Perché è giusto che il rap italiano prenda posizione contro il razzismo

Il rap è cultura nera e afroamericana, ma anche da noi è importante riflettere sui messaggi e il linguaggio per stare dalla parte giusta della storia.
07 ottobre 2020, 12:56pm
Rap Afroitaliani

Seguiamo ormai da anni la nostra scena rap e trap. Passo dopo passo abbiamo raccontato gli angoli meno illuminati e più nascosti, il mainstream puro e gli artisti del momento, le dichiarazioni controverse e quelle ineccepibili o persino lungimiranti. Ma sono troppi gli artisti che si nascondono dietro alla bandiera della libertà di espressione per non interrogarsi mai sull'uso privilegiato che fanno del linguaggio e sulla cultura da cui prendono spunto—soprattutto quando si tratta di condannare il razzismo.

In questo articolo, Wissal Houbabi parte dai pezzi di artisti come Maruego e Tommy Kuti (e dalla sua esperienza di italo-marocchina, attivista e appassionata di cultura hip hop) per suggerire una serie di temi che il rap italiano dovrebbe affrontare.

Negli ultimi mesi il razzismo è stato tra le questioni più discusse nel dibattito politico e mediatico. Le manifestazioni organizzate in tutta Italia hanno visto la partecipazione di giovani e giovanissim_ che, al grido di #BlackLivesMatter e #SayTheirNames hanno messo al centro un problema globale e non solo nordamericano.

Le proteste negli USA hanno dimostrato che è possibile tentare di ribaltare i rapporti di forza. E qui in Italia questo ci dovrebbe consentire, tra le altre cose, di prendere ad esempio l’attivismo di noi che veniamo definiti—erroneamente—“seconda generazione”, per innescare un cambiamento.

“dopo tanto tempo, dopo essermi faticosamente alzata da un letto di sabbie mobili”

Noi che siamo solo italiane e italiani non riconosciuti, persone che rivendicano un’identità e una cultura al di fuori dell’idea troppo semplice e superficiale di Stato-Nazione. Noi che siamo uniti dalla lotta al razzismo in un Paese che fatica ad abituarsi a questa generazione meticcia, e che ha un lungo processo di decolonizzazione ancora da affrontare.

Noi che abbiamo individuato alcuni punti sui quali ragionare e che vari artisti hanno efficacemente messo in parole e musica, permettendo di arrivare a un pubblico sempre più ampio—sempre che questo sia disposto ad ascoltare.

È da qui, forse, che potremmo iniziare.

CAPIRE L’ESPERIENZA MIGRATORIA

Il primo punto—e lo metto qui perché è qualcosa che noi per primi dobbiamo riconoscere—è ridare dignità e fare luce sulle sofferenze subite dai nostri genitori. Ovvero, la ricerca dei motivi che li hanno spinti alla migrazione, nonché la rivendicazione di questa esperienza.

Perché la necessità di migrare—se non c’è un rapporto storico, politico e culturale del tipo colonizzatori/colonizzati—è indipendente dal paese di approdo, visto che spesso è il caso stesso a deciderlo, come spiega bene Maruego in “Sulla stessa barca”: “Italia, Spagna o Francia / Carica i problemi, sogni e soldi su una barca / Qui si salpa all'alba, lui è solo con la giacca / E lui è solo, non saluta manco papà e mamma.”

Ma riconoscere quelle storie di migrazione significa anche dare continuità a ciò che conosciamo del presente—è il motivo per cui quel che accade nel Mediterraneo, nei CPR e nella rotta balcanica ci riguarda da vicino.

“dopo tanto tempo, dopo essermi faticosamente alzata da un letto di sabbie mobili: di disillusioni precoci, di tormento spirituale, di rabbia generalizzata, di spaesamento e pressione bassa, di testate al muro per evitare porte in faccia , di stigma e di cliché, di vergogna, di bugie per farmi accettare, di paura nel sentirmi condannata, di dolore nel leggermi tra le righe, di senso di vuoto e”

Ogni volta che vado in Marocco, proprio lì al porto di Tangeri o Ceuta, vedo ragazzi fissi a guardare la costa, vivendo alla giornata e sperando che arrivi l’opportunità per “bruciare la frontiera”. Li chiamiamo “harraga”: sono i nostri fratelli e sorelle, quelli che quando arrivano qui in Europa vengono definiti clandestini e considerati autenticamente criminali.

In ognuna di queste occasioni devo fare i conti con i miei privilegi da turista. Eppure, paradossalmente, quando torno in Italia mi ritrovo faccia a faccia con il rovescio della medaglia, con le oppressioni che mi rendono invece un soggetto “altro” e non riconosciuto, svantaggiato materialmente e politicamente emarginato.

RICONOSCERE E INCLUDERE LA COMPLESSITÀ DELLE NOSTRE STORIE

Il secondo punto da considerare, quindi, è proprio che ogni storia di migrazione ha una doppia narrazione, di cui una parte consistente riguarda la letteratura dell’Emigrazione, spesso totalmente ignorata o appiattita al vittimismo cucito addosso a chi non nasce con il privilegio del passaporto occidentale.

Noi cresciamo a mo' di ponte tra più culture, persino quando si parla di rap: Balti, un rapper tunisino, descrive questo dolore in “Mchaou”, “Sono partiti in barca per il mare / sono partiti lì dove le vite si fermano  / sono partiti lì dove il veleno mangia (gli umani) / sono partiti lì dove la madre piange / sono vivi o morti? / sono partiti, partiti.”

Da piccoli, però, ignoriamo ancora queste storie, che arrivano pian piano a invadere la nostra vita solo quando ci rendiamo conto che la nostra pelle e il nostro background non sono conformi ad alcun senso di appartenenza precostituito. Lo spiega bene il bresciano Tommy Kuti nel brano “#Afroitaliano”: “Siamo troppo africani per essere solo italiani e troppo italiani per essere solo africani”—è quanto il sociologo algerino Abdelmalek Sayad definiva con assoluta e lucida chiarezza come “Doppia assenza” dell'immigrato.

“dopo tanto tempo, dopo essermi faticosamente alzata da un letto di sabbie mobili: di disillusioni precoci, di tormento spirituale, di rabbia generalizzata, di spaesamento e pressione bassa, di testate al muro per evitare porte in faccia , di stigma e di cliché, di vergogna, di bugie per farmi accettare, di paura nel sentirmi condannata, di dolore nel leggermi tra le righe, di senso di vuoto e spalleggiare per farmi vedere e farmi sentire e gridare che finalmente l'ho capito, finalmente ho capito, ho capito, finalmente ho capito, ho capito che è tutto lì, è tutto racchiuso in un piccolo gesto, un minimo atto rivoluzionario, che ribalta ogni cosa, ogni singola idea, ogni singola parola”

Questa “doppia assenza” si ripercuote su altri temi e si fa sentire anche nel terzo punto, una questione linguistica e semantica di cui si è parlato molto in questi mesi, e cioè se sia o meno corretto e accettabile pronunciare la “n-word”. Diciamolo dunque senza girarci intorno: no, è sbagliato!

ABBANDONARE LA N-WORD

Dire la “n-word” senza esserlo è, oltre che offensivo, un'appropriazione indebita di linguaggio che va a sbiancare i problemi delle minoranze non riconosciute in questo Paese.

Le persone nere vivono sulla propria pelle il razzismo, e quindi se un (rapper) bianco utilizza il termine—o, peggio ancora, “white-ni**a”—significa solo che non ci ha capito niente e che non riconosce i privilegi che lo caratterizzano.

E i motivi per cui questi privilegi non vengono riconosciuti sono semplici: tanto per fare un esempio vicino al pubblico del rap, a scuola non si studiano le ramificazioni profonde e gli effetti del colonialismo e dell’imperialismo europeo, e delle loro operazioni di schiavitù e sfruttamento. Si tratta di una narrazione che non fa parte dei libri scolastici e non permette di decostruire questa cultura eurocentrica.

Dunque, “n-word” non è da usare, soprattutto se non se ne capisce il senso o non si conosce il peso che si porta dietro. Il rapper romano Amir Issaa rispetto a questo tema fa addirittura un passaggio ulteriore, e nel brano “La mia pelle” ribalta la prospettiva: "La mia pelle mi ricorda chi sono / un bastardo con qualcosa di nuovo."

“dopo tanto tempo, dopo essermi faticosamente alzata da un letto di sabbie mobili: di disillusioni precoci, di tormento spirituale, di rabbia generalizzata, di spaesamento e pressione bassa, di testate al muro per evitare porte in faccia , di stigma e di cliché, di vergogna, di bugie per farmi accettare, di paura nel sentirmi condannata, di dolore nel leggermi tra le righe, di senso di vuoto e spalleggiare per farmi vedere e farmi sentire e gridare che finalmente l'ho capito, finalmente ho capito, ho capito, finalmente ho capito, ho capito che è tutto lì, è tutto racchiuso in un piccolo gesto, un minimo atto rivoluzionario, che ribalta ogni cosa, ogni singola idea, ogni singola parola, mettendo a tacere ogni condanna autoinflitta, curando ogni singola ferita, una ad una, con delicatezza e con forza, la forza di sorridere e ridere”

Perché c’è sempre chi vuole ricordarci da dove veniamo, come se non fossimo all'altezza, ma siamo noi a scegliere il rapporto che vogliamo avere con la nostra pelle, con la quale lottiamo e rivendichiamo con forza di non volere più sentirci cittadini di serie B. Ecco quindi il mio promemoria del giorno, da nordafricana, bianca e nera a seconda di quanto fa comodo alla strumentalizzazione del momento—ma nei fatti sempre razzializzata per natura e “naturalizzata” per concessione: se usate la n-word e il vostro amico nero (nero, non di colore) non si offende, ricordatevi comunque che è vostro amico e rappresenta se stesso e la sua sensibilità.

… E ABBANDONARE I PREGIUDIZI

Questo ci porta al quarto punto, e cioè al fatto che in questo paese nasciamo e cresciamo—sembra assurdo ma ci tocca ripeterlo all’infinito. Eppure, ad ogni nuovo incontro o nuova conoscenza arriva sempre quel momento imbarazzante in cui, dopo aver sentito il nostro nome, ci viene chiesto “da dove veniamo”.

"ridere perché non è detta l'ultima parola, non è detta l'ultima parola finché non lo decidiamo noi"

Per evitare sproloqui, personalmente taglio corto e dico, “Sono di origine marocchina”, e di rimando spesso la reazione inconsciamente razzista diventa: “Ma come parli bene italiano!”. Il rapper genovese Seck Ababacar, in arte Suerte, nel suo brano "King Kong" ci fa capire quanto il problema sia comune e ben radicato: "E mi hanno detto 'come parli bene l’italiano' / questi non sanno che in Italia io ci sono nato."

È difficile farlo capire, lo so, ma è così: siamo italiani. Esistono afroitaliani e afrodiscendenti, persone non-bianche che sono italiane di fatto, nate e cresciute qui, e che possono prendere voti alti a scuola e scrivere libri, fare le giornaliste e girare film, lavorare come sindacalisti, attrici e modelle, fare ricerca all’università e rap.

Quindi, per dirsi davvero inclusiva, una cultura libera di respirare deve partire da noi e dalle fondamenta che dobbiamo innanzitutto riconoscere tutti insieme, per poi distruggerle e ricostruire, ancora una volta tutti insieme. “Ius Music”, come direbbe il caro Amir Issa: il futuro lo scriviamo insieme.

A qualcuno d’altronde piace pensare che siamo relegati ad una vita da sfigati ma, come ho già detto, se i nostri genitori sono stati umiliati, noi non solo dobbiamo riportare valore e dignità alla storia delle migrazioni, riconoscendone la continuità, ma dobbiamo sgobbare il doppio per stare al passo. Anzi, sgobbare il triplo per cambiare il passo, perché quel che ci resta altrimenti è solo sgobbare per il posto vostro.

“È difficile farlo capire, lo so, ma è così: siamo italiani. Esistono afroitaliani e afrodiscendenti, persone non-bianche che sono italiane di fatto, nate e cresciute qui.”

METTERE IN DISCUSSIONE IL PRESENTE

E arriviamo al quinto e all’ultimo punto: il fatto che il passato non è mai stato così presente e vogliamo metterlo in discussione a partire dalle fondamenta. Nel video del brano già citato di Tommi Kuty, “#Afroitaliani”, si menziona esplicitamente l’articolo 3 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali,” ma davvero questo ci tutela?

A scuola e nella quotidianità possiamo far finta di essere tutti e tutte uguali. Ma “siamo tutti uguali” è un’affermazione drammaticamente ipocrita, che sottintende un'esplicita sottomissione da parte di chi vorrebbe sentirsi concretamente riconosciuto, ma deve tuttavia rinnovare periodicamente i documenti.

Basta soffermarsi sulle parole  “permesso di soggiorno”—con tutto il loro carico di requisiti richiesti, paludi burocratiche e diritti negati—per capire quanto una simile richiesta nel paese stesso in cui si nasce e/o cresce costituisca una discriminazione allo stato puro.

Non serve un giurista per capirlo, l’Italia deve ancora fare i conti col razzismo ed è bene prenderne atto. Perché noi abbiamo parlato e continueremo a farlo, ma la lotta per una società meno ingiusta è un dovere di tutti.

Wissal Houbabi, in arte Wii, è attivista femminista, artista e scrittrice. Ha ideato insieme a u.net lo spettacolo “Che Razza di Rap” e ha pubblicato il “Manifesto per un rap antisessista” per EUT. Collabora con Jacobin, il Piccolo, Agenzia X e scrive di antirazzismo, hip hop e identità. Puoi trovarla su Instagram.

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