Siamo stati al "fortino della ndrangheta" di Milano prima che venga abbattuto

In centro a Milano esiste un palazzo nel quale i clan tenevano i propri familiari e nascondevano armi: siamo andati a vederlo prima della sua demolizione, prevista in autunno.
15.9.16
Foto di Graziella Matarrese/VICE News

Nonostante sia in centro, viale Montello è una zona di confine dove mondi diversi si incontrano e si contraddicono: superandola verso ovest si entra nel quartiere di via Sarpi, la Chinatown milanese; a est, invece, ci sono i locali notturni di Moscova e i grattacieli di Porta Nuova.

Camminando fino al civico 6 si incontra un palazzo fatiscente: tre piani, la facciata giallognola ingrigita dalle polveri sottili, le vecchie persiane di legno marcio, qualcuna casualmente aperta, qualche altra no.

L'edificio è stato recentemente acquistato da una società di costruzioni, che entro l'autunno lo demolirà per sostituirlo con un edificio residenziale-commerciale completamente nuovo. Valore del progetto riqualificativo: 36 milioni.

"Il caseggiato ad oggi è degradato e fatiscente in modo irrecuperabile," spiega Alberto Porro, responsabile del progetto per la società Borio Mangiarotti, nuova proprietaria. Il nuovo edificio sarà "decisamente moderno," e "reinterpreterà le antiche corti milanesi in chiave diversa."

Con quel palazzo, però, se ne andrà anche un pezzo della storia criminale di Milano: al civico 6 di viale Montello, infatti, c'è stato, per oltre venticinque anni, quello che autorità e giornalisti avevano ribattezzato il "fortino della 'ndrangheta."

Sgomberato definitivamente nel 2012, era stato oggetto di una retata già nel 1996, e per gli abitanti del quartiere non era del tutto un mistero quel che vi accadeva all'interno. Tra le pareti degli appartamenti squallidi che gli 'ndranghetisti tenevano per i propri familiari o subaffittavano a immigrati senza troppe pretese, venivano nascoste armi di grosso calibro — e persino una bomba a mano.

Dal doppio cortile interno, su cui si affacciano i ballatoi tipici delle case di ringhiera, è transitata una buona parte dell'eroina e della cocaina smerciate in città fino alla metà degli anni Novanta. Qualcuno, in quello stesso cortile, è stato ucciso.

Carla è una ragazza che ha sempre abitato in zona. Ricorda come negli anni Novanta chiunque nei dintorni fosse al corrente dei traffici che gravitavano attorno a viale Montello 6.

"Una sera ero fuori con un'amica, stavamo aspettando il tram," racconta a VICE News. "Ad un tratto, dall'altra parte della strada sentiamo due suoni ravvicinati, secchi, come colpi di rullante. Ci voltiamo di scatto e vediamo un'ombra correre via. Pensiamo che si tratti di qualche gioco di petardi, ma dopo tre minuti una voce femminile strilla disperata: 'Me l'hanno ucciso! Me l'hanno ucciso! Bastardi! Bastardi! Oh figlio mio'."

Carla racconta che, mossa dall'incoscienza dei diciott'anni, quella volta andò con la sua amica a vedere cosa stava succedendo dentro quel portone: "C'era un uomo a terra in una pozza di sangue e una donna china su di lui. E, poco dopo, io e la mia amica fummo quasi travolti da alcuni uomini che sono corsi via disperdendosi, subito prima dell'arrivo della polizia."

La storia criminale di questo palazzo comincia intorno agli anni Ottanta, quando alcune famiglie provenienti da Petilia Policastro, una cittadina del crotonese, arrivano a Milano e occupano abusivamente lo stabile. A Petilia già da tempo si consumava una delle tante guerre tra famiglie rivali per chi dovesse detenere il controllo delle attività — guerre che naturalmente non si sono arrestate con la 'colonizzazione' del capoluogo lombardo.

In una di queste faide è coinvolta anche la famiglia di Lea Garofalo, la testimone di giustizia poi uccisa selvaggiamente dalla 'ndrangheta nel 2009: suo padre, ucciso nel 1975, era uno dei boss della cosca di Petilia che portava il suo nome. Alla sua morte è il fratello di Lea, Floriano, ad assumere il ruolo che era stato del padre.

Lea è una dei protagonisti della storia di viale Montello. Vi arriva nel 1991, appena diciassettenne, dopo aver dato alla luce Denise. Assieme a lei il compagno, Carlo Cosco, di qualche anno più grande.

Lea, benché nata e cresciuta in un contesto fortemente influenzato dalla 'ndrangheta, ha sempre cercato di scappare dalla 'sua' Petilia. Per questo, dopo il fidanzamento con Cosco, decide di fuggire a Milano. Ma la realtà che incontra nel capoluogo è molto diversa dalle sue aspettative: poco dopo il trasferimento, il suo compagno Carlo è già perfettamente immerso nel business del traffico di droga. E all'interno del palazzo succedono cose inquietanti.

Come quando, nel 1995, Lea sente esplodere dei colpi d'arma da fuoco nel suo cortile: pochi minuti dopo, è suo cognato, Giuseppe Cosco, a raccontarle senza remore di aver ucciso Antonio Comberiati. "È morto," le dice. "Sei sicuro?" chiede Lea, e Giuseppe: "Sì, sicuro, è morto, non voleva morire quel bastardo; sembrava che avesse il diavolo nel corpo."

Anche lui membro di una famiglia influente a Petilia Policastro, secondo alcune fonti Combierati si sarebbe 'guadagnato' quell'esecuzione per avere a sua volta fatto uccidere l'anno precedente Tommaso Ceraudo e Silvano Toscano — i due uomini che detenevano il comando nella gestione del traffico di droga che passava per il fortino.

Altre fonti trovano il motivo della morte di Ceraudo e Toscano in uno screzio con il clan di Franco Coco Trovato, una delle cosche egemoni a Milano sino al 1992, quando fu l'operazione denominata "Wall Street" a smantellarla. Dopo la morte di Comberiati, i Cosco passano dall'avere un ruolo marginale all'essere per la prima volta i capi-cosca, qualcosa cui ambiscono da molti anni. Un'impresa la cui riuscita è dipesa anche dal fidanzamento di Carlo con Lea.

Non passa molto tempo che, nel maggio del 1996, i carabinieri circondano il palazzo, lo sgomberano e arrestano, tra gli altri, anche Carlo. Per Lea è l'occasione di ricominciare veramente: lascia il marito e prende con sé la bambina. Ancora una volta, però, quella che sembrava una fuga verso la libertà diventa l'inizio di un nuovo incubo.

Dopo anni trascorsi a cercare l'anonimato ricostruendosi una vita altrove, nel 2002 qualcuno dà fuoco alla sua auto, parcheggiata sotto casa. Lea si rende conto che il passato sta tornando a cercarla, trovandosi di fronte a un bivio: vivere nella continua paura di essere braccata da un momento all'altro, o ribellarsi.

Decide quindi di andare dai carabinieri e finalmente raccontare tutto quello che sa: da questo momento, lei e la figlia entrano nel programma di protezione testimoni.

Tuttavia le indagini non conducono a nessun processo, e a entrambe viene revocata la protezione. Lea presenta ricorso al Tar e lo vince, ma dopo altri mesi difficili - i continui trasferimenti e le false identità non garantiscono necessariamente la sicurezza - Lea decide spontaneamente di uscire dal programma. È la primavera del 2009.

Nel mese di novembre, Carlo - nel frattempo tornato in libertà - insiste perché Lea porti Denise a Milano, nel fortino di viale Montello, per una visita. Spinta dalle ristrettezze economiche, Lea accetta.

Dopo alcuni giorni trascorsi assieme in un'apparente sintonia, il 23 novembre scatta la trappola: Denise viene accompagnata a casa dello zio a cena con la scusa di salutare i parenti, mentre Lea viene portata in un appartamento in piazza Prealpi, dove viene uccisa dal marito e da due complici. I tre fanno poi sparire il cadavere, bruciandolo in un campo alla periferia di Monza.

Oggi, proprio di fronte al palazzo che ha rappresentato tutto quello che Lea ha combattuto, sorge un giardino intitolato a lei.

La storia di Lea Garofalo è sicuramente la più nota tra quelle che gravitano attorno al fortino di viale Montello, ma non è l'unica.

Il 22 agosto del 2003 un altro membro della famiglia Cosco, Vito, 27 anni, si rende responsabile di quella che verrà ricordata come la "strage di Rozzano."

Vito, anche lui impegnato nel traffico di droga nell'hinterland, esce di casa per andare a chiudere definitivamente una questione sorta a causa di una partita di hashish non pagata.

Trova i due ex soci, spara a uno, l'altro scappa: per prenderlo, Cosco spara per errore a una bambina di due anni in braccio alla madre. Oltre a lei, un'altra vittima innocente: un anziano che si trovava sul posto e che non ha retto lo spavento.

Cosco fugge immediatamente e cerca riparo dal cugino Carlo, proprio in viale Montello — il luogo più sicuro in cui rifugiarsi. Ma solo tre giorni dopo è lo stesso Vito a telefonare ai carabinieri da una cabina in piazza Baiamonti, consegnandosi alle autorità.

Le storie di cui il palazzo di viale Montello 6 è stato teatro sono molte e probabilmente non tutte sono state portate alla luce.

La cronaca della capillarizzazione della 'ndrangheta in Lombardia ci ha abituati a pensare alle periferie come epicentro delle attività criminali, e fa quasi impressione pensare che un quartier generale della criminalità potesse trovarsi nel centro di Milano, a due passi dalle mura dei bastioni che lo delimitano.

Invece era la realtà, fino a pochi anni fa. Adesso sta per scomparire per sempre.


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