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Riccardo Sinigallia tra le quinte e i riflettori

Abbiamo intervistato il cantautore e produttore romano per parlare del suo nuovo disco, 'Ciao Cuore', in cui parla di amore, personaggi secondari e omicidi di Stato.

di Diego De Angelis
26 ottobre 2018, 12:47pm

Foto di Fabio Lovino.

Sarebbe un peccato impegnarvi a leggere qualsivoglia introduzione del sottoscritto a Riccardo Sinigallia. Per due semplici motivi: è un artista pop, e spiegare gli artisti pop li rovina. La seconda motivazione è che qui sotto c’è una lunga intervista e non ho voglia di stancarvi già da adesso.

Quella di Sinigallia è una storia strana: ha sempre fatto musica fuori dalle mode, è sempre sembrano un outsider o uno lontano dai trend. Eppure Sinigallia è anche colui che certe sonorità nella cultura popolare italiana le ha introdotte con prepotenza.

A partire dai Tiromancino (La descrizione di un attimo) per arrivare al primo album di Motta, le atmosfere magiche (citando Federico Guglielmi) di Riccardo sono il marchio di fabbrica di uno che per anni ha fatto il produttore con l’istinto del cantautore.

Ho avuto la possibilità di chiacchierare telefonicamente con Riccardo, un’oretta passata a parlare di Duke Montana e Calcutta, di Claudio Lolli e Federico Aldrovandi. Senza dimenticarci, ovvio, di parlare del suo ultimo album: Ciao Cuore, uscito il 14 Settembre per Sugar.

riccardo sinigallia ciao cuore cover
La copertina di Ciao Cuore. Cliccaci sopra per ascoltare l'album su Spotify.

Noisey: In questi giorni sono un po’ stressato, Ciao Cuore però mi ha aiutato a stare meglio. Te l’hanno già detto che il tuo album ha un effetto distensivo?
Riccardo Sinigallia: Mi fa piacere, penso che sia qualcosa che con la mia musica voglio far accadere.

Negli anni sei cambiato molto. Una volta eri più notturno, concedimi la parola, e ti parlo delle produzioni con Tiromancino, mentre Ciao Cuore ha come primo pezzo "So delle cose che so" che ha questo incipit ansioso, quasi noise. Nella canzone dici: “So delle cose che so / E non ti posso spiegare / Perché non esistono tutte le parole”. Quando parte l’album si prospetta molto strumentale, poi invece si scopre che rispetto al passato hai fatto un lavoro che privilegia il testo. A tratti il suono mi ha ricordato Push The Sky Away di Nick Cave.
Ah, wow! Beh, in realtà Nick Cave non c’entra nulla, lo prendo come un complimento ma non ce l’ho nel mio DNA, nonostante lo apprezzi come songwriter, musicista e uomo d’arte. Non penso nemmeno ci sia qualcosa di inconsapevole nella reiterazione di qualche sua forma. Ma ho altre ispirazioni: l’elettronica sperimentale, Tangerine Dream, Klaus Schulze, Kraftwerk; e poi l’elettronica episodica, quella dei rave.

Però sì, hai azzeccato quel gioco che faccio all’inizio, volontariamente, come forma di dichiarazione. Quando ho scritto questo disco ho pensato di potermi permettere di dialogare con qualche mio ascoltatore affezionato e anche con me stesso, dichiararlo: “Non voglio fare l’ennesima cosa, ma rispettare il mio passato e spostarmi verso qualcosa di nuovo”. Volevo fare un disco più soul, nel senso che lo puoi mettere anche di mattina per fare le pulizie in casa. Poi ecco, non è che sia stato a limitarmi col compasso, ma sentivo questa pulsazione nel dover fare qualcosa di diverso.

Per fare un esempio, in "Le donne di destra" c’è una coda che introduce Ciao Cuore. E a sentirla, a livello strumentale, la canzone è un po’ il tipico blues americaneggiante, ma poi quando il testo finisce c’è un’interruzione e si entra nel regno notturno dei rave.
Sì, ho cercato di creare quest’alchimia, nella quale si transita dall’America (il blues) all’Europa (del rave). La canzone poi è breve, ed è venuta prima la musica. Finita la melodia mi son detto: “Devo scrivere un testo”, accendendo il microfono anche un po’ svogliatamente. Avevo qualche pensiero scritto su questo concetto delle donne… "altre", diciamo così, lontane da quelle che solitamente incontro. È uscita così, come un freestyle, dopo tre minuti era già finita. Ero felice e l’ho tenuta perché era uscita così, facile. Mi sembra di averla scritta parlando nel sonno.

Per stare in tema canzoni dell’album: "Backliner" ha qualcosa di autobiografico? È una canzone dedicata a chi vive il mondo della musica dietro le quinte, un po’ disparte; che è quello che si è detto anche di te.
Il testo di questa canzone affonda le radici in una cosa di anni fa, quando Gianni Maroccolo [storico bassista di Litfiba e CSI, per dirne un paio] mi chiese di partecipare a Breviari Partigiani. Avrei dovuto scrivere qualcosa sul tema partigiano, ma non avendo vissuto esperienze personali, mi era difficile immedesimarmi, nonostante l’ammirazione umana e artistica nei confronti di quel mondo. Le parole che scrissi finirono per comporre "Backliner". Sì, successivamente mi sono reso conto che il senso della canzone era legato anche al mio atteggiamento e di quello che mi era successo durante la carriera. Chissà, magari anche una questione karmica, o perché mi piace stare dietro, ma la verità è che tutto sommato mi ci sono ritrovato, dietro le quinte. Diciamo che nessuno mi ha invitato più di tanto a stare davanti. E quando è successo sono stato squalificato [il caso di Sanremo 2014] o mi facevano entrare da una porta di servizio. Ho avuto una vita artistica sempre soddisfacente, ma da un punto di vista di esposizione ho sempre dovuto far finta di essere lì per caso. Come dire, non ero mai nella lista accrediti [ride].

Alla fine questo testo mi rappresenta con fierezza. Sono un backliner come tanti, alcuni sono dei grandi, dei pazzi della musica. Come Andrea “Rorro” Broglio, Elia Carini, Andrea Genesi, Cristiano Sanzer o Marco Leonetti che ora è il mio manager. È doveroso citarli. E una speciale citazione la farei per il re dei fonici e dei direttori di palco per il live, che ci ha lasciato da poco, Tony Soddu.

Tra "Backliner", "Dudù", "Che male c’è" e in un certo senso la stessa "Ciao Cuore" questo sembra un album politico, ma non in senso di destra o sinistra, piuttosto una dedica alle figure umili. E con "Dudù" la cosa diventa anche un po’ erotica.
Sì, è un lavoro dedicato alle figure che non emergono. A quelli che non sono da copertina. Puoi vederlo quindi come una critica a chi invece sta sempre sulle copertine, personaggi che rivelano qualcosa di marcio o se vuoi corrotto. Per carità, anche io provo fascino per figure come Maradona o la Lecciso, chi viaggia in prima fila ha altrettanta valenza letteraria. Ma sono già contestualizzati. Le figure secondarie, invece, rischiano di perdersi. C’era più bellezza e sensualità in Dudù che in tutte quelle attrici o modelle alle quali siamo abituati.

"Che male c’è", dedicata a Federico Aldrovandi, fa particolarmente effetto, fa male; ma riesce, in un certo senso, a consolare. Per chi oggi ha 30 anni, la morte del ragazzo di Ferrara è un trauma generazionale. Uno Stato che ammazza invece di crescere.
Ho vissuto personalmente la pressione delle forze dell’ordine. Ho preso gli schiaffi. Mi capitava allo stadio da ragazzino o se mi trovavano in possesso di qualcosa che li autorizzasse a trattarmi in quel modo; una volta ci hanno portati in commissariato perché eravamo un po’ brilli e ci avevano beccati mentre facevamo la pipì in un vicolo, cose del genere. Quella storia mi ha preso personalmente, perché Federico potevo essere io, potrebbe essere mio nipote che è un graffitaro, o, un giorno, mio figlio.

E poi la canzone viene pubblicata in un periodo storico in cui da una parte c’è un certo tipo di governo, proiettato verso una visione reazionaria del mondo; dall’altro si vede uno spiraglio di giustizia sul caso Cucchi.
Sì, magari c’è una maggiore consapevolezza sul passato. Eppure non capisco perché debbano passare sempre anni e anni per raggiungerla, questa consapevolezza. Dover attendere è una cosa tipica di questo Paese. Perché nell’immediato non riusciamo a cogliere l’urgenza di certe cose?

Hai notato che questo ritardo funziona anche con gli artisti? Pensa al cinema, a un film come Non Essere Cattivo. Per comprendere Caligari abbiamo dovuto attendere la sua morte. Ero ai David di Donatello quando il film partecipava, fu praticamente snobbato.

Parliamo della copertina di Ciao Cuore? È così diversa dalle precedenti.
Le precedenti me le hanno criticate. Lo capisco, erano copertine molto semplici, ma le volevo così. I lavori precedenti erano il compimento di una trilogia, volevo fossero semplici, caratterizzate dalla presenza del mio volto. Nel primo sono io nella mia totalità, Incontri a metà strada si chiama così perché è un lavoro dove cerco di avvicinarmi all’ascoltatore, poi c’è Per tutti, in cui chiudo i conti con quella visione. Era una relazione io/ascoltatore in tre atti. Il quarto è un punto a capo, un pretesto per ricominciare dopo la trilogia.

A proposito, mi dici delle copertine della musica italiana che ti piacciono particolarmente?
Bella domanda. Ora come ora ti direi qualcosa di autobiografico: quelle di Fausto Papetti, Anima Latina di Battisti o comunque del periodo Settanta e quelle “bianche” dell’ultimo periodo, Storia di un impiegato di De Andrè, e nella storia recente tutte quelle dei Tre Allegri Ragazzi Morti. E poi Francesco di Bella, che sta uscendo con un nuovo album ('O Diavolo), ha una copertina incredibile.

Tua figlia nella copertina ha uno sguardo incredibile. Però c’è altro, è una composizione.
La copertina e il suo retro sono una sorta di ritratto di famiglia dell’album. Vi sono raffigurati tutti i personaggi che cito nel disco, come se ognuno di loro fosse una canzone. Ci sono cose un po’ meno visibili, ad esempio il manifesto di Non Essere Cattivo, il giocattolo della macchina della polizia che fa riferimento a "Che male c’è". Poi ci sono Dudù, le donne di destra... La foto è stata scattata sul set del video di "Ciao Cuore".

La fine del video è un po’ triste, si sente quest’aria malinconica quando Valerio Mastrandrea si sfila la parrucca, che tra l’altro indossa in tutti i tuoi video.
Alla fine del video c’è la presenza del backliner, è affianco a me e io mi sto preparando a suonare. Il backliner in copertina non c’è, proprio perché è un emarginato. Esce dalla gabbia che si vede nel video e va verso Valerio, il quale guarda verso di me. Ecco, questo sarà l’inizio del prossimo video, "Niente mi fa come mi fai tu", che sarà tutto dentro quella gabbia.

I tuoi video hanno profondi significati e sono connessi tra loro. Un caso evidente è il rapporto che c’è tra quello di "Cadere" e "Solo per te", che ha un finale allucinante.
Sì, c’è Valerio che segue questa figura femminile, sembra in pratica uno stalker. Ma alla fine lei è lui donna! [ride] "Cadere" è il backstage di quel video, la donna vestita e truccata come Valerio altro non è che lei che fa la controfigura in "Solo per te". Siamo pazzi.

A volte mi chiedo come cavolo sia possibile che ci abbiano dato la possibilità di girare delle cose così fuori di testa per quegli anni. Io lo spiegavo ai produttori e probabilmente non lo capivano, pensavano “Questo è uno scemo, facciamolo giocare”.

Anche Mastandrea ti prendeva per pazzo?
No, anzi! Lui adorava farlo. Cioè, le studiavamo proprio assieme queste cose. Tra l’altro mi autoelogio [ride], perché ho fatto fare a Valerio delle grandi prove di recitazione. Ai tempi di La descrizione di un attimo dei Tiromancino ho partecipato alla scrittura e alla regia dei video. Non ho mai studiato regia, ma avevano dei grandissimi operativi, ottimi direttori della fotografia che ci aiutavano.

Che mi dici dell’ultimo periodo musicale? Tra indie e mainstream ormai non c’è più differenza. Che ascolti? Per dire due nomi, a me piacciono Iosonouncane e Calcutta.
Anche a me piacciono. Di Calcutta preferisco Mainstream all’ultimo Evergreen, perché è un lavoro tanto ispirato, fresco, c’è una leggerezza difficile da mettere su disco. Ma in generale Calcutta è un artista che rispetto, per quanto mi riguarda la sua musica ha sempre una motivazione dietro.

Che poi è un’artista che fa alzare una linea tra chi lo adora e chi proprio non può sopportarlo.
La cosa è che in un modo o nell’altro ha dato il via ad un cliché stilistico, quello dello "sticazzi" che è leggibile in tanti testi di questa nuova scena che mi ha ormai infastidito. Poi ci sono cose che non mi piacciono, come i Thegiornalisti, o tutti gli imitatori di Calcutta che mi fanno dire “Lui sì, ma adesso basta”. Uno che mi piace molto è Dimartino, che sotto certi aspetti è anche l’inizio di questo nuovo stile di scrittura. Se ascolti ad esempio "Amore Sociale" senti qualcosa che poi ha parentele con i Baustelle e passa per Dente.

Domanda obbligatoria per chi è così distante da un certo mondo: che ne pensi della trap?
Ma sai che Pyrex della Dark Polo Gang è figlio di una grande amica di Laura [musicista e compagna di Sinigallia]? E conosco molto bene anche Duke Montana, che per tempo ha frequentato il mio studio di registrazione e che venne a fare le luci per il tour coi Tiromancino assieme a GMax, quindi conosco anche Sick Luke. E penso di aver dato io la prima drum machine a Luke. Quindi ho ascoltato i loro pezzi prima del botto e le prime volte sono rimasto un po’ inquietato. Col tempo mi sono ricreduto, nel senso che lo shock è diventato qualcosa di positivo. Nel bene e nel male sono la fotografia più nitida di qualcosa legato alle più giovani generazioni del Paese. Ti dirò di più, sono stimolanti anche a livello di testo. Il loro dire le cose in modo così atroce, le loro priorità tematiche, beh, sono le cose che ho visto perseguire dalla maggior parte degli artisti che ho conosciuto. Della DPG e di certa trap riconosco la sincerità, che in un certo senso è il riflesso dei padri. Sì, sono il frutto dei nostri vizi e di un’ipocrisia che ci ha rappresentato. “Voi parlate di etica, ontologia e di tante belle cose, per poi goderne solamente i vantaggi. Ecco, a noi interessano solo i vantaggi: figa, droga e soldi”.

Una delle mie canzoni italiane preferite è "Mare Mare" di Luca Carboni, con il quale tu hai collaborato per il progetto Musiche ribelli e assieme avete fatto la cover di "Ho visto anche degli zingari felici" di Claudio Lolli.
Ai tempi conoscevo poco Claudio Lolli, è stato Luca a farmelo scoprire meglio. Mi ha aperto le porte ad una figura incredibile e complessa. Ho cominciato ad ascoltare i suoi dischi, che hanno la caratteristica di essere un po’ difficili ai primi ascolti, perché lui è una cosa che che ti dà l’impressione di allontanarsi da te, piuttosto che il contrario.

Poi l’ho conosciuto, ho avuto modo di passare del tempo con lui. Tra le sue frasi memorabili me ne ricordo una che mi disse a una cena. Gli chiesi come andava con i suoi alunni, perché era professore al liceo, e mi rispose con una frecciata lucidissima: “I miei alunni sono molto moderati” [ride]. Un giudizio così profondo e politico in poche parole. Claudio era una figura particolare che soffriva il presente. Tra l’altro era noto per essere l’autore più ascoltato dalle Brigate Rosse negli anni Settanta, conseguenza di una consapevolezza politica che poi in Italia non c’è più stata in nessun cantautore.

Hai sentito la compilation di Marc Ribot, dove c’è Tom Waits che canta "Bella Ciao"? Pensavo che la musica di protesta è sparita, eppure al mondo forse ce n'è di nuovo bisogno.
Non ho ascoltato l’album ma conosco la cover di Tom Waits. Abbiamo già discusso dell’individualismo delle nuove leve, ma ci vedo anche la possibilità di scrivere qualcosa di nuovo. La musica prettamente di protesta o politica, oggi, esiste quando si fa una canzone d’amore, per dirla alla Giorgio Canali. I ragazzi di oggi fanno le canzoni parlando dentifricio e altre frivolezze, ma quelli che fanno canzoni d’amore sfidano l’idea che esso sia qualcosa da vecchi o irraggiungibile. L’idea di un cantautore un po’ trombone che fa la lezione politica oggi non andrebbe da nessuna parte. Anche perché ce ne sono stati tanti così e poi nella vita reale la loro percentuale di impegno politico militante era pari a zero.

Qualcuno ha detto “Adesso Riccardo Sinigallia fa successo perché si è messo a fare indie”.
[Ride] No, purtroppo o per fortuna faccio le stesse canzoni da quando avevo dodici anni. Casio e chitarra acustica già da allora: tutto storicamente documentato. Sai quante volte mi è successo dopo i concerti che qualcuno mi venisse a dire “Bello, sai, molto Tiromancino”. All’inizio quasi ci litigavo con certi soggetti, poi mi sono detto “Vabbè, è stata anche colpa mia non far capire cosa sono come artista”.

Ora che hai prodotto La fine dei vent'anni potrebbero dirti che ricordi Motta.
Esatto! No, dai, Francesco ha fatto un disco tutto suo, era la sua visione. È onesto, a differenza di altri, che dopo aver prodotto con me hanno poi fatto altro senza la mia presenza cercando però di imitare la mia produzione, Francesco fa le cose come piacciono a lui. Gli fa onore.

E adesso che stai facendo?
Sto lavorando alla produzione dei DeProducers (formazione con Vittorio Cosma, Gianni Maroccolo e Max Casacci) e sta uscendo un gran disco. E poi sto lavorando alla colonna sonora di De Maria, ci avevo già collaborato per Paz! e Amatemi.

Poi per me la produzione è lavoro e nient’altro: molta fatica e poche gratificazioni. Certo, è un’ottima opportunità per lavorare su delle cose nuove, chiamiamoli stage di ricerca. Come mi è successo con Coez che, quando gli ho prodotto Non erano fiori, si è presentato senza saper suonare nemmeno uno strumento ma con tante idee originali e mi ha fatto ascoltare roba che non avrei ascoltato. Ma ecco, al produttore preferisco fare il cantautore.

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