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Vice Blog

Intervista a Tao Lin

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di it
01 dicembre 2010, 3:50pm

Conosciuto per la sua spudorata auto-promozione tanto quanto per il suo minimalismo essenziale, Tao Lin è uno degli scrittori su cui si è formato il maggior numero di opinioni divergenti, ma è anche uno dei più divertenti e originali. Se in questi ultimi tempi hai vissuto in un bunker, lascia che ti facciamo un resoconto. Richard Yates è stato pubblicato da più o meno due mesi, e Tao Lin, è stato smerdato dal New York Times Book Review e da Bookforum; è stato seriamente considerato dal London Review of Books; applaudito dal Boston Globe; e The Stranger gli ha concesso più di 3000 parole per presentarsi con un tono che è un po' la parodia della presentazione fatta da il Time del "Grande scrittore americano", Jonathan Franzen. Inoltre ha partecipato come opinionista in un simposio sugli hipster sponsorizzato dalla UCLA. Tao Lin è anche stato intervistato, presentato, discusso nei minimi dettagli, e/o preso per il culo per il suo stile da Nylon, The Atlantic, Salon, The New York Observer, e un sacco di altri giornali e siti internet. In più è stato anche venerato o sfottuto a pressoché ogni festicciola letteraria a cui sono stato a New York.

Come l'ha definita Tao Lin, è stata una "tempesta di merda." Ho conosciuto Tao la prima volta ad una lettura a Brooklyn nell'agosto del 2008. Dopo la lettura, siamo andati a mangiare da qualche parte, con un mucchio di altre persone che conoscevamo. Mi ricordo di aver pensato che Tao era un tipo piuttosto silenzioso, ma era anche un grande ascoltatore. Aveva anche quella rara qualità di ridere solo per le cose che sono effettivamente divertenti. Da allora io e Tao abbiamo comunicato, periodicamente e poi consistentemente, attraverso internet e anche vedendoci. Penso che ci siano un paio di foto da qualche parte su Facebook dove siamo seduti uno di fianco all'altro in una sorta di covo per cocainomani (nella foto Tao indossa una lei gialla). C'è anche una foto di Tao, completamente sobrio, che tenta di infilarsi in un cesto dei panni sporchi sull'orlo di crollare. Non mi ricordo se è riuscito a infilarcisi dentro, ma si è tolto le scarpe prima di provarci. Abbiamo avuto la conversazione qui sotto l'anno scorso, all'inizio del settembre del 2009 davanti a un piatto di nachos e insalata in un ristorante Messicano a Williamsburg. La conversazione è proseguita in un susseguirsi di email, chiacchierate, incontri di persona. E, a quanto pare, si è conclusa con un secondo incontro in cui abbiamo mangiato insalate di pollo e pomodori verdi fritti in un ristorante "urban-rustico" di Brooklyn. In realta si è concluso con una cancellazione accidentale della registrazione audio di quell'intervista e con un nuovo appuntamento, organizzato di fretta in Agosto, per un incontro finale in cui ristabilire quello che ci eravamo detti nell'intervista cancellata. Per l'ultima intervista ci siamo incontrati nell'area take-out di un ristorante vegano di Manhattan, dove abbiamo mangiato insalate e ci siamo ascoltati la playlist del ristorante, quasi interamente composta da Feist e Björk.

Vice: Da dove è venuta l'idea per Richard Yates?
Tao Lin: Non penso di aver mai avuto un'idea, dato che è basato sulla mia vita. Nel file ho sempre scritto tutto quello che accade di vagamente importante nella mia vita. Quindi è venuto da lì.

A che punto hai preso la decisione di chiamare i protagonisti Dakota Fanning e Haley Joel Osment?
[_ride_] Se non ricordo male più o meno dopo un anno che lo scrivevo, circa a metà del 2007. Il manoscritto mi stava un po' annoiando cosi ho detto a un amico sulla chat di gmail "Dovrei semplicemente chiamarli Dakota Fanning e Haley Joel Osment." Il mio amico sembrava apprezzare l'idea, e poi ho semplicemente usato il tasto 'cerca e sostituisci' con grande velocità. E poi mi è piaciuto e ho trovato un rinnovato interesse nel mio lavoro, anche se effettivamente era cambiato veramente poco. Da quella volta, mi è quasi sempre piaciuto. Ho avuto qualche momento in cui mi è capitato di pensare di toglierlo. Ma non ho mai pensato di tornare ai loro nomi originali.

Quali erano i loro nomi originali?
Inizialmente Haley Joel Osment portava il mio nome. Forse era addirittura scritto in prima persona. E poi, dopo un po' l'ho cambiato in qualcosa tipo Dan. Dan e Michelle. Perché alcune pagine erano inizialmente su NOON e lì avevano degli altri nomi.

C'era una storia in cui i loro nomi erano praticamente Dakota Fanning e Haley Joel Osment.
Per quella storia li avevo proposti come Haley Joel Osment e Dakota Fanning, poi hanno parlato con il loro avvocato e hanno pensato che fosse meglio cambiarli a "Corey Dan Ormand e "Chiquita Jenning." Penso che [l'editore di _NOON_] Diane Williams non sapesse che erano persone famose, ma le piaceva come suonavano. Cosi li ho cambiati in nomi simili.

Senza pensarci troppo, che visione ti viene in mente quando pensi a questi due personaggi?
Mi sono dimenticato quello che ho ti ho detto l'ultima volta. [_Ride_].

Se non ricordo male hai detto che quando pensi a Dakota Fanning ti viene in mente la vera persona su cui si basa il personaggio. E per Haley Joel Osment, ti viene in mente la prima immagine che appare su Google Immagini, o qualcosa del genere.
Sì, per Dakota Fanning penso alla persona su cui si basa. Ma a pensarci bene adesso penso a Dakota Fanning. E penso a Haley Joel Osment come Haley Joel Osment.

Tipo, Haley Joel Osment in un film specifico?
Uhm... Una volta l'ho visto in un negozio di alimentari qui in zona. E me lo immagino così.

E che tipo era?
Mi sembra che fosse un paio di centimetri più basso di me. E piuttosto grosso. Non sembra grasso. Solo grosso. Indossava una giacca da marinaio nera che lo copriva quasi interamente. Tipo impermeabile. Ed era con i fratelli della NYU, che sembrano proprio dei fratelli. [_ride_] Ho visto la sua faccia proprio di sfuggita. Ma l'immagine che ho della sua faccia è tipo la sua foto segnaletica scattata dopo un fermo per guida in stato di ebbrezza.

Shoplifting from American Apparel l'hai scritto in terza persona, mentre la storia che Vice aveva pubblicato era scritta in prima persona. Perché hai deciso di cambiare il punto di vista?
Non mi ero accorto che la storia era in prima persona. Ogni tipo di storia su cui mi concentro molto è in terza persona, probabilmente perché preferisco così. Non mi piace la prima persona perché c'è una certa tendenza a renderla colloquiale, come se stessi parlando a qualcuno. Preferisco un tipo di scrittura che non somigli al dialogo di una persona che ti vede per strada e comincia a parlarti, preferisco qualcuno che ha pensato a lungo a cosa vuole dirti, e poi te lo espone in un modo non colloquiale, così da giustificare la condensazione e una scelta oculata delle parole.

Nel libro, e anche in molti tuoi lavori si discute molto dell'emozione e del modo in cui si vivono le emozioni. Definiresti la tua scrittura "emotiva"?
No. Ma penso che i personaggi siano emotivi. Penso che se la mia scrittura fosse più emotiva, sarebbe più descrittiva, meno concreta. Un emotivo sentirebbe il bisogno di parlare di più. Ma nei miei libri le persone dicono il meno possibile, per dare un senso alla storia. Quindi, credo sia vero quando dicono che la mia scrittura non è emotiva (e lo dicono in molti, come in quella recensione su Bookslut). Le frasi sono rese, in un certo senso, senza emotività. Quindi, sì, penso che il mio stile sia "privo di emotività."
Non ti sentiresti a tuo agio, vero, se ti classificassero come "letteratura emo"?
Non è che non mi sentirei a mio agio. Mi piacerebbe. Forse perché quando parlo con gente della mia generazione e cito l'"emo," abbiamo la stessa visione del fenomeno. Mentre se qualcuno definisse il mio stile, tipo, uhm "Generazione Zzz" (l'hanno fatto di recente) e se andassi da qualcuno della mia età dicendo "Ehi. Sono uno scrittore. Faccio parte della Generazione Zzz," non saprebbero di cosa sto parlando. Ma se dicessi "Scrivo in uno stile che è considerato letteratura emo," almeno la gente sa di cosa sto parlando.

L'anno scorso in una trasmissione della NPR è stata letta una tua poesia: "alcuni dei momenti più felici della mia vita capitano sull'instant messenger di AOL." Come avevi suddiviso la tua lista degli amici?
Quando avevo l'instant messenger li suddividevo in persone che non avevo mai conosciuto nella vita, persone che mi emozionavano anche solo connettendosi, e poi tutti gli altri. Non avevo una lista specifica per le persone a cui stavo antipatico.

Avevo inventato anche io dei titoli creativi. Anche di tipo negativo. Ad esempio "Persone che sfrutto."
Wow. Sarei troppo spaventato dall'idea che mi scoprissero.

Sì. Mi premuravo sempre di non connettermi quando mi trovavo con persone che erano in lista. Ma non usi più AIM.
No.

Usi Gchat.
Sì.

Le scene di apertura dei tuoi ultimi due libri presentano delle lunghe conversazioni Gchat tra due personaggi. A differenza degli altri dialoghi nei libri, quelli della "vita reale," non c'è niente che succeda per salvare la conversazione in sé. Nessuno si guarda intorno, fa le facce, starnutisce o cose del genere. E non c'è niente del paesaggio circostante che viene descritto. Per te c'è differenza tra una conversazione online e una conversazione nella vita vera?
Ci sono molte differenze. Una di queste è che online posso parlare con persone con cui non vorrei davvero parlare. Ed è una cosa che va bene ad entrambi. Ad esempio, posso aspettare un sacco di tempo prima di rispondere. E posso parlare con la sicurezza necessaria. E un'altra cosa è che ci sono certe cose che dico online che non funzionerebbero nella vita. Online, ad esempio, posso rispondere a tutto quello che una persona mi scrive dicendo "Dannazione." Non saprei. Penso che non funzioni nella vita reale.

Quindi diresti che ci sono meno conseguenze nel parlare online?
Per me c'è anche di più. Per esempio, se qualcuno dice qualcosa nella vita vera, mi rendo conto che sono intrappolati in un preciso momento, e sono stati obbligati, in quel momento, a dire qualcosa. Perciò, se dicono qualcosa che non mi fa sentire a mio agio, li perdono abbastanza. Ma se mi scrivono qualcosa online, sembra più... vero. Perché hanno potuto pensarci, e hanno avuto il tempo di guardare lo schermo, e hanno avuto il tempo di modificare quello che hanno scritto. E questo viene salvato in un archivio Gchat. Quindi, sembra che abbia più importanza.

Ma online è più possibile passarla liscia. Magari rispondendo a monosillabi. Se lo facessi nella vita reale, la gente si arrabbierebbe. Online, viene accettato.
Forse la cosa ha più conseguenze con le persone che ti sono veramente care. Con dei conoscenti ha meno conseguenze. Se chatti con qualcuno che non conosci, ti aspetti che non siano concentrati su di te mentre chattano. Quando parli con qualcuno che ti è caro, invece, ti aspetti che sia concentrato solo su di te.

Quando ti chiedono chi siano i tuoi scrittori preferiti, citi spesso delle scrittrici. C'è qualcosa degli scrittori maschi che ti delude?
Non credo. Ho appena pensato a certe caratteristiche che non mi piacciono negli scrittori, e le hanno identiche anche le scrittrici. Penso di citare più scrittrici perché moltissimi (uomini, in particolare) citano scrittori. Credo che mi piaccia lo stesso numero di scrittori e scrittrici.

E quali sono le caratteristiche che non ti piacciono negli scrittori?
Forse avrei dovuto dire che ci sono caratteristiche che mi piacciono e che non molti scrittori maschi hanno. La vulnerabilità, l'espressione di una certa tristezza rassegnata, non essere portati soltanto a fare sesso con le donne. Mi sento legato ad ogni scrittore per il quale il sesso sia secondario. Ma è molto raro.

Mi ricordo che hai anche detto qualcosa tipo "I miei scrittori preferiti di solito sono bianchi, ricchi, e borghesi."
Quelle persone non sono colpite dalla povertà, da una guerra da combattere, dalla necessità di guadagnarsi dei soldi per sopravvivere, dal razzismo, cose così. Cose che, una volta risolte, ti lasciano con altri problemi: la consapevolezza che moriremo, decisioni che ci vengono richieste in un universo arbitrario e, ancora, la consapevolezza di poter occupare un solo luogo alla volta (e, di conseguenza, l'impossibilità di essere completamente legati a un'altra persona). Che poi sono le cose di cui mi piace leggere. Se qualcuno si trova nel mezzo di una guerra, o deve fare due lavori per sopravvivere, sarà per forza portato a scrivere di questo. E, quando sei concentrato sul fare soldi per sopravvivere, non ti preoccupi tanto del "come scopro cosa fare se l'universo non ha un significato."

Hai affermato che il tuo pubblico di riferimento sono "hipster, adolescenti depressi, vegani depressi, adolescenti felici ma sensibili, persone di qualsiasi età che sono molto distaccate dalla realtà, europei, ogni tipo di studente di college, e vegani sarcastici." E che mi dici delle persone che non rientrano in questi gruppi?
Direi che chiunque è il mio pubblico di riferimento. Ma per essere più efficace, penso sempre di dovermi concentrare su un pubblico che penso sarà più sensibile al mio lavoro, o se non altro proverà a leggerlo.

Che caratteristiche rendono gli europei sensibili alla tua scrittura?
Penso che, parlando di europei, mi riferisco a un mercato globale. Non mi riferisco all'Europa in sé, perché non è che abbia un seguito internazionale. Ma se dovessi scegliere tra tutti i continenti, direi "Europa." L'America mi sembra meno liberale. L'Asia, o l'Africa, sono più colpite dalla povertà. Quello europeo mi sembra il pubblico più aperto a quello che scrivo. Se mi obbligassero a scegliere un solo continente.

Oltre ad essere uno scrittore, sei anche il fondatore di una casa editrice indipendente, la Muumuu House. Cosa vuoi fare, in qualità di editore, che pensi non saresti in grado di fare come scrittore?
Pubblicare libri di altre persone, immagino. (ride) Da scrittore, non posso pubblicare i libri di altri scrittori.

Ci sono persone che potrebbero dire che la Muumuu House pubblica solamente imitatori di Tao Lin. Cosa rispondi ai detrattori?
(lunga pausa) Penso che non risponderei e basta. Ma se fossi obbligato a rispondere, penso che li manderei a leggere il saggio in cui parlo della mia visione dell'arte come qualcosa che non ha un bene o un male, ma solo simpatie e antipatie. Sapendo questo, è ovvio che chiunque si metterà a scrivere in modo simile agli altri scrittori che ama. Io, ad esempio, sento di scrivere come molti scrittori che mi piacciono. Per come la vedo io, non si tratta di persone che si copiano a vicenda, ma si tratta di un gruppo di persone che condividono un ideale. E se qualcuno copia qualcun altro, io lo vedo come un lavoro di squadra che punta a quell'ideale. E lo dico sapendo bene che ogni persona è unica nel suo genere e ha ideali differenti, per quanto possano essere minuscole le varie differenze. Anche se due persone avessero lo stesso ideale, sarebbero comunque due ideali diversi, in un certo senso, perché - letteralmente - due persone non possono avere la stessa prospettiva, lo stesso contesto.

Ti senti mai parte di un movimento?
(lunga pausa) Penso di no. Se tutti i miei amici e gli autori che pubblico con la Muumuu House avessero più influenza, probabilmente sarebbe una specie di movimento. Ma credo che molte delle persone che scrivono per la Muumuu House non siano abbastanza motivate da guadagnare l'attenzione necessaria perché i giornalisti scoprano una specie di grande movimento. Un movimento ha bisogno di pubblicazioni costanti.

In The Stranger c'è un passo buffo in cui parli dei livelli di grandezza che possono essere raggiunti da un romanziere. In quel passo paragoni Philip Roth a un "aereo F-16 che spara missili a una baracca irachena mentre qualcuno al su interno sta cercando di cagare in un buco e, contemporaneamente, di leggere Il lamento di Portnoy, scaricato da un aereo, per caso, 10 anni fa in Afghanistan." Perché Philip Roth?

Senza stare a pensarci troppo, mi sembra lo scrittore vivente americano che abbia fatto più conquiste. È il primo che mi viene in mente. Chi viene in mente a te?

Tra quelli ancora viventi?
Sì.
Non so perché, ma il primo che mi viene in mente è Michael Chabon. Ma credo sia perché ho visto quella cosa su HTMLGiant in cui si parlava delle sue pettinature.
(ride)

E credo ci sia anche un livello superiore. Ma credo tu abbia ragione, Philip Roth è il più grande americano. Non riesco a pensare a nessun altro. Ha qualcosa di divertente che sta anche solo nell'osservare una sua scena.
Chiunque, a quel livello, ha qualcosa di divertente.

Che mi dici di Dave Eggers?
Per qualche motivo non è troppo divertente. Questo perché sembra consapevole di tutto. E il divertente sta anche nel non essere consapevoli.
E Philip Roth è tanto magnifico che sembra un grande indifferente.
Philip Roth non scriverebbe mai un adattamento di _Nel paese delle creature selvagg_e. E mi fa ridere il fatto che non lo farebbe per niente al mondo.

In un'intervista recente, Gary Shteyngart ha detto "Una verdura non può renderti virile." Sei d'accordo o no?
Non è questione di essere d'accordo o no. Gli chiederei, ad esempio, di definire "virile." Poi potrei rispondere.

Poniamo che Gary intendesse che virile significa "sentirsi pieni di energie e sensuali."
Per me è il contrario. Se mangio molta carne, mi sento sporco, malaticcio, stanco. Di certo non pieno di energie. E di certo non mi viene voglia di scopare. Se sto bene di salute e mangio molta verdura, mi sento pulito, in forze: sono sensazioni che mi fanno venir molta più voglia di scopare.

Qual è, per te, la verdura più virile?
Il cocco è una verdura?

Penso sia un frutto. Ma può contare.
Allora il cocco. È sano e pulito. Un'altra ragione per cui la carne non mi fa sentire molto "maschio" è che, dopo aver mangiato molta carne, si hanno problemi di digestione. E cose come la scoreggia facile. Ed è una cosa che un po' ti distoglie dalle faccende sessuali. Penso che sia sorprendente che qualcuno mangi carne e gli venga voglia di scopare.

Qual è la verdura più letteraria?
Forse è il cavolo verde. Se stessi cercando di creare una verdura che risponde ai criteri di salute e versatilità, penserei subito al cavolo verde. Lo puoi usare per l'insalata, o bollito. Lo puoi bere in un frullato. E non marcisce in fretta. E ha più vitamine e minerali delle altre verdure.

E in che modo sarebbe letterario?
Pensavo che, con letterario, intendessi "Cosa ti piace." Quello mi piace e basta.

C'è un consiglio che hai sempre portato con te, che sia sulla scrittura o non sulla scrittura, per migliorarti?
(pausa) Forse solo l'idea di avere il controllo. Anche solo pensare di poter controllare certi aspetti pensando o facendo cose diverse. Ma non credo che venga da una citazione o da un insegnamento. Viene da chiunque abbia studiato terapia cognitivo-comportamentale.

Come si concilia il prendere droghe con l'avere il controllo dei propri pensieri?
Quando uso l'Adderall, sento di avere molto più il controllo dei miei pensieri. Quando non lo uso, a volte sento che non ho motivazione.

E che mi dici dell'alcol?
L'alcol lo userei per cambiare certe situazioni della mia vita, come ad esempio riuscendo a parlare di più con certe persone.

I personaggi di Richard Yates sono molto coinvolti dall'idea dell'auto-miglioramento. Cercano sempre di mangiare cose sane, di fare esercizio, di non abbuffarsi, cercano di non deprimersi troppo. Cos'è che ti interessa dell'automiglioramento?
Gesù. (ride) Non credo che mi interessi, solo che so sempre di poter scegliere se fare una cosa o farne un'altra. L'universo va così, una cosa sarà vista come migliore di un'altra. E quindi ho sempre la possibilità di fare quella che credo sia la cosa migliore, sulla lunga distanza o anche sulla breve distanza.

Stai lavorando su idee di automiglioramento, al momento?
Uhm... Direi che cerco di farlo in tutti i campi. Non so nemmeno come ci si sentirebbe, a non cercare di migliorare qualcosa. Se sono consapevole di qualcosa, cerco di migliorarlo.

C'è un aspetto che pensi sia il peggiore, il più sconsiderato e irritante?
Non credo. (ride)

E questo essere sempre in ritardo, cronicamente in ritardo, come nel libro? Uno dei protagonisti è sempre in ritardo...
Non so se sia peggiore di altre cose.

D'accordo. Forse avrei dovuto porla così: "Che tratto pensi sia sconsiderato, irrispettoso e/o irritante?"
Forse (si schiarisce la gola) cercare di parlare con qualcuno che su Gmail ha impostato il messaggio "Occupato" o "Torno subito." Specialmente se a disturbarti è gente che ti scrive solo "Come butta?" Se dicono solo "Come butta?"...

(ride) È solo per fare conversazione...
Sì. Allora io rispondo a mia volta "Come butta?" E poi non so.

Come ti sbarazzi di questi qui?
Uh. Ho imparato a rispondere soltanto "torno subito." Scrivo "afk."

Ti stai riferendo a una persona in particolare o a molte?
Non si tratta solo di poche persone. In molti mi fanno questa cosa. Ma alcuni sono anche molto sensibili, e non ci provano nemmeno, come Brandon Scott Gorrell.

Mi ricordo che hai già risposto l'ultima volta ma (e puoi usare la stessa risposta, se ti va), ci sono frasi che hai in testa al momento?
Ho parlato di volermi suicidare, l'ultima volta?

No!
Davvero?

No. Forse?
Oh. Ho risposto che penso la parola "Gesù" moltissimo.

Sì. "Gesù" e "dannazione."
Nel profilo che Christian Lorentzen ha fatto di me sull'Observer, l'ultima frase sono io che dico "Gesù." A meno che non l'abbiano editata (e in effetti, è stata tolta: l'ultima frase dice "Tao Lin risponde "'Dovresti concluderla con una frase come quella che sto dicendo ora'" - Ed"). Sì, penso "Gesù" un sacco di volte. Ieri stavo camminando in metropolitana e c'era un sacco di gente e ho pensato "Vi odio tutti."

Ha.

E poi ho cercato almeno una persona da non odiare, e non sono riuscito a trovare nessuno.

Mi pare quello che in molti definirebbero un momento molto newyorkese.

Sì. Ogni tanto mi è capitato di pensare "Vi odio." Come se fosse un pensiero automatico. Non è che senta tutto quell'odio. Molte persone, su internet, mi scrivono email entusiaste in cui mi parlano di quanto amano quello che scrivo. Ma se per caso non rispondo con lo stesso entusiasmo o con la stessa prolissità, e dopo un po' smetto di parlare con loro, da qualche parte stai sicuro che troverò un post sul loro blog in cui dicono che non il mio lavoro non è che li entusiasmi poi tanto. Mi è successo, di recente, e quello che ho pensato è stato "Ti odio tantissimo." Mentre guardavo lo schermo.

Hai fatto altro?
Ho pensato di fare qualcos'altro. Poi ho chiuso tutto. Poi l'ho spedito per email a qualcun altro.

INTERVISTA DI JAMES YEH