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wuf è il beatmaker italiano famoso di cui non hai mai sentito parlare

Si possono avere milioni di stream senza che nessuno ti conosca? E senza avere Instagram? Se sei wuf, sì.

di Elia Alovisi
13 febbraio 2020, 1:10pm

Tutte le fotografie sono di Filippo Elgorni e Riccardo Orsini

wuf non ha bisogno di una mia intervista. Glielo dico tranquillamente, dato che i suoi pezzi sono stati ascoltati milioni e milioni di volte senza che lui abbia mai fatto un vero sforzo per promuoverli. "È vero, è una cosa nuova e diversa e strana", mi risponde.

Viene da Legnano, wuf. Ha 22 anni e fa lo-fi hip-hop, cioè quel tappetone strumentale tutto confortevole che la nostra generazione ha eletto a musica per staccare dal mondo. Lo ascoltiamo sulle radio di YouTube e nelle playlist di Spotify. Schiacciamo play e ci disinteressiamo dei titoli, degli autori, di ogni cosa. Vogliamo solo farci trasportare in un luogo più quieto e bello.

wuf non ha bisogno di una mia intervista. I suoi pezzi sono stati ascoltati milioni e milioni di volte senza che lui abbia mai fatto un vero sforzo per promuoverli.

La sua musica la ascoltano, solo su Spotify, circa 300.000 persone al mese. Per la stragrande maggioranza, sono americani e arrivano da due playlist, "Lo-Fi Beats" e "Lush Lofi". La prima è seguita da due milioni e mezzo di persone, la seconda da ottocentomila. Ma non credo che molti di questi lo conoscano, o siano interessati alla persona che sta dietro le tre lettere che compongono il suo nome d'arte. “È vero, è solo vibe. Musica to chill and study to", dice lui.

wuf è un ragazzo normalissimo. Si è laureato da poco in ingegneria informatica ed è venuto a fare quest'intervista con lo zaino, appena dopo lezione. Si definisce "uno di quelli che si ascoltava l’hip-hop old school", solo che mentre scaricava i freestyle di Fibra su eMule ha scoperto i Gang Starr e DJ Premier: "Era una cosa che non avevo mai sentito prima, soprattutto per la sua influenza jazz.

wuf producer

Da lì è tutto uno scoprire, prima su YouTube e poi su Soulseek. "Knxwledge e Mndsgn mi hanno fatto entrare nell’hip-hop sperimentale, e da lì ho iniziato a cercarmi le cose su SoundCloud.” Il suo percorso, a livello pratico, è stato semplice: "FL Studio craccato preciso, con i tutorial. Quando ho cominciato non avevo proprio nessuna conoscenza musicale e non mi piaceva studiare la musica. Oggi cerco di farlo, nel mio piccolo, e sto studiando il sax."

"All'inizio non sai nemmeno come funzionano i quattro quarti, non sai dove mettere il kick e lo snare", continua. I suoi primi beat erano completamente diversi—il target era più da stoner, dice lui—e duravano molto di più. Da quando ha "un minimo di gusto e di stile", però, li ha accorciati fino alla forma attuale. "Se fai musica come questa, che fondamentalmente è un loopone con qualche variazione, puoi farlo da due minuti.”

"Alla fine ogni pezzo dopo due minuti ha detto quello che doveva dire. Se ti è piaciuto, ti ha fatto star bene, te lo riascolti. Sennò chiusa lì.”

“È un modo di imporsi diverso", continua, "non ti sto dicendo ‘Adesso ti metto qua quattro minuti di un pezzo tutto uguale e te lo devi sorbire. Ti metto la mia pillolina, perché alla fine ogni pezzo dopo due minuti ha detto quello che doveva dire. Se ti è piaciuto, ti ha fatto star bene, te lo riascolti. Sennò chiusa lì.”

Anche se non è una modalità creativa pensata per generare numeri, però, le plays vanno su autonomamente. "È una roba che sfugge a tutte le logiche di mercato", interviene Fight Pausa, che suona nei 72 HOUR POST-FIGHT—cioè il ragazzo che mi ha presentato wuf accompagnandolo all'intervista—"non c’è neanche uno sforzo vero di comunicazione, ed è quello che lo rende figo ai miei occhi.” Perché va detto che wuf non ha Instagram—teoricamente una follia per il mercato musicale italiano attinente all'hip-hop oggi—e non ha mai messo nessun cenno biografico sul suo SoundCloud.

wuf producer lo-fi hip-hop

A quanto mi dice, però, ci sono diversi altri ragazzi italiani che fanno questa cosa. "C’è Saito, che è forte e uno di quelli più seguiti. Ragazzi che ho un po’ perso, che seguivo su SoundCloud e con cui parlavo su Facebook. C’era o k h o, che ha cambiato vari nomi. Lester Nowhere, Pandha… ce ne sono un po’." Mi fa sorridere il fatto che non mi citi quasi nessuno degli artisti usciti su un pezzo sul lo-fi hip-hop italiano su Rockit—è come se fossero isolette che emergono dallo stesso oceano ma ignare dell'esistenza le une delle altre, queste mini-community di producer senza nome.

"Non so come succedevano le connessioni, forse per qualche magia degli algoritmi di Facebook che ti proponeva gli amici", prova a spiegarmi, "mi sono trovato ad avere 300 amici in comune con beatmaker lo-fi con cui non ho nient’altro in comune." E collaborando l'uno con l'altro, i numeri delle proprie tracce si alzano. E dato che il lo-fi hip-hop è strumentale, non ha modelli geografici: suona come sé stesso che tu sia italiano, americano, indonesiano. O tedesco, come l'etichetta che ha scoperto wuf.

"Non so come succedevano le connessioni, forse per qualche magia degli algoritmi di Facebook che ti proponeva gli amici."

Si chiama HHV e, spiega wuf, è insieme a Vinyl Digital uno dei "due centri più grandi attorno ai quali si è creata la community tedesca, ma anche europea. Tutti siamo polarizzati lì attorno." Lui buttava tutto su Bandcamp e SoundCloud, sperando in qualche repost, e poi è arrivata una mail con la proposta di stampare su vinile due suoi EP. Così è nato Days / Winterwam, ed è grazie all'etichetta che i brani sono finiti su Spotify e sulle sue playlist. È da quei due EP che vengono i tre pezzi più ascoltati di wuf, quelli delle playlist.

"Floating" fa quello che suggerisce il suo titolo—fluttua, leggera. Un loop di pianoforte che si spacca un po' man mano che va avanti. Cinque milioni e mezzo di stream, un minuto e mezzo di durata. "Snow" fa la stessa cosa, ma per trenta secondi in meno: un milione e mezzo di ascolti. "Stare" mette un contrabbasso tutto pazzo su qualche nota tutta lenta e claudicante: un minuto e venti, un milione di ascolti. Gli stessi pezzi, su YouTube, non arrivano alle 1000 views l'uno.

wuf days winterwarm
La copertina di Days / Winterwarm di wuf, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify

Potrei stare a trovare parole per spiegare ognuna delle composizioni di wuf, ma in fondo basta dire che sono tutte brevi e semplici. Abbozzi di melodia, una o due idee ritmiche tutte lente e avvolgenti, ma non troppo. E stop. Sarebbero mai venute fuori dal mucchio senza un'etichetta e senza Spotify? “Ammetto tranquillamente che è stata la mia fortuna," dice lui.

"Per me è una cosa post-moderna impazzita," prova a spiegare Fight Pausa. "In realtà c’è uno sforzo digitale gigantesco per far suonare le cose in una maniera che non è digitale. Mettere uno strato di vinyl crack, concettualmente, è assurdo." E così sblocca l'amico: "Avevo letto non so dove che Knxwledge passava i suoi beat su cassetta per dargli quella texture, quel suono un po’ saturato. È facendo ricerca su quella roba e sono arrivato al lo-fi.”

wuf producer lo-fi hip-hop

"Casa di wuf è stranissima", continua Fight Pausa, "non ha uno studio con i monitor. Ha le casse Creative collegate al sub e basta. La realtà è che lui passa metà del tempo a fare produzione in senso stretto e metà a 'cucinare'. Tutte le cose che escono dalla scheda audio passano per un mangiacassette, per unSP 404 e tornano dentro il computer.”

wuf continua: “Non sono neanche metodico quando mi piacerebbe. Ho un MPC 2000 XL, un MPC 404 e un Tascam che uso come strumento, anche se non lo è. Mi piacerebbe trovare una formula per mettere questi tre elementi a catena per usarli tutti e tre assieme e non a caso, di progetto in progetto.” A forza di parlare di algoritmi, selezioni e casualità, può anche essere naturale dimenticarsi l'artigianato dietro a quei bocconcelli di suono che costituiscono il lo-fi hip-hop.

"C'è uno sforzo digitale gigantesco per far suonare le cose in una maniera che non è digitale."

E artigianato è il termine che mi sento di usare perché il lo-fi hip-hop si fa da soli, fisicamente parlando, in laboratori che sono case e camere. “Non ho mai avuto dei rapper con cui condividere questa cosa", dice wuf, "i miei amici sono arrivati dopo. Ero un po’ da solo, all’inizio. Non buttavo fuori da nessuna parte i pezzi, ho cominciato a metterli su SoundCloud solo dopo anni. Le buttavo lì e non le cagava nessuno."

La scelta del nome è stata un po' l'inizio di tutto: "Ho fatto un rebrand chiamandomi wuf, perché prima non avevo nomi. Volevo un nome di cui mi piacesse il suono... lo vedo un po’ come un verso che fa una persona. È il verso che la gente fa quando sente la musica bella, che gli piace. Tipo stank face, ecco, quello è il suono che ci va assieme.”

wuf interface

Ascoltando Interface, l'ultimo progetto di wuf, la faccia si rilassa più che altro. È tutto un po' sospeso nel vuoto, blu, malinconico—"Synthetic Wind", per dire, è un pezzo che starebbe bene come sottofondo alle cinque di mattina nella taverna spaziale di Mos Eisley. "Per dare i titoli ai brani ascolto i miei beat, immagino scene, ambienti, paesaggi. In queste immagini c'è un elemento che scelgo per il nome. È tutto abbastanza astratto, ma non casuale."

"Avevo in mente una certa estetica," continua, "e se ho fatto le cose bene il mood dovrebbe capirsi dai nomi delle tracce e dall'artwork—tipo sci-fi, retrofuturismo. Ma definire l'immagine è come togliere il lavoro ai pezzi. Se fossi bravo a descriverli a parole farei lo scrittore, il poeta." Fight Pausa, che ha co-firmato un pezzo del disco, se la ride e mi spiega che cosa wuf gli ha detto quando hanno cominciato a lavorare insieme:

"Mi ha detto, 'Ho deciso questo disco qua è una vibe, e quella vibe è quella. Un disco urbano. Voglio che sia un disco tipo che vai in giro in macchina di notte, magari piove'. È stata l'unica direzione che mi ha dato."

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