Perché l'accesso alla cannabis terapeutica in Italia è ancora virtualmente impossibile

Disinformazione, burocrazia tortuosa, diffidenza: abbiamo cercato di capire perché l'Italia è ancora così indietro sull'utilizzo e la prescrizione della cannabis terapeutica tra i pazienti.

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mag 20 2016, 7:50am

Foto via Dank Depot/Flickr

"In Italia a parlare di cannabis si passa ancora per drogati." Alessandro Raudino è un 33enne siciliano affetto da sclerosi multipla recidivante-remittente, e da qualche anno si cura con la cannabis.

La compra per strada, sul mercato nero. È difficile trovare un medico che la prescriva – si giustifica il giovane -, e in farmacia costa cara.

A 23 anni scopre, quasi per caso, di avere delle placche nell'encefalo. Il verdetto non lascia dubbi: sclerosi multipla. Da lì inizia il calvario.

Dopo due anni di pendolarismo tra la Sicilia e l'Ospedale San Raffele di Milano e 800 iniezioni di Copaxone, un farmaco immunomodulante, sembra che la malattia stia regredendo. Da una risonanza magnetica, però, emerge che nel midollo cervicale di placche ce ne sono altre dieci.

Il 33enne prosegue con la cura farmacologica, ma il suo corpo dà segnali che qualcosa non va. Depressione, pertosse, herpes, sangue nelle feci. Nel 2014, il giorno del suo compleanno, viene operato d'urgenza per un tumore al colon.

Nel frattempo la sua compagna gli presenta un conoscente con la sclerosi multipla, che per curarsi utilizza la cannabis. Raudino abbandona i farmaci tradizionali e decide di provare. Inizia a fare progressi, il deficit motorio - secondo quanto dichiara lui stesso - migliora.

Avere accesso alla cannabis terapeutica non è per niente semplice. Il ragazzo chiede la prescrizione al suo medico specialista. Niente da fare: il dottore gli risponde che la terapia a base di cannabis è prevista solo per i pazienti con spasticità.

"Esiste una vera e propria mafia farmaceutica," accusa Raudino, presidente e co-fondatore di 'Cannabis Cura Sicilia', associazione che mira alla divulgazione dell'uso terapeutico della canapa. "I medici mi dicono che la marijuana è efficace, ma poi non me la prescrivono."

Alessandro Raudino. [Dalla pagina Facebook "Cannabis Cura Sicilia"]

Disinformazione e responsabilità

Il problema principale, secondo le testimonianze raccolte da VICE News, è la disinformazione del personale sanitario. In pochi infatti sanno che in base a due leggi del ministero della Salute —il decreto Turco del 2007 e il decreto Balduzzi del 2013 — qualsiasi medico ha la possibilità di prescrivere la cannabis.

"In Italia l'autorità pubblica non fa informazione scientifica. È tutto in mano alle aziende farmaceutiche," spiega Antonella Soldo, consigliere generale dell'Associazione Luca Coscioni e membro della direzione nazionale dei Radicali italiani. Ma nessuna azienda farmaceutica italiana produce canapa.

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"In seguito alle numerose richieste presso lo sportello 'Soccorso civile' dell'Associazione Luca Coscioni, abbiamo mandato a circa tremila medici un'email con un dossier informativo per chiedere la loro disponibilità a prescrivere la cannabis. Ci hanno risposto in 30," racconta Soldo.

"Stiamo comunque parlando di una sostanza legata al proibizionismo," continua la dirigente dei Radicali. "Non sorprende che i medici, spesso ignari della normativa, non vogliano assumersi questa responsabilità."

Un negozio di marijuana terapeutica a Denver, in Colorado. [Foto di O'Dea via Wikimedia Commons]

Responsabilità che, come ci spiega il dottor Paolo Poli, ricade completamente sulle loro spalle nel caso delle prescrizioni off label —ossia per un'indicazione terapeutica diversa da quella sperimentata e poi riportata nell'autorizzazione d'immissione in commercio.

In Italia la prescrizione di cannabis a uso medico è quasi sempre off label, dal momento che le infiorescenze essiccate di cannabis (Bedrocan, Bediol, Bedrobinol e Bedica) non hanno indicazioni terapeutiche autorizzate — a differenza del Sativex, unico farmaco a base di cannabinoidi autorizzato dall'Aifa e utilizzato per la riduzione della spasticità determinata dalla sclerosi multipla.

"È un lavoro faticoso, capisco chi non lo vuole fare," prosegue il fondatore e presidente di Sirca (Società Italiana Ricerca Cannabis), che riceve in continuazione telefonate dagli oltre mille pazienti che ha in cura con la cannabis. "Innanzitutto è fondamentale titolare il farmaco, ossia trovare il dosaggio adatto. Poi bisogna fare un follow-up clinico del paziente e schedare i risultati."

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Poli ritiene che dietro la ritrosia dei medici a prescrivere la marijuana ci sia anche un altro motivo, ossia l'assenza di studi con validità scientifica a livello mondiale che dimostrino l'efficacia della sostanza a uso medico. "Di studi ce ne sono eccome, centinaia. Anche se quelli italiani sono pochi," afferma invece Antonella Soldo.

Fatto sta che in Italia l'accesso alla cannabis terapeutica è molto limitato. Secondo i dati raccolti dall'Associazione Luca Coscioni, "nel 2013 su 200 domande di importazione ne sono state accolte una sessantina." Poli parla di massimo una ventina di medici disposti a prescrivere la cannabis sul territorio nazionale. Al momento, tutta la cannabis in commercio in Italia proviene dall'Olanda, dove è prodotta dall'azienda Bedrocan.

La concorrenza del mercato nero

Alcune persone hanno riferito a Soldo che in certi casi i medici, senza alcun pudore, consigliano di rivolgersi a uno spacciatore. Il mercato nero rimane la fonte principale di approvvigionamento di cannabis anche a scopo terapeutico. Sia per le difficoltà nell'ottenere una prescrizione sia perché la cannabis legale ha prezzi piuttosto elevati.

Se acquistare un grammo attraverso l'ospedale o l'ASL costa circa dieci euro (per le spese burocratiche di importazione e gestione della richiesta, come ci spiega la neurologa dell'AISM Grazia Rocca), in una farmacia aperta al pubblico – che fa riferimento a un distributore italiano e non compra direttamente dall'Olanda - si arriva fino a 40 o addirittura 70 euro. Un prezzo che non può competere con i dieci euro al grammo del mercato nero.

"C'è gente che in questo modo ha dato 30mila euro in un anno alla criminalità organizzata," dice Soldo. Tra chi per curarsi compra la cannabis per strada, c'è anche Alessandro Raudino.

"Non mi fido, non so quello che inalerò. Ma non ho scelta, e almeno riesco a dormire e a ridurre un po' gli spasmi," spiega il giovane.

"Ho fatto uno studio su me stesso e ho capito che ho bisogno di tre grammi al giorno," afferma Raudino. Totale: 11mila euro all'anno. Altrettanto caro è il Sativex: 655 euro per tre flaconi da 90 erogazioni ciascuno.

A fine estate dovrebbe essere messa in commercio la cannabis prodotta dall'Istituto Farmaceutico Militare di Firenze, che costerà intorno ai sette euro al grammo. La cannabis delle serre militari sarà usata per rifornire ospedali e ASL e potrà contribuire a ridurre la disparità economica presente fra le varie aziende sanitarie. Ma in molti sottolineano che la quantità prevista per il primo raccolto, pari a 50 kg, è insufficiente rispetto alle esigenze nazionali.

Raudino e la sua compagna. [Dalla pagina Facebook "Cannabis Cura Sicilia"]

Leggi regionali contro la normativa nazionale

A fare davvero la differenza dal punto di vista economico sono le leggi regionali. Dal 2012 a oggi sono 12 le regioni (Toscana, Puglia, Veneto, Liguria, Marche, Friuli-Venezia Giulia, Abruzzo, Sicilia, Umbria, Basilicata, Emilia-Romagna, Piemonte) che hanno introdotto regolamenti sull'uso della cannabis terapeutica.

"Le regioni hanno la facoltà di decidere se porre la somministrazione della canapa a carico del Servizio Sanitario Regionale o meno, e se ciò vale solo per le terapie iniziate in ambito ospedaliero o no," chiarisce Soldo. "Invece, al contrario di quanto si crede, le regioni non possono ammettere il rimborso solo in presenza di determinate patologie, perché devono attenersi alla normativa nazionale."

La legge italiana non precisa quali sono le patologie in questione, ma è nota l'efficacia della canapa nel ridurre la spasticità derivante da malattie come la sclerosi multipla e la SLA, nella terapia del dolore, nella nausea da chemioterapia, nella fibromialgia, nell'emicrania e in molti altri disturbi.

Per tornare al discorso della disinformazione, "le leggi regionali spesso prevedono corsi di formazioni per il personale medico," afferma Soldo. "Ma non sono mai stati avviati."

Proprio per cercare di risolvere le problematiche appena illustrate, nella loro proposta di legge popolare per la legalizzazione della cannabis i Radicali italiani evidenziano la necessità di procedure semplificate di dispensazione del farmaco, di maggiore informazione e di introdurre la possibilità di coltivare e produrre canapa a uso personale.

"Il mio sogno è aprire un centro in cui coltivare la cannabis e altre piante medicinali e in cui operare insieme ai medici," afferma Alessandro Raudino. Ma il 33enne dovrà aspettare ancora prima di poter realizzare il proprio progetto senza infrangere la legge.

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Foto di Dank Depot via Flickr in Creative Commons

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