttavia, sono piuttosto vaghe. Qui le disabilità vanno dalla sclerosi multipla alla depressione, e le regole vengono create appositamente prima di ogni incontro. Per esempio, se hai una capacità motoria maggiore rispetto al tuo avversario, ti legheranno le gambe così da potervela giocarvela alla pari.

Il regista Heath Cozens ha passato cinque anni a lavorare su un documentario che parla di lottatori professionisti disabili di Tokyo. L'ho chiamato per fare due chiacchiere sul documentario e sul futuro del Doglegs.

VICE: Ciao Heath, raccontami un po' la storia di Doglegs.
Heath Cozens: Hanno iniziato a lottare in maniera professionale nel 1991. Kitajima, il fondatore, era una specie di eremita. Quando era al liceo, è stato un anno chiuso nella sua camera fino a che ha visto in televisione un programma sui disabili. Questo gli è stato d'ispirazione e l'ha fatto uscire di casa. Dopodiché, ha riunito un gruppo di disabili che non si trovavano a loro agio nella comunità di persone con handicap.

Quel gruppo è diventata una vera e propria lega perché un tipo di nome Shintaro, e un altro membro, Doglegs, si erano innamorati di una volontaria di un'università del posto e a volte la chiamavano anche venti volte al giorno. Dopo un po' la ragazza ha avuto una crisi nervosa e ha smesso di andarci. I ragazzi del gruppo si sono dati la colpa a vicenda e hanno finito per fare a botte. Questa è la genesi di Doglegs. Utilizzo il termine "genesi" perché è stato come un risveglio. In quel momento si sono resi conto di poter fare quello che volevano. Si erano sentiti finalmente liberi.

Perché hai deciso di fare questo documentario?
Un mio amico e io stavamo cercando delle storie da mandare al Wall Street Journal, ma quando lui ha parlato di questa "lega di wrestling per disabili" ho pensato che un documentario sarebbe stato più adatto.

Secondo te perché non c'è una lega di lottatori disabili in eventi mondiali, come ad esempio le paraolimpiadi?
Penso che la gente consideri il wrestling più che altro come uno spettacolo, un intrattenimento. Se poi questo intrattenimento ha a che vedere con i disabili, allora la gente inizia a parlare di sfruttamento, di fenomeni da baraccone e cose del genere.

Tu come la pensi?
Spero che il pubblico che vedrà il mio documentario si faccia la stessa domanda. Dal mio punto di vista rafforza chi ne fa parte, perché è una loro decisione. E nessuno ci guadagna.

Anzitutto, bisogna capire da dove nasce il pensiero che li stiano sfruttando. Nel mio caso, quando me lo sono chiesto in prima persona, mi sono reso conto che ci sono una serie di tesi preconcette legate ai disabili. Forse sarebbe meglio chiedersi "Perché stanno salendo sul ring?", invece che negare alla radice il loro libero arbitrio.

E secondo te perché salgono sul ring?
Ognuno ha le sue ragioni, non posso parlare per nessuno. L'unica cosa che ti posso dire è che a Shintaro piace molto salire sul ring ed essere la star. Il caso di Nakajima, che è clinicamente depresso, è più complesso. Lotta perché la gente si renda conto che sta superando le sue disabilità interiori. Anche se non sempre va come vorrebbe.

Secondo te chi è un disabile? A molti non piace classificare i malati mentali come disabili.
Non credo che sia possibile rispondere a questa domanda. Shintaro mi ha detto che tutti hanno una qualche disabilità, anche chi ha un corpo perfettamente funzionante, e credo che abbia ragione. Nessuno può essere perfetto.

Come fanno gli organizzatori a equilibrare gli incontri con partecipanti così diversi tra loro?
Ci sono quattro categorie; quelli che combattono a terra, quelli che combattono seduti, quelli che combattono in piedi e la "classe aperta," dove ognuno può partecipare. A volte qualche lottatore della classe aperta viene legato, o si limita a picchiare con la testa. A volte, però, non è che si preoccupino più di tanto della correttezza.

Il presentatore sul ring, ad esempio, ha detto che "non ci sono regole speciali – le regole le fa l'orgoglio di ciascun lottatore"
Ogni scontro viene organizzato in modo che abbia un certo impatto e che possa trasmettere qualcosa al pubblico. Per il pubblico è un intrattenimento, e per i partecipanti una liberazione. C'è anche un messaggio politico: i disabili non devono adattarsi ai pregiudizi della gente. Possono fare quello che vogliono. Quando vediamo un disabile abbiamo la tendenza a attribuire immediatamente un limite alle sue capacità. In realtà, gli unici che possono imporsi dei limiti sono loro stessi.

C'è qualcuno che si oppone a questi incontri?
In Giappone ce n'è qualcuno, ma la società giapponese è molto abile nel distogliere l'attenzione e fingere che non stia succedendo niente. Secondo me, però, Doglegs non è riuscito a guadagnare l'attenzione che voleva.

Com'è il pubblico di Doglegs?
Ci sono quasi sempre le stesse persone. In generale è gente che lavora nella comunità dei disabili, infermieri, amici e famiglia. A volte nel pubblico ci sono altri disabili.

Credi che un giorno la lotta tra disabili diventerà di moda?
Ci sono già due nuovi gruppi in Giappone ispirati a Doglegs, e c'è una lista di 40 persone che di tanto in tanto prova a lottare. Sarebbe molto bello se diventasse di moda, ma non credo succederà.

La gente è disposta a provare una volta, però sono pochi quelli che continuano. E questo dipende dalle loro capacità e dall'interesse del pubblico nei loro confronti. Da poco, un'universitaria ha detto di voler partecipare a queste lotte. Penso voglia farlo per una questione di rispetto. Combattere con qualcuno può essere una forma di rispetto, e credo che il significato profondo di Doglegs sia proprio questo.

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