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Supersonic, ovvero quando i fratelli Gallagher erano divinità

"Quando tocchi il cielo con un dito non ti accontenti più, vuoi toccarlo con tutta la mano"

di Hamilton Santià
10 novembre 2016, 9:22am

Tra il 1994 e il 1996, gli Oasis erano—semplicemente e senza troppi giri di parole—la più grande rock'n'roll band del pianeta. Una banda di delinquenti scappati dalle case popolari di Manchester che si guadagnano le luci della ribalta grazie agli eccessi, al sentimento di rivalsa sociale ma, soprattutto, grazie a una quantità di canzoni che hanno saputo cogliere un autentico spirito generazionale. Uno spirito che non aveva niente a che vedere con la introspezione autodistruttiva dei Nirvana e del grunge, ma riguardava più la necessità di vivere la propria vita fino in fondo e scappare il più lontano possibile dalla condizione esistenziale cui sembri condannato. Una vita fatta di lavoretti precari e settimane in coda per ritirare il sussidio di disoccupazione, sterline passate in nero di mano in mano e usate per comprarsi la colla da sniffare, il fumo, qualche birra. Una vita senza prospettive in una di quelle città "grandi ma non grandissime" in cui le prospettive di lavoro e di impiego stavano sparendo. Una vita fatta di violenza e piccola delinquenza; di padri abusivi e violenti e madri remissive che scappano solo quando la situazione si fa troppo pesante per essere vera. Una situazione in cui i tentativi di fuga sono pochi e, quando capitano, devi viverteli fino in fondo. 

Ci sono due lati della storia degli Oasis. Il primo, quello della band caricatura di se stessa: due ignoranti che si atteggiano seguendo il manuale d'istruzione della rockstar in pieno delirio di onnipotenza, che ha reso i fratelli Gallagher i leader di una della band più divisive del mondo (provate ancora oggi a scrivere su Facebook qualcosa sugli Oasis e le litigate su Renzi vi sembreranno acqua fresca). Il secondo, invece, è quello raccontato in Oasis: Supersonic, film-evento di Mat Whitecross sugli oltre settecento giorni che, dall'11 aprile 1994 (data di uscita del primo singolo, appunto, Supersonic) all'11 agosto 1996 (data del secondo concerti di Knebworth, Eastforshire), hanno cambiato il volto di una generazione e la storia di un Paese. 

Un Paese che ha trovato nella musica e nel rinascimento della cultura pop di stampo inglese tout court un momento di rivalsa internazionale che ha avuto il suo culmine sociale e politico con l'elezione di Tony Blair a primo ministro: giovane, riformista, alfiere di un rinnovamento nella società con una nuova idea di sinistra. Anche in questo caso, ci sono due lati della storia: ma questo è un altro discorso. Così come è un altro discorso quello sulla generazione. Gli Oasis, ha scritto bene Andrea Girolami​, sono stati gli ultimi esemplari di una razza in via di estinzione. Gli ultimi autentici "connettori" tra un pubblico che aveva bisogno di una passione totale, fideistica, istintuale e una musica capace di essere al tempo stesso evocativa, significativa, molto semplice e immediata, apparentemente banale. Gli Oasis sono stati l'ultima rockband nel senso classico del termine, l'ultima che ha usato il rock'n'roll per "raccontare una storia" collettiva: usciamo dagli anni Ottanta, siamo giovani, mediamente carini e decisamente incazzati, Kurt Cobain è morto e forse abbiamo bisogno di un atteggiamento diverso. Tonight we are rock'n'roll star.

Nel documentario di Whitecross, però, non c'è niente di tutto questo. Non c'è la generazione. Non c'è la politica. E, viva dio, non ci sono nemmeno i Blur e i Radiohead (vent'anni dopo questa ridicola faida tra tifoserie può anche finire). Ci sono solo loro, gli Oasis. Un'elegia. Una celebrazione. Una festa. Con loro, in voice-over, a raccontare una storia che li ha visti essere la band giusta al momento giusto, scoperti da Alan McGee della Creation Records per puro caso e senza nemmeno ascoltare la demo. Una band fatta di ragazzi che non avevano nulla da perdere e hanno ottenuto tutto al punto da mandarlo in rovina più volt. Il film si concentra molto sulle session di registrazione di Definitely Maybe, l'esordio, che ha mandato più volte in crisi Noel Gallagher perché non riuscivano a trovare il giusto sound; sulla faida tra i fratelli Gallagher, una sorta di competizione genetica che ha fatto sì che la band trovasse una forza esplosiva da gettare al proprio pubblico; sugli abusi di droga che hanno rischiato di mandare tutti giù dal precipizio e gli esaurimenti nervosi che per poco non facevano sciogliere una band che stava andando troppo veloce (da Alan McGee che crolla a Guigsy, la storico bassista, che lascia la band e torna giusto per i due concerti all'Earl's Court di Londra passando per Scott McLeod, il suo sostituto, che dopo due settimane di tour torna a casa perché—dice—gli mancava la fidanzata: pensate com'è stata contenta la fidanzata di vedersi tornare a casa il fidanzato dimessosi dagli Oasis di quegli anni).

Knebworth, dicevamo. L'inizio della fine. L'orizzonte verso cui il film tende. La proclamazione di un culto laico che lì doveva avrebbe trovato la sua degna conclusione. "L'ultimo raduno di massa dell'era pre-internet", nelle parole della band. 500,000 persone spalmate su due giorni. "This is history. Right here, right now" urla Noel dal palco. 2,6 milioni di persone che hanno richiesto i biglietti, il 4% della popolazione dell'Inghilterra (se ci pensate è più di quanto prendono molti partiti politici). Un momento che, a pensarci vent'anni dopo, doveva essere la fine della band. "Quando tocchi il cielo con un dito" - dichiara sempre Noel nel documentario - "non ti accontenti più, vuoi toccarlo con tutta la mano". Da quel momento in poi niente sarà più lo stesso, e gli Oasis prenderanno una strada criticamente discutibile che li porterà ad album mediocri e ad essere la caricatura di loro stessi. Fino allo scioglimento, dovuto all'ennesima lite tra fratelli perché "nessuno se non noi decreterà la fine della band".

Riavvolgendo il nastro, abbiamo Manchester. Non se ne può prescindere. La città degli Smiths e dei Joy Division. Della Factory e della Hacienda. Dell'acid house e di 24 Hour Party People. Una musica che per Noel non aveva nessun significato, e a cui bisognava opporsi con l'unica moneta che conoscevano: i volume esagerati e la liberazione degli istinti primordiali e violenti. Quegli stessi che hanno portato gli Oasis a diventare sì una caricatura di loro stessi, ma a essere prima di tutto una gang. Amici, conoscenti, parenti. Tutti sul carrozzone. Da Mark Coyle, tecnico del suono e compagno di droghe, a Maggie Mouzakitis, tour manager che ha dato a Noel i soldi necessari per scappare da Los Angeles dopo un concerto disastroso al Whiskey A Go Go e lasciare la band per qualche settimana. Gli amici come rete di salvataggio prima che il business arrivi a rovinare tutto. Camere d'albergo distrutte. Chilometri di strisce di crystal meth (la polemica sulla droga dopo le dichiarazioni di Noel Gallagher sul fatto che tutti al mondo si drogassero con tale naturalezza). Un atteggiamento divistico che non era dovuto allo status, ma era una vera e autentica corazza con cui la band cercava di farcela, proprio per restare a nuotare in quella che una volta Michael Stipe definì "l'acqua alta". 

Whitecross riesce, in due ore, a far rivivere il sentimento di emancipazione che gli adolescenti degli anni Novanta avevano trovato negli accordi delle canzoni di Definitely Maybe e (What's the Story) Morning Glory. Guardando le immagini di repertorio di quei concerti, fino ad arrivare alla marea umana di Knebworth, si tocca con mano il motivo per cui gli Oasis, pur non essendo minimamente paragonabili all'eclettismo dei Blur e alla visionarietà dei Radiohead, siano stati i più grandi della loro generazione. Era l'emozione. Il sentimento collettivo. L' idem sentire che mette tutti nella condizione di vivere la stessa cosa allo stesso momento. Un sentimento egualitario e che faceva sentire viva non solo la band (ecco, se c'è una cosa che Oasis: Supersonic ti fa capire è che stare in un gruppo musicale è ancora adesso quanto di più bello ci possa essere al mondo), ma tutto il pubblico. Sentirsi vivi negli anni Novanta. Essere eroi per un paio di ore. Nel qui e ora delle 'cose', esattamente come quei due ragazzi immortalati a baciarsi tra la folla festante e estasiata alla fine del concerto di Knebworth.

Liam Gallagher, ad un certo punto, afferma che il motivo del loro successo, del loro avercela fatta era dovuto ad un sostanziale fatalismo di fondo: "non ce ne fregava niente di nulla".  Non della prossima mossa, non della prossima strategia, non del giorno dopo. Conta solo il presente. Che tu sia davanti a quattro amici con la birra sgasata o davanti a una folla che ha pagato centinaia di sterline dai bagarini per sentirti. Prendi le cose per quello che sono e prendile come vengono. Vivila, vivila finché dura e vivila fino in fondo. Perché poi finisce. Forse è questo il segreto di tutto.

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