Salute

Non è colpa della noia: siamo noi che continuiamo a riempire il tempo con cose che non ci interessano

'Come annoiarsi meglio', di Pietro Minto, è un libro su come la tecnologia ha cambiato il nostro tempo—e come possiamo riprendercelo.
Vincenzo Ligresti
Milan, IT
25.5.21
noia
Illustrazione di Tartila/Adobe Stock.

Sin da bambini, abbiamo imparato che “non avere la mente impegnata” dovrebbe farci sentire automaticamente in colpa. Lo si capisce persino dal nostro utilizzo automatico delle parole: tendiamo a chiamare “momenti morti” quelli in cui non siamo indaffarati, e finiamo con l’associarli alla noia.

Così finiamo per provare a occupare il tempo libero in tutti i modi possibili, cercando le prime distrazioni a disposizione—spesso senza che ci soddisfino minimamente, come quando tiriamo automaticamente fuori il cellulare e iniziamo a scrollare. Insomma, è come se non riuscissimo a goderci i momenti di “vuoto” e a sfruttarne il potenziale nascosto.

Pietro Minto, autore specializzato nel nostro rapporto con le tecnologie e che forse conoscerete per la newsletter Link molto belli (o per i pezzi che ha firmato per VICE), ne ha scritto nel saggio Come annoiarsi meglio.

Si tratta di un “atlante delle distrazioni contemporanee, una guida per riprendere il controllo del proprio tempo libero, nonostante i social, il lavoro ben poco smart e un mondo in crisi.” Tutto questo, ”partendo dall’analisi dei cambiamenti tecnologici, sociali, economici che soprattutto negli ultimi vent’anni hanno stravolto il nostro rapporto col tempo”, mi dice al telefono. Qui sotto trovate il resto della nostra conversazione.

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VICE: Ciao Pietro, da dove nasce l’idea del libro?
Pietro Minto:
Ciao! Circa tre anni fa ho cominciato a pensare di fare un libro sulla noia, di cui sono un grande fan e “utente”, potremmo dire. Ho cominciato a informarmi: c’erano già molti libri sulla noia, ed erano spesso molto noiosi. A inizio 2020, mi sono appuntato da qualche parte l’idea di fare “un libro sulla noia divertente”. La pandemia ha fatto da catalizzatore di questa e altre idee che avevo in mente, ed eccoci qui.

Partiamo un attimo dalle basi: la definizione di noia. Com’è cambiata col tempo? 
Noia e misticismo sono sempre state sorellastre, due sfere a cui piace entrare in contatto. È con il Cristianesimo che la discussione sulla noia si è fatta più profonda, ma anche più “pesa”, potremmo dire: a un certo punto degli asceti cristiani arrivarono a considerarla qualcosa di demoniaco, per dire.

In Oriente (ma anche in Occidente, al di fuori delle grandi religioni abramitiche) invece l’hanno sempre trattata con maggiore grazia, senza paranoie né sensi di colpa. È uno stato d’animo umano che non va combattuto: va conosciuto e compreso, ma l’obiettivo non è mai “vincere la noia”.

Eppure, oggi quando diciamo nel tempo libero che siamo “annoiati”, lo diciamo in senso negativo. 
Il tempo libero, di per sé, non è né noioso né uno spasso; è tempo “liberato” da qualcosa, un lotto di terreno su cui nessuno ha costruito nulla. Il suo impiego—il cosa, il come e il quando facciamo qualcosa—è ciò che permette la formazione dei momenti di noia.

Io tratto la noia come il punto centrale di un meccanismo un po’ più complesso, che è la nostra gestione del tempo, in un momento in cui abbiamo forti distrazioni e “forze” interessate a rubarcerlo, e a riempirlo di cose che in realtà non ci interessano. Ci sono una marea di input, ognuno è collegato ai social, Youtube, servizi di streaming.

In un contesto del genere, viene da pensare che questo è un mondo in cui la noia non esiste—mentre la noia continua a esistere, solo che è meno riconoscibile. Il numero di stimoli non è quindi importante nella definizione della noia: il cuore del discorso è l’uso poco conscio che facciamo del nostro tempo, che sia occupato o libero.

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Fammi un esempio che riguarda un po’ tutti.
Il doomscrolling: quando ti succede di fissare per minuti, o addirittura ore, il cellulare—per lo più i social. Scrolli come se una calamita ti attirasse lentamente dentro un buco nero. È una di quelle esperienze che dopo ti fa dire, “Aspetta, ma io che sto facendo? Perché sono qui? Come ci sono finito?”

Quindi il problema non è la noia in sé, che ha spesso dei risvolti positivi, ma il tempo che senza accorgercene “sprechiamo” per cercare di aggirarla. Rendersi conto che un’ora passata a scrollare è un’ora passata a far qualcosa, è un modo per capire che si possono ritagliare dieci minuti per fare altro. Per dire: anche fissare il muro e avere risvolti inaspettati.

Quali sono gli aspetti positivi di questo tipo di noia?
Ci sono diversi studi che dimostrano, per esempio, quanto la noia—da intendersi come sensazione di vuoto in un momento in cui non succede granché—stimoli la creatività. È proprio in una situazione del genere che mi è venuta l’idea di scriverci un libro.

Inoltre, la noia è legata al benessere mentale, è da intendersi come un’“isola”, un momento di introspezione che ti permette di fare chiarezza. Non fare niente non è mai fare niente: ti obbliga a riflettere e a compiere libere associazioni, che si possono rivelare utili.

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L’importante, quindi, è riappropriarsi del tempo, o meglio della consapevolezza della sua gestione. Una noia positiva è un ottimo antidoto al grigiore di un’esistenza piena di impulsi e notifiche. Al sentirti meno arrabbiato, triste, frustrato perché il tempo ti scivola un po’ meno addosso.  

Questo non riuscire a rilassarsi durante i momenti di noia non potrebbe essere legato alla paura di perdersi delle cose importanti?
Molti di noi, a intensità diverse, sono stati colpiti dalla Fomo [fear of missing out], caratterizzata dal desiderio di rimanere continuamente in contatto con cosa fanno le altre persone, e spesso legata all’invidia sociale e alla paura di rimare fuor dai ‘giri giusti’.

Poi però durante il primo grande lockdown, iniziato a marzo 2020, altrettanti si sono sentiti sollevati: tutta quella pressione è sparita, e c’è anche stato il tempo per chiedersi: a quanti eventi mi sono auto-costretto ad andare e che in realtà non mi interessavano, a cui non mi sono divertito o di cui non ricordi nulla?

Un noto blogger, Anil Dash, si è inventato una sigla per reagire alla Fomo: la Jomo [Joy of missing out], la gioia di perdersi qualcosa. In pratica: dai 30/35 anni in su a un certo punto fa anche bene pensare “Ma sai che c’è, io a quella cosa lì non ci vado e sono contento di stare a casa.” Io, per chiudere il cerchio, ho proposto l’acronimo Nomo [Noncuranza of Missing Out]—ovvero fregarsene totalmente quando si pensa a quello che ti stai “perdendo.”

C’è anche un altro aspetto, emerso soprattutto durante la pandemia: il mito dell’iper-produttività. Tu, però, dimostri che persino il “multitasking ci frigge il cervello.”
Negli ultimi anni la capacità di multitasking è diventata una “skill imprescindibile”, vera o presunta. In realtà, come dimostrano diversi studi che cito nel libro, l’essere umano non è prettamente strutturato per continui switch: ogni attività da svolgere prevedere un diverso grado di attenzione, capacità, allenamento.

Lavori diversi hanno bisogno di “mentalità diverse”, vanno a toccare aree diverse del cervello, e cambiare ogni cinque secondi non è impossibile, ma a lungo andare è fonte di stress, può esaurirti. Siamo mono-tasker: programmati per fare una cosa alla volta.

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Nel libro parli anche delle persone che hanno provato o sono riuscite a monetizzare il proprio tempo libero. Rientra in questa tendenza del voler ottimizzare tutto?
L’altissimo numero di casi di burnout tra youtuber e influencer è la dimostrazione di come la trasformazione della propria vita in content a ciclo continuo possa essere rischiosa. Dipende da caso a caso, ovviamente, ma occorrono barriere salde tra vita pubblica e privata, lavorativa e personale.

La tendenza a cui ti riferisci ha molte cause: economiche, perlopiù, date dal precariato e dalla disoccupazione; tecnologiche, nel senso che ora è possibile fare queste cose (un tempo no); e ancora sociali, di status, nel senso che influencer e content creator sono desiderati e invidiati, i nuovi calciatori. Sono ricchi (pochissimi), famosi (alcuni) e “non fanno niente dalla mattina alla sera.” La realtà è diversa e, a mio avviso, potenzialmente distruttiva.

Per fare un po’ il punto, tu dici che “il tempo si è rotto”. Che significa?
Il tempo sta bene, ovviamente. È la nostra percezione che è stata sconvolta. Stiamo vivendo un “momento traumatico” perché la percezione del tempo non è più lineare, si è attorcigliata. Gli sviluppi tecnologici degli ultimi decenni hanno stravolto i concetti di velocità, contemporaneità e vicinanza.

Noi siamo in una fase di mezzo, fra ottant’anni magari avremo trovato un nuovo approccio alla gestione del tempo, che al momento pare sempre più confusa. Il mio libro parla di questa fase, e soprattutto a chi ha anche un solo vago ricordo di quelle precedenti.

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