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Dio salvi Belfast

C'era un tempo in cui il conflitto in Irlanda del Nord era molto popolare fra la gente, con le sue brave schiere di cattolici e protestanti e la loro apparentemente semplice missione di unirsi alla Repubblica d'Irlanda...

Una festa attorno al falò organizzata da alcuni membri incredibilmente amichevoli della comunità lealista. C’era un tempo in cui il conflitto in Irlanda del Nord era molto popolare fra la gente, con le sue brave schiere di cattolici e protestanti e la loro apparentemente semplice missione di unirsi alla Repubblica d’Irlanda invece che restare sotto l’ala protettrice della Gran Bretagna. L’IRA è subentrata minacciosamente—una forza irregolare che ha dato agli inglesi filo da torcere, una specie di simbolo del terrorismo pre-Al Qaeda.
I “Troubles”, come li chiamavano i Cranberries, erano dappertutto. Ma nel 1998, dopo una guerra furiosa ma a bassa intensità, con almeno 3700 vittime in oltre 30 anni, le due fazioni hanno chiesto improvvisamente una tregua. I rappresentanti politici dei gruppi paramilitari e dei principali partiti hanno elaborato il Good Friday Agreement, stabilendo la cessazione delle principali violenze settarie, la tregua delle armi e il rilascio dei prigionieri affiliati a gruppi tipo l’IRA e gli altri analoghi unionisti, quelli dell’Ulster Volunteer Force (UVF). Non ci sarebbe stato nessuno scambio di territori, nessuna concessione significativa verso coloro che chiedevano un’Irlanda unita, solo un lieve e molto tardivo “processo di pace”. Questo ha segnato, come una volta mi disse un giornalista irlandese, l’effettiva resa dell’IRA. Ma nelle comunità unioniste di Belfast est e le enclavi nazionaliste di Belfast ovest—le aree operaie dove il settarismo militante è uno dei pochi diritti di nascita—c’è poco senso di pace e si sente continuamente dire che si è stati “venduti dai politicanti che bevono tè.” E ogni anno, il 12 luglio, quando gli unionisti dell’Orange Order festeggiano la vittoria del re protestante Guglielmo d’Orange sul cattolico Giacomo II Stuart marciando attraverso Belfast, sembra non ci si debba sentire in torto se si ha l’impressione che i problemi non siano finiti. Nel periodo che ha portato alla Twelfth Parade di quest’anno, le tensioni sono serpeggiate più intense che in qualsiasi altro periodo degli ultimi tempi: erano passati solo pochi mesi da quando un agente cattolico della polizia di 25 anni era stato assassinato da un dissidente repubblicano (per dissuadere altri dall’arruolarsi) e poche settimane dagli scontri fra nazionalisti e unionisti a Belfast est, finiti in guerriglia e con numerosi morti, incluso un cameraman. Quale miglior momento dunque per visitare Belfast e immergersi nell’odio fra le due fazioni? Arrivando a pochi giorni dall’evento, ho intervistato un gruppo di giovani manifestanti, alcuni anche provenienti da posti fuori mano, tipo Toronto, sul significato delle celebrazioni del 12 luglio. Molti mi hanno propinato banalità circa il fascino di “King Billy” e il bisogno di affermare la cultura unionista; i particolari storici della marcia sembravano irrilevanti per i suoi partecipanti. È stato strano comunque sentire dei ragazzi ubriachi marci usare della sciocca retorica politica piuttosto che semplici slogan settari. Si affannavano a dire che la marcia è una celebrazione della “cultura”, che è ostacolata dai politici bigotti e da una polizia inutilmente aggressiva. È il linguaggio familiare del multiculturalismo, adattato alla schizofrenia del conflitto religioso. Ma altri sono chiari, passionali, intelligenti—anche se non meno stridenti nelle loro visioni. Quando ho chiesto a un gruppo di ragazzi lealisti del posto se avessero in programma di iscriversi all’università—in un primo momento sono arrossiti come delle perfette matricole—tutti hanno risposto che se forzati a scegliere tra conquistarsi una laurea e restare per “difendere la comunità” loro avrebbero scelto senza dubbio quest’ultima cosa. Il fatto che le opportunità economiche siano scarse nelle zone operaie di Belfast è fuori discussione (quasi tutti gli altri ragazzi con cui ho parlato non hanno un lavoro; una fortunata minoranza lavora nei call center), ma questi ragazzini impegnati politicamente e per lo più disoccupati rinuncerebbero a una migliore educazione per il pressante richiamo di proteggere la loro comunità. Il cartello “Bobby Sands 8 Fuck All” si riferisce a Bobby Sands, membro dell’IRA e icona repubblicana nota per i suoi scioperi della fame. I lealisti lo odiano tanto quanto adorano la Regina. Non è strano vedere il tricolore irlandese nelle zone fedeli alle idee repubblicane attorno a Falls Road a Belfast est. Ma stretto fra le proprietà cattoliche, circondato dall’ostilità da tutti i lati, mi imbatto in un piccolo rifugio di lealismo, curiosamente decorato con entrambe le Union Jack e i colori della repubblica irlandese. Un gruppo di ragazzini vanno e vengono, costruendo un falò per l’11 luglio: un pre-rituale della Twelfth march in cui i protestanti fabbricano con assi di legno, gomme e molti altri pezzi di materiale infiammabile una piramide tutta decorata con vari oggetti—fra cui le bandiere e i poster di propaganda dei loro nemici cattolici. Brucia, editto di Worms, brucia. Dopo aver chiesto se potessi assistere alla costruzione di quel temporaneo monumento all’odio cattolico, un angelico ragazzino di undici anni, nato un anno dopo il Good Friday Agreement, mi ha fornito una breve storia dei falò (“hanno a che fare con il re”) e ha voluto la mia opinione sul papa. Il suo modo di conversare non avrebbe fatto cadere la nostra chiacchierata sulle relazioni diplomatiche di Pio XII con il terzo reich, ma piuttosto rappresentava un’opportunità per mostrarmi le sue infantili obiezioni verso la condotta della Chiesa Cattolica: “Il papa è un fottuto coglione.” Se i falò notturni e le marce dell’Orange Order sono manifestazioni del reclamo dei protestanti, i loro equivalenti cattolici possono essere trovati ad Ardoyne, rabbiosa area nazionalista di Belfast nord situata accanto a una faglia settaria (quello che i locali ironicamente chiamano “area di interfaccia”). Nel 2010, quando quelli dell’Orange Order sono passati davanti ad Ardoyne mentre si dirigevano verso un terreno lì vicino, i ragazzi hanno risposto con una pioggia di molotov, pietre e mattoni. La polizia si aspettava una replica quest’anno. È stata una previsione fondata. Come la marcia è cominciata, i reparti della polizia armati fino ai denti hanno circondato i dimostranti (e quelli di noi che preferivano essere dalla parte di quelli che tiravano, piuttosto che beccarsi le bottiglie incendiarie), per prevenire un’affrettata contromarcia nei confronti dell’Orange Order. Dietro le linee della polizia, lontano dal branco dei giornalisti e nascosto fra i manifestanti, si è sviluppato uno strano scenario—una curiosa combinazione di passamontagna pronti per la battaglia e dimostranti di mezza età che invocavano il diritto civile americano di manifestare. C’era il tipico coro “We shall overcome”, un organizzatore della marcia che citava Martin Luther King dentro a un megafono e un ragazzino con lo sguardo spiritato che usava la sua maschera per coprire un sacchetto di colla da cui stava inalando. In un momento che ricordava più i disordini degli anni Settanta fra i cattolici irlandesi di Boston sud che le disobbedienze civili sull’Edmund Pettus Bridge, i manifestanti veterani e i repubblicani hanno ceduto velocemente il passo ai giovani scalmanati—pietre e cubetti di porfido, bombe molotov che esplodevano e la polizia che ci dava dentro con manganelli di plastica e getti d’acqua. Il solito ritornello della gente ad Ardoyne è che i piantagrane vengono da fuori e che quelli del posto non possono farci nulla per questi ragazzini intrusi che si scagliano contro la polizia. Ma è apparso subito chiaro che alcuni dissidenti repubblicani—bestioni con tatuaggi fatti in prigione scoloriti e denti distrutti, tutti ben consapevoli della presenza dei giornalisti—hanno il potere di chiudere il rubinetto della violenza al primo avviso. Come ho potuto apprendere da una fonte apparentemente certa, uno del posto che ha legami piuttosto stretti con un gruppo di dissidenti terroristi, i ragazzini sradicavano i blocchi di cemento dalle case in costruzione, li distruggevano per terra e poi distribuivano tra i loro amici ciò che restava come munizioni. La polizia li teneva sotto tiro, alcuni sono stati colpiti da proiettili di plastica e così l’Irlanda del Nord è potuta restare sotto il dominio dell’Inghilterra. La marcia dell’Orange Day attrae ogni tipo di uniforme. Alcuni sembrano i Village People ai tempi della loro passione per il fisting. Dopo pochi giorni di andirivieni fra i campi dei nemici, conversando con assassini scafati e con quelli che sembravano interessati a uccidere i giornalisti ficcanaso, ho capito che ci sono solo due grandi verità a Belfast: le tute dell’Adidas sono la divisa preferita dagli uomini di entrambe le comunità e se uno chiede ai ragazzini, cattolici o protestanti che siano, a quando risale l’ultima funzione religiosa a cui hanno assistito—o per espandere la divisione teologica che separa i due campi—preparatevi a una mezza risposta biascicata. Nessuno è d’accordo su nient’altro qua. A Belfast potete permettere alle varie fazioni di farvi fare un giro oppure rischiate di ritornare a casa a mani vuote—e tutte le persone, a prescindere dall’affiliazione religiosa, ti bombardano con le loro ristrette visioni della “verità”. Questo è ovviamente da mettere in conto. Ma i cattolici e i protestanti sembrano ripetere lo stesso copione: siamo dei cittadini di serie b frenati dai politici, dal settore privato, dall’accartocciato sistema del welfare e dai nostri padroni a Londra. Tutti denunciano le tattiche dei terroristi nemici, mentre invece offrono contorte difese del terrorismo perpetrato da quelli della loro parte. Quando le telecamere e i registratori sono spenti, i passamontagna spariscono e la discussione sulla “cultura” e dei diritti calpestati si sposta verso una denuncia meno ambigua dei fottuti taig (cattolici) e dei fottuti hun (protestanti). Ancora più discordanti sono le scritte “Uccidi tutti i taig” incrostate sui muri di mattoni nelle aree lealiste e disegnate con gli spray sulle assi di legno per i falò. Quando ho chiesto a un rappresentante della comunità se questi slogan non fossero un po’ troppo eccessivi (“Proprio tutti-tutti?”), mi ha assicurato che non c’è nessun olocausto di cattolici imminente, uno deve inquadrare le invocazioni di morte all’interno del contesto del conflitto. Un tour dei graffiti di Belfast ovest dimostra che dodici anni di pace vacillante non hanno raffreddato l’entusiasmo nazionalista della frase “UCCIDERE TUTTI GLI HUNS”. Ho chiesto a un ragazzino cattolico, il quale probabilmente l’ultima volta che aveva visto l’interno di una chiesa era stato quando aveva alleggerito il suo parroco del vino della comunione, che cosa pensava dovesse essere fatto ai suoi vicini protestanti, molti dei quali, lui sosteneva, minacciavano i ragazzini in fondo alla via. Ringhiando mi ha detto che dovrebbero essere mandati sotto terra o forse, semplicemente rispediti indietro in Inghilterra o Scozia. Con un grugnito mi ha spiegato che nella sua fantasia la divisione di commando in tuta addetta al genocidio potrebbe permettere alle donne di restare—una concessione che difficilmente rassicurerebbe le ragazze protestanti di Belfast est. Ci sono, tuttavia, alcuni spiragli di speranza. Con una sconvolgente e vasta casistica di suicidi di ragazzini (un giovane cattolico ci ha detto che cinque persone che conosceva si erano uccise lo scorso anno), disoccupazione cronica e una sempre presente attrazione per le organizzazioni paramilitari a Belfast, alcuni veterani dei “Troubles” offrono le loro storie come avvertimento per i giovani e gli sbandati. I miei due compagni—uno protestante, l’altro cattolico, dato che ogni cosa in questa città richiede una negoziazione—avevano entrambi scontato un lungo periodo nell’infame prigione di Long Kesh con l’accusa di terrorismo e tutti e due mi hanno fornito una intelligente e sfumata versione della recente storia dell’Irlanda del Nord. E nonostante concordino su ben poche questioni politiche, lavorano insieme—spesso con la costernazione dei loro precedenti compagni—nel tentativo di distogliere i ragazzini dagli ideali che armano il conflitto, cosa affascinante e parte di una soluzione realmente perseguibile. Sono in molti quelli che arrivano da Glasgow per partecipare alle manifestazioni. Per tutti quelli che non sapevano nulla della realtà di una guerra così sporca, in cui i cattolici e i protestanti uccidono i loro compagni di religione con la stessa frequenza e ferocia, i Troubles erano un semplice gioco di moralità: occupati contro occupanti, movimenti liberazionisti contro aggressori imperiali. Coloro che hanno vissuto i giorni bui dei Troubles, e quelli che rimpiangono la loro partecipazione a una guerra civile che molti ora vedono come una cosa senza senso, parlano del loro passato senza troppa esaltazione. Ho chiesto a un ex prigioniero quanti membri del suo gruppo repubblicano paramilitare fossero stati catturati dall’Intelligence Britannica—cosa che capitava molto spesso. Dice che numeri precisi non ne ha, “ma tra i capi? Sui cinque.” “Come lo sai?” “Mettendo i pezzi insieme. Non confessano mai, ma…” Segue un’altra domanda, anche se conosco già la risposta: “Cosa gli è successo? Qualcuno riesce a uscirne?” Si ferma, respira e dice “Ci prendiamo cura di loro.” Per caso, mi sono ritrovato a parlare con un ex prigioniero UVF che, alla tenera età di 17 anni, aveva sparato tre colpi in testa a un cattolico, basandosi su “informazioni” rivelatesi poi inesatte. Era pentito? “Assolutamente.” Si era scusato coi parenti della vittima? “Naturalmente.” Le complessità morali e politiche di questa guerra si perdono spesso in slogan riduttivi—per gli americani di origini irlandesi, quelli dell’IRA sono i buoni, mentre i vari gruppi paramilitari lealisti sono più o meno i cattivi. Per l’Inghilterra, che ha subito diversi attentati, sono tutti cattivi, ma quelli che hanno fatto saltare Canary Wharf sono di sicuro i peggiori. E se la maggior parte dell’Irlanda del Nord, come dimostrato dalle tendenze elettorali, non vuole avere nulla a che fare con sbandati e dissidenti di entrambe le fazioni, a Belfast permane una riluttante sensazione: la guerra sarà anche finita, ma il conflitto non se n’è mai andato. Non sembra il pene di Dio che li spruzza come per dire “Fate la pace”?

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INTERVISTA CON L’EX-PARACADUTISTA CAZZUTO CHE HA SCATTATO QUESTE FOTO

INTERVISTA DI ANDY CAPPER

Vice: Come sei finito a Belfast?
Stuart Griffiths: Ero un soldato inglese di stanza qui. Sono arrivato che avevo 17 anni, stavo nei paracadutisti del Terzo Battaglione, 3 PARA. All’inizio mi tenevano in mensa, perché ero troppo giovane per andare in strada. Quando ho compiuto 18 anni mi hanno messo nella Compagnia B del 3 PARA. Cosa ti ha spinto ad arruolarti nei paracadutisti?
A quei tempi c’era un programma in tv chiamato The Paras e a scuola eravamo tutti presi bene per la cosa: “Entra in Marina,” “Entra nei Parà” e tutte quelle stronzate da macho. Sembrava fico. Com’era essere un giovane soldato nella Belfast dei Troubles?
Ci alzavamo alle sei e andavamo in giro di pattuglia. Stavamo fuori quattro ore, e dopo due ore di riposo mangiavamo, e via di nuovo. Per strada ci gridavano, “Fottuti inglesi, stronzi, sacchi di merda, bastardi!” E voi, che rispondevate?
Niente. Incassavo tutto. Una volta, avevo iniziato da poco, ero stato insultato persino da una bella ragazza. Cercavo di non farci caso. Qual è la peggior violenza che avete subito?
Ci hanno sparato. A dire il vero, forse è stato peggio quando ci hanno tirato della merda addosso, rovesciavano dalle finestre dei vasi belli pieni. Ci voleva un bel po’ prima che la puzza sparisse. Ma non odiavano noi come persone; era l’uniforme. È per questo che me ne sono andato, credo. Com’è stato tornare a Belfast?
Catartico, emozionante. Si trattava di avere a che fare con fantasmi e demoni del passato ed esorcizzarli. In termini di terapia, è stata un’esperienza positiva. Davvero coinvolgente. Come ti sei sentito quando eri ad Ardoyne, tra i disordini?
Avevo già assistito a scontri prima di allora, ma non mi aspettavo una cosa del genere. Continuavo a pensare, “Cosa succede se un mattone o una pietra mi finiscono in testa? Stavolta non indosso un elmetto.” Ma quando sei fuori e stai cercando di fare delle belle foto, è la fotografia che ti dà la forza. Questo dimostra quanto la fotografia conti nella mia vita. Come dice il fotografo Patrick Zachmann, “Fotografi la tua storia personale. Tutto il resto è turismo.” È quello che ho fatto. Ma quando hanno cominciato a lanciare roba, non ho potuto fare a meno di dirmi “Questi ragazzi sanno davvero come si combatte.” Già, è quello che pensavo anch’io: “In questo sono davvero bravi.”
Ce l’hanno nel sangue. E non li condanno per questo. Lo vedi quanto sono frustrati e arrabbiati. Non c’è lavoro, l’economia va da schifo e il processo di pace è in atto ma ci vorrà molto tempo prima che se ne possano vedere i risultati. C’era un ragazzino sui dieci o dodici anni con una bottiglia verde in mano, e il suo amico gli diceva “Dai, lanciala!” Il ragazzino sputava a terra cercando di sembrare un duro, ma non riusciva a trovare la forza di scagliarla. E lo capivo, davvero. Quando sei in quella situazione devi seguire la folla, altrimenti la gente ti si rivolta contro. Ci sono ancora molte ferite aperte, io la penso così.
“Darren ha preso la macchina oggi?” “Sì, cara. Ha detto che avrebbe portato la sua nuova ragazza al cinema.”
Ragazzi molto più piccoli e giovani di questo facevano la stessa identica cosa. Alcuni di noi volevano mettere questa foto in prima pagina, ma poi abbiamo pensato che avrebbe potuto essere scambiata per uno scherzone da artistoidi che photoshoppano un’immagine del profilo di Facebook di due ragazzine trasformandola nella copertina di un album Pantera.
Alla festa del falò ci hanno preparato dei cocktail incredibili. Non si potevano bere, ma di sicuro li potevi lanciare.
Nel giro di sei mesi, tutte le riviste gay di moda saranno piene di foto come questa. Garantito.