La mia diversità finalmente ha un nome: Afropunk

Abbiamo intervistato i fondatori del movimento che cerca di cambiare la narrativa dominante delle comunità black, in vista del loro panel a Jazz Re:Found.

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02 dicembre 2016, 9:35am

 Afropunk 2016 a Brooklyn. Foto di Francesca Magnani.

Nel 2001, digitando 'black punk' su Google, James Spooner ottiene un unico risultato—il racconto di uno stupro perpetrato in carcere da un uomo di colore.

Spooner, che ha lasciato la California per trasferirsi a New York, frequenta da anni la scena punk locale. È uno dei pochi membri di colore attivi in un ambiente dominato da musicisti bianchi, spettatori bianchi, promoter bianchi. Non di rado si ritrova a essere "il solo black guy sotto al palco." Il senso di isolamento che ne deriva è forte: Spooner si sente tagliato fuori in quanto unico nero in una comunità bianca, ma anche in quanto unico appassionato di "musica bianca" in una comunità nera. Il razzismo è multidirezionale, e di iniziative come Rock Against Racism, lanciata in UK nel '76, resta nella scena una traccia appena percettibile.

Nel frattempo, però, incontra altri 'Spooner'. Tra chi suona o chi canta, chi organizza concerti e chi li frequenta, l'anima afro-americana del punk è quasi invisibile, ma esiste. Spooner comincia a cercare le storie di questa minoranza e a raccoglierle; è una minoranza le cui radici nascono nel 1977, anno in cui si formarono i Bad Brains—i pionieri 'black' dell'hardcore punk di Washington D.C.. Quelle storie, mesi dopo, diventeranno un documentario indipendente.

Afro-punk esce nel 2003 e viene selezionato al Toronto International Film Festival, totalizzando oltre 100 proiezioni in un anno. Quando esce, il film dà voce a un'urgenza comune. Decine di uomini e donne si rivedono nella battaglia raccontata da Spooner e si collegano al sito (oggi defunto) di Afro-Punk per lasciare un messaggio, raccontare un pezzo del proprio disagio.


James Spooner oggi lavora come tatuatore vegano. Foto via Wikipedia / CC BY-SA 4.0

L'impatto è potente, e Spooner decide di portare Afro-Punk IRL. Comincia a organizzare serate punk al Delancey di Manhattan e nel 2005 lancia a Brooklyn il primo Afro-Punk festival. È da questo momento che sulla black invisibility cala una nuova, inattesa luce. Per la prima volta gli afro-americani nel punk hanno un luogo in cui ritrovarsi, un termine con cui definirsi, una comunità cui interfacciarsi.

Insieme a Spooner c'è Matthew Morgan, al tempo manager della cantante e producer Santigold—tra le prime a esibirsi nelle serate al Delancey—e già co-produttore del documentario. Morgan, che a differenza di Spooner viene dal music business, vede in Afropunk un movimento necessario e un mercato interessante, e decide così di investire parte dei propri risparmi nell'organizzazione del festival. La sua intuizione è corretta, e la rassegna (inizialmente a ingresso gratuito) cresce di anno in anno: nel 2015 si espande  ad Atlanta e Parigi, mentre nel 2016, solo a Brooklyn, vengono venduti 70.000 biglietti.

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Afropunk 2016 a Brooklyn. Foto di Francesca Magnani.

Di punk, musicalmente, è rimasto poco più del nome. Bad Brains e Suicidal Tendencies sono degli habitué, è vero, ma il palco di Afropunk ospita negli anni un'armata eterogenea di artisti mainstream tra cui spiccano Lenny Kravitz, Lauryn Hill, Kelis, D'Angelo, Tyler, The Creator, CeeLo Green, Erykah Badu.

La svolta cresce assieme alla popolarità del movimento: oggi cercando 'black punk' su Google si ottengono 650,000 risultati. Afropunk è il primo di questa lista. Ma Afropunk non è nato come una questione di numeri, e secondo i suoi coordinatori non lo è diventato col tempo. Secondo chi lo organizza, invece, è un movimento dal basso, costruito sulla libertà di espressione, sul mutuo supporto, sull'auto-definizione.

Oppressione, imperialismo, sfruttamento e odio non sono compatibili con gli ideali che cerchiamo di veicolare con i nostri contenuti, e con i valori che celebriamo ai nostri eventi.

"Fin dall'inizio abbiamo voluto dare voce a storie ignorate dai media mainstream, abbiamo voluto cercare di cambiare la narrativa dominante," dice Lou Constant-Desportes, fondatore e direttore editoriale di afropunk.com, a Noisey Italia. Il sito è stato lanciato tra il 2008 e il 2009 con l'idea di diventare il punto di contatto 24/7 della community e di dare più spazio a band indipendenti. "Le nostre priorità sono sempre state due: avere la possibilità di esprimerci e di autodefinirci come comunità. Nel corso degli anni i contenuti di Afropunk si sono evoluti. Un tempo parlavamo perlopiù di musica, oggi ci concentriamo soprattutto su questioni culturali e sociali."

In seguito all'elezione di Donald Trump alla presidenza americana, il 24 novembre sul sito di Afropunk è apparso un comunicato che invita la comunità a "mobilitarsi, scendere in piazza, resistere, e non arrendersi. La supremazia bianca è stata messa in atto tanto tempo fa. Razzismo, omofobia e intolleranza esistono da generazioni. […] Continuate a credere, state al sicuro, abbracciate chi amate, prendetevi cura di voi stessi. E preparatevi." Secondo quanto ci ha raccontato Constant-Desportes, "oppressione, imperialismo, sfruttamento e odio non sono compatibili con gli ideali che cerchiamo di veicolare con i nostri contenuti, e con i valori che celebriamo ai nostri eventi."

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Afropunk 2016 a Brooklyn. Foto di Francesca Magnani.

Già, ma come possiamo definire 'movimento' un movimento? Una possibile risposta si ottiene navigando su afropunk.com, e in particolare nel forum della community. Dai post di alcuni utenti è evidente come anche un'etichetta adottata ex-post (e i suoi relativi spazi offline e online) possano costituire un elemento catartico a livello identitario e sociale. Eccone alcuni:

Sabrina Nicole Hamilton, 6 novembre 2013. "Mi sento molto isolata nel mio essere punk. [...] La mia è una famiglia noiosa e sento di essere diversa rispetto a loro. Ho persino sognato che mi ripudiavano. Cerco disperatamente altri come me, ecco perché sono qui. La maggior parte delle volte è una strada dura e faticosa."

Blvknerd, 27 marzo 2014. "Nessuno dei miei amici qui in città ascolta musica rock o punk, così mi ritrovo sempre a essere la ragazza nera che agita i dreadlocks e balla in modo strano in mezzo a persone di un'altra razza."

Afropunk è ancora oggi uno spazio sicuro e unico in grado di ispirare ribelli e creativi alternativi.

Briana Monet, 24 marzo 2014. "Per me, fare parte del movimento Afropunk ha sempre significato non rinnegare me stessa per compiacere i desideri ammuffiti di qualcun altro, dentro o fuori la comunità nera. [...] È fondamentale rendersi conto che non esiste un modo univoco di essere neri, e che sicuramente non esiste un modo corretto di esserlo."

Flesh Eaters, 16 luglio 2015. "Qualcuno crede che frequentiamo questo sito soltanto per supportare una comunità di 'orgoglio nero'. Ma è praticamente l'opposto. Questo è un posto in cui persone come noi—che differiscono dal preconcetto comune dei neri 'gangster' o 'ragazzi di quartiere'—vengono accettate per quello che sono. È come una famiglia. [...] i Per chi non ci considera normali, siamo dei reietti. Sinceramente: VAFFANCULO LA NORMALITA'. Ogni cosa è universale."

A causare oggi un senso di appartenenza alla comunità di Afropunk, più che la musica, è proprio questo senso di identificazione, la scoperta di non essere soli. "Afropunk è ancora oggi uno spazio sicuro e unico in grado di ispirare ribelli e creativi alternativi," dice Constant-Desportes, che tra pochi giorni sarà a Torino per parlare della nascita del movimento e della 'blackness' nell'arte e nella musica. Il dibattito 'Stay Black' (Circolo dei Lettori, 10 dicembre ore 15:30), cui parteciperà anche il collaboratore di Noisey Federico Sardo, è inserito all'interno del programma di JazzRe:Found, festival in cui si esibiranno tra gli altri De La Soul, Grandmaster Flash!, James Holden e Tony Hallen.

A lanciare l'idea dell'incontro è stata la fotogiornalista Francesca Magnani, che al festival torinese porterà anche la mostra personale "Lo splendore di Afropunk", di cui potete vedere alcune immagini all'interno di questo articolo. Magnani ha immortalato i partecipanti dell'ultima edizione del festival Afropunk a New York, città in cui risiede da quasi vent'anni. "Quel giorno l'erba del prato era secca e l'aria si riempiva di polvere sollevata dai passi di danza, il che rendeva la luce del pomeriggio ancora più magica," racconta a Noisey. "È raro che senza conoscere il soggetto un ritratto mi colpisca e mi trasmetta una forte emozione, ma quel giorno questo è successo per tutte le persone che ho fotografato."

Magnani racconta di essere stata contattata su Instagram da alcuni dei ragazzi fotografati e di avere così "potuto conoscere dei frammenti delle loro storie. Molti sono giovanissimi e aspettano il festival tutto l'anno. Come @jahsiahx, la ragazza dai capelli rossi. Mi ha detto: 'È il giorno in cui posso esprimermi liberamente senza venire giudicata da nessuno. Vedere così tanti ragazzi afroamericani che si divertono in pace mi fa sentire bene'."  

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Afropunk 2016 a Brooklyn. Foto di Francesca Magnani.

È innegabile però che Afropunk, nel corso degli anni, si sia trasformato. Per alcuni si è trattata di un'evoluzione necessaria, per altri di una commercializzazione annunciata. (Da questo punto di vista, genuinamente punk!) L'introduzione di un biglietto d'ingresso da 45 dollari è stata vista da alcuni come una violazione degli ideali originali del movimento e del suo stesso 'manifesto'—quello che si rivolgeva "a ogni ragazzino di colore che sia mai stato chiamato ne**o… e a ogni ragazzino bianco che pensa di sapere che cosa significhi."

Le nostre priorità sono sempre state due: avere la possibilità di esprimerci e di autodefinirci come comunità.

Qualcosa era cominciato a cambiare già nel 2008, quando il festival cominciò ad attrarre i primi sponsor. Fu allora che Spooner prese le distanze dall'organizzazione dell'evento. Dopo avere visto alcuni ragazzi farsi fotografare tenendo in mano bottiglia omaggio di Mountain Dew, il regista di Afro-Punk raccontò a VICE di avere pensato "cazzo, questa roba non è poi così punk." Ok, il dibattito sul reale significato del termine punk—sempre che ne abbia uno—è un capitolo a parte; ma quell'episodio, culmine di una serie di divergenze organizzative e valoriali con Morgan, portò Spooner alla separazione dal movimento che aveva contribuito a creare. Il regista del documentario si trasferì a Los Angeles, dove oggi lavora come tatuatore vegano.

Intervistato da Noisey, Constant-Desportes difende tuttavia l'approccio del festival e del sito da lui diretto nella promozione di iniziative culturali dal basso: "Va riconosciuto come, a fianco di artisti molto conosciuti, l'evento continui a fornire una piattaforma senza eguali a un numero enorme di band indipendenti che altrimenti non avrebbero la possibilità di suonare su un palco di questa grandezza," controbatte. "I membri della squadra che organizza e produce l'evento fanno del loro meglio per trovare un bilanciamento senza venire meno agli ideali originari di Afropunk."

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Afropunk 2016 a Brooklyn. Foto di Francesca Magnani.

Cos'è rimasto di Afropunk oggi, dunque? È ancora un movimento? O, come lo ha definito qualcuno, una controcultura? Oppure, come si autodefinisce, è "...the other black experience"?

Senza dubbio oggi Afropunk è anche fashion: tra il suo pubblico, come testimoniano le foto di Francesca Magnani che vedete in questo articolo, c'è una forte consapevolezza estetica, una componente sensuale e hipster appetibile da sponsor e investitori. Gli organizzatori del festival lo sanno bene, visto che nel 2012 hanno commissionato all'agenzia di consulenza Galileo una ricerca su 950 membri della community di Afropunk—scoprendo che il 45 per cento di essi non si sentiva "compreso" dalle case di moda.

Matthew Morgan è ben conscio di questo mercato potenziale. A Forbes, a settembre, il numero uno di Afropunk si esprimeva come un CEO: "Questa è un'altra opportunità eccitante che vediamo: il fatto che nessuno 'parli' ai cento milioni di afro-brasiliani in Sud America. [...] Quando guardi i numeri, l'Africa rappresenterà il 25 per cento del pianeta nel 2025. Il nostro obiettivo è quello di vendere due milioni di biglietti di Afropunk in Africa." Anche l'autore dell'articolo, Rob Fields—che lavora come consultente marketing per aziende internazionali— sottolineava il potenziale economico di Afropunk: "[Il movimento] offre una finestra verso un segmento di pubblico potenziale che non compare spesso nelle strategie dei media planner."

Cosa resta, dunque, di quella forza iniziale che spinse la minoranza nera del punk americano a riconoscersi spontaneamente in un movimento? Nel 2015 Spooner descrisse la scintilla dietro alla nascita di Afro-punk così: "[Volevo] creare una scena in cui potessi essere me stesso al cento per cento." Una scena in cui, come dice uno degli intervistati nel documentario, "essere nero ed essere un punk rocker" fossero "la stessa cosa." Di quella spinta qualcosa si è sicuramente perso, ma forse qualcosa è rimasto, almeno a giudicare dal commento lasciato—ad agosto—da una ragazza sulla pagina YouTube del documentario: "Wow, chi si immaginava che la mia diversità avesse un nome. Questo film è la mia vita."

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