Come un enotecnico svizzero è finito a fare un videogioco sul vino in Italia

'Hundred Days' è un simulatore di azienda vinicola—uno dei suoi creatori ci ha parlato delle strane similitudini tra produrre vino e fare videogiochi.
Matteo Lupetti
Asciano, IT
22.7.21
hundred days videogioco vino
Immagine: a sinistra, copertina del videogioco Hundred Days; a destra: Yves Hohler nella sua vigna. Immagini per gentile concessione di Yves Hohler/Broken Arms Games

Hundred Days - Winemaking Simulator è un simulatore di azienda vinicola realizzato dallo studio torinese Broken Arms Games. È un po’ un videogioco gestionale, con edifici da migliorare e attrezzature da acquistare, pulire e riparare, e un po’ un videogioco puzzle, con una plancia centrale in cui incastrare a ogni turno le azioni che vogliamo compiere—ma ha anche una modalità “Storia”: l’avventura di una ragazza che da Londra si trova quasi per caso a gestire una vecchia cantina nelle Langhe piemontesi.

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Un'avventura che assomiglia a quella della famiglia di Yves Hohler, enotecnico di origine svizzera con vent’anni di esperienza nel mondo del vino e co-fondatore di Broken Arms Games. VICE lo ha contattato via Skype per parlare di vino, videogiochi e  delle inaspettate similitudini tra questi due mondi.

L’intervista è stata tagliata e editata per ragioni di brevità e chiarezza.

VICE: Ciao Yves, cominciamo dall’inizio. Da quello che ho capito quando eri piccolo tu e la tua famiglia vivevate tra Svizzera e Francia.
Yves Hohler:
Ci siamo spostati un paio di volte dalla Svizzera alla Francia. Come ho già detto in passato, considero i miei genitori “gli ultimi hippie di questa Terra.” Volevano che crescessimo in campagna. Facevano dei lavoretti: mio padre faceva il giardiniere e correva in Formula 3000, mia madre faceva porcellana. Quando ci spostavamo lavoravano in fattorie; quando avevo tre anni ricordo una delle ultime esperienze, nello Jura francese… la cosa più svizzera che puoi immaginare: producevano le erbe che venivano vendute alla Ricola per le caramelle.

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Hundred Days, schermata di gioco. Tutti gli screenshot dell'autore

Come siete finiti a fare vino in Piemonte?
Nel trasloco dallo Jura per tornare in Svizzera… per i traslochi usi queste scatole per le banane, cartoni molto resistenti con un coperchio sopra, con un buco in mezzo che solitamente viene coperto con un altro pezzo di cartone o con dei giornali. Sul giornale che avevamo usato c’era la pubblicità di una casa alle porte delle Langhe, a Cassinasco, in vendita—i miei hanno preso la palla al balzo, sono andati a vederla e l'hanno comprata.

La casa era vigne-in-mano?
Sì, aveva quattro-cinque ettari di vigna.

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Era una scelta consapevole prendere in mano le vigne e fare vino?
No, l’idea era prendere una casa con della terra. Guarda, ti faccio capire la situazione: né mia madre né mio padre sapevano parlare italiano. Avevano usato tutti i soldi che avevano per comprare la casa. Non sapevano niente di vigne e produzione del vino. Io ero il più grande di quattro fratelli e avevo cinque anni, i più piccoli avevano sei mesi. La casa era in uno stato… mancava il riscaldamento, la cantina era un disastro… una cosa che oggi sarebbe illegale: pioveva dentro, era una stalla con due tinozze. 

Come siete riusciti a farla funzionare?
La nostra salvezza è stata proprio che non ne sapevamo nulla di vigne. Nel 1989-1990 la maggior parte dei contadini qui produceva per le cantine sociali, che oggi sono quasi estinte: più peso avevi e più ti pagavano e quindi fertilizzavi al massimo la vigna per avere questi grappoloni pieni di uva priva di un qualsiasi accettabile grado zuccherino. I miei invece hanno iniziato a trattare la vigna come si fa con gli alberi da frutto: per avere delle mele buone, prima che il frutto sia maturo, si tolgono le mele che non arriverebbero a maturazione e che sottrarrebbero solo energia alla pianta. Si toglie la quantità per avere la qualità. Quindi hanno cominciato a fare il diradamento [rimuovere grappoli d’uva appunto per migliorare la maturazione di quelli rimasti], che nel 1990 in paese provocava reazioni come “lo svizzero è matto sta vendemmiando ad agosto, butta l’uva per terra.” 

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Però dopo cinque anni siamo stati scoperti da [Paolo] Massobrio, uno dei più grandi giornalisti enogastronomici, soprattutto nell’epoca in cui non c’erano social e influencer e testate come ilGolosario e Papillon erano i pilastri: se ti davano una buona critica loro ti svoltavano. Ed è quello che è successo. Da lì siamo stati tra i primi ad avere una Barbera a quasi ventimila lire, che per una Barbera era impensabile. 

Qual è stato il tuo percorso di studi?
Alle superiori ho fatto la scuola enologica ad Alba.

Com’è stato frequentare quella scuola?
Ero inserito in un contesto di élite del vino che mi metteva molta pressione addosso… Io non potrò mai avere quello che avevano i miei compagni di classe. Non potrò mai permettermi un ettaro a Monforte, perché ha prezzi che ormai possono permettersi solo gli oligarchi russi e il partito comunista cinese. Quello un po’ mi dispiace. Poi quando io facevo le superiori i miei genitori facevano biodinamico: niente diserbante, ad agosto io tutto bardato passavo filare per filare con il decespugliatore. E a scuola mi prendevano in giro per questo. Oggi tutti quelli che mi prendevano in giro fanno biologico e hanno i filari inerbiti; eravamo solo avanti di quindici anni rispetto agli altri.

E dopo le superiori?
Mi sono iscritto ad Alessandria a Informatica, dove ho conosciuto Giulio [Piana] ed Elisa Farinetti con cui poi ho fondato Broken Arms. Indirizzo [di studi] web, che non ho finito. 

Che cosa è successo?
L’inizio della fine è il 2007, quando viene a mancare mia madre. Io ho messo tutta l’energia che avevo nel tenere unita la famiglia e mandare avanti l’azienda, ma poi mi sono scontrato con mio padre (anche fisicamente). Me ne sono andato di casa, son finito sul divano di un amico e ho iniziato a creare videogiochi in Flash da mettere sulla piattaforma Newgrounds. Elisa ha trovato uno stage a Torino, ho mandato curriculum, ho avuto due offerte di lavoro (oggi sarebbe impensabile) e mi sono spostato anche io a Torino, a un certo punto anche Giulio ha trovato lavoro a Torino e lo abbiamo messo in un letto in corridoio. A Torino non c’era ancora la scena videoludica che c’è adesso con 34BigThings, Tiny Bull Studios, MixedBag… abbiamo iniziato a realizzare giochi in Flash per aziende, di giorno andavamo in ufficio e di notte lavoravamo finché potevamo.

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A un certo punto ci siamo detti che era il momento di fare il salto, e un’azienda di Torino era interessata a finanziarci come loro succursale in Svizzera. Abbiamo lasciato il lavoro, disdetto l’affitto ed eravamo pronti a trasferirci, ma due settimane prima delle partenza l’azienda che doveva farci da angel investor [chi investe in una startup diventandone socio] si è tirata indietro. I genitori di Elisa avevano fortunatamente un appartamento sfitto ad Acqui Terme, dove ci siamo trasferiti, e abbiamo iniziato a cercare acceleratori di startup, candidandoci ovunque. Il primo a rispondere è stato in Australia e abbiamo subito accettato, tornando un anno dopo e iniziando a lavorare per Milestone. Nel 2018 siamo diventati ufficialmente Broken Arms Srl.

Hai ancora a che fare con la produzione del vino?
Nel 2016 mio padre ha detto di voler smettere, nel 2017 gli ho fatto una proposta, perché volevo continuare, e mi ha detto di no. Ed è da allora che ho fatto una mia Barbera: un amico che veniva a scuola con me mi ha offerto un angolino nella sua cantina. Faccio duemila bottiglie, il minimo per mantenere i clienti storici che aveva mio padre. Se tra qualche anno volessi fare solo quello è una fiammella pilota per ricominciare.

L’idea di Hundred Days come è nata?
Mentre eravamo a prendere una birra insieme un publisher italiano ci ha chiesto perché con le nostre competenze non facessimo un simulatore vitivinicolo. All’inizio doveva essere un simulatore fisico-chimico, poi ci siamo accorti che non era divertente e abbiamo dovuto fare dei passi indietro.

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Nel gioco, nella modalità Storia, c’è una certa opposizione tra il vino visto come un elemento culturale e un antagonista senza scrupoli che vede il vino come business. È un conflitto che hai incontrato nella realtà?
Ti dico solo che tutti i personaggi all’interno del gioco rappresentano persone reali. Anche il gatto, che purtroppo è mancato l’anno scorso ed era la mascotte del paese di Barbaresco, e il proprietario giapponese del locale che frequenti, e che nella realtà è il Koki Wine Bar di Barbaresco. 

Cosa non avete messo e ti dispiace che sia rimasto fuori?
Una cosa che andremo ad aggiungere a breve: l’impatto della bottiglia e dell’etichetta sulla tipicità del vino. Per esempio, un rosso invecchiato in una bottiglia chiara con un tappo a vite nella nostra zona non si è mai visto. Poi manca l’evoluzione del vino una volta che è in bottiglia e l’analisi chimica del vino in costruzione, e questa è una cosa che forse aggiungeremo più avanti aprendo le porte a processi come la filtrazione.

Cosa sei contento di averci infilato?
Una cosa a cui non si pensa mai: che una delle problematiche più grosse che deve affrontare una cantina è lo spazio. Ventimila bottiglie occupano un notevole volume.

C’è qualcosa che accomuna fare videogioco e fare vino?
Tantissimo in realtà. Tutto quello che arriva dopo aver creato il prodotto è uguale. Entrambe le cose possono essere industria o artigianato. E nel vino hai cicli lunghi e fino alla fine non sai come sarà il risultato e se piacerà—e un po’ funziona così anche il videogioco.

Hundred Days - Winemaking Simulator è disponibile per PC, Mac e Google Stadia.