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I fantasmi di una vecchia fabbrica stanno tornando in vita grazie ai dati

Olivetti ha rappresentato a lungo un sogno di avanguardia tecnologica italiana tramontato ingiustamente. Siamo stati al rito spirituale digitale che vuole richiamarlo dal mondo dei morti.

di Riccardo Coluccini
10 dicembre 2019, 12:52pm

L'interno della fabbrica Olivetti a Ivrea. Immagine per gentile concessione di Progetto Datapoiesis

Se come me provi ad arrivare ad Ivrea partendo dalle Marche e usando unicamente i mezzi pubblici, ti trovi a compiere un viaggio infinito. E inizi a pensare che, forse, la città sede delle fabbriche e del progetto visionario di Olivetti non esista. D’altronde, l’etimologia della parola Utopia vuol dire proprio questo: un luogo che non esiste.

Olivetti è un fantasma che infesta la memoria italiana. Solo a pronunciarne il nome vengono alla mente sogni di un futuro di avanguardia informatica, che ora somiglia più a un’utopia in gran parte abbandonata. Un nuovo progetto, però, vuole far ripartire l’immaginario olivettiano, mettendo i dati digitali alla base di nuovi prodotti di design e arte: la prima startup datapoietica.

Prima di arrivare a Ivrea ho deciso di camminare per le sue vie virtualmente, usando la funzione Street View di Google Maps, per orientarmi su cosa avrei visto e farmi un’idea dalla ricostruzione approssimativa e artificiale di via Guglielmo Jervis—attorno a cui si espandono tutti gli edifici dell’ecosistema Olivetti, dalla storica Fabbrica di Mattoni Rossi ai successivi ampliamenti delle officine, fino ad arrivare agli alloggi per gli operai, l’asilo nido e altre strutture per i servizi sociali—offerta dai dati gestiti dal server di Google.

I dati che Google Maps mette insieme e trasforma in immagini artificiali della realtà sono un esempio perfetto del processo di sottrazione di dati a cui siamo soggetti quotidianamente: ogni anno ammassiamo una quantità infinita di dati. Ne siamo sommersi a tal punto da pensare che stiamo vivendo in una nuova era oscura, in cui il pensiero è pesante, lento e melmoso perché non riusciamo ad analizzare con agilità tutte le informazioni che ci investono.

Inoltre, i dati ci vengono sottratti e dispersi in banche dati lontane dai nostri occhi, per poi riapparire sotto forma di suggerimenti per gli acquisti, o come slide di presentazioni e infografiche per un ristretto gruppo di esperti. C’è un vero e proprio distacco tra i dati che racchiudono informazioni su di noi e i nostri corpi.

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L'esterno della fabbrica di Mattoni Rossi di Olivetti. Immagine per gentile concessione di Progetto Datapoiesis

Proprio in questi giorni, Google è al centro del dibattito internazionale a causa di una lotta intestina—che sta sfociando sempre di più in una caccia alle streghe pubblica—contro i propri dipendenti che vogliono formare dei sindacati all’interno dell’azienda, per costituirsi corpo collettivo che combatte contro il gigante tecnologico.

Il rapporto virtuoso tra datore di lavoro e operai è parte della fama che circonda l’esperienza Olivetti. Possiamo infatti considerarlo come un grande esperimento nel trasformare il lavoro in qualcosa di più umano.

Le premesse per gettare le basi della nuova startup datapoietica sono quindi già tutte sul tavolo: i dati ci opprimono, i datori di lavoro si arricchiscono a scapito dei nostri dati, e noi ci troviamo ad essere oppressi, disconnessi dai dati che noi stessi generiamo e privati di qualsiasi beneficio reale.

È per questo che, partendo dall’esperienza del primo oggetto datapoietico presentato ad Ancona lo scorso maggio—Obiettivo, una lampada che non si spegnerà fino a quando la povertà del mondo non sarà scomparsa—un gruppo composto da Sineglossa, il duo artistico AOS (Iaconesi/Persico), PlusValue, ICONA, e il centro di ricerca HER - Human Ecosystems Relazioni, ha tenuto dal 25 al 30 novembre la Datapoiesis Fall School ad Ivrea, all’interno degli spazi della Olivetti.

Qui, un gruppo di circa 30 ricercatori, artisti, designer, professionisti e studenti internazionali ha cercato di immaginare l’identità, la forma, la comunicazione e l’ecosistema di oggetti e servizi della prima impresa dedicata alla Datapoiesis. I risultati sono stati presentati al pubblico in una mostra tenutasi il 29 e 30 novembre.

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Prototipi sviluppati dai partecipanti della Fall School datapoietica a Ivrea. Immagine per gentile concessione di Progetto Datapoiesis

Una volta arrivato (finalmente) nei pressi della fabbrica di Mattoni Rossi, cerco di sbirciare di sfuggita all’interno del complesso. Si vedono alcuni tornelli all’ingresso non utilizzati, e uno scorcio della sala spettrale dei 2000, abbandonata e deserta. Continuando a costeggiare l'edificio arrivo all’Officina H, luogo della mostra degli elaborati della scuola datapoietica.

A dare il benvenuto ai visitatori c'è la lampada Obiettivo, che continua a risplendere rossa e sinistra grazie ai dati sulla povertà nel mondo. Sembra quasi di assistere ad una seduta spiritica in cui i fantasmi e i messaggi utopici della Olivetti si intrecciano con l’attuale mondo digitale.

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Alcuni dei partecipanti (e Salvatore Iaconesi di AOS) davanti alla lampada Obiettivo, sviluppata in un precedente evento di Datapoiesis. Immagine per gentile concessione di Progetto Datapoiesis

Per Datapoiesis si intende quel fenomeno per cui, partendo dai dati e dall’intelligenza artificiale, è possibile creare una nuova sensibilità aumentata verso tutti quei fenomeni del mondo globalizzato—dalla crisi climatica alla povertà nel mondo, dalla disoccupazione alla deforestazione.

I dati giravano già nella testa e nei corridoi della Olivetti. Nel 1959 la Olivetti presenta l’Elea 9003, il primo elaboratore realizzato in Italia e uno dei primi al mondo ad essere completamente basato sulla tecnologia dei transistor.

Si trattava di un calcolatore di grandi dimensioni, poteva eseguire fino a tre operazioni in multitasking, e con un design talmente innovativo che vinse il Compasso d'Oro nel 1959.

L’idea di avvicinare i dati alle persone si è concretizzata però con il primo personal computer, la Programma 101. Per dimensioni era simile a una macchina da scrivere elettrica, poteva essere utilizzata come un computer, con istruzioni memorizzate, oppure in modalità manuale come una normale calcolatrice. Venne presentata al mondo il 14 ottobre 1965 a New York. E tra i primi acquirenti c’erano persino gli scienziati della NASA, impegnati all’epoca nello sviluppo della missione Apollo 11 che avrebbe portato l’uomo sulla Luna.

Rendere i dati accessibili a chiunque e vicini alle persone è fondamentale anche all’identità dell’impresa datapoietica. Una parte dei partecipanti alla Fall School ha lavorato infatti alla definizione dei temi e attributi della startup, individuando nella trasparenza dei dati e dei processi il punto centrale da cui parte la riflessione. Questi dati diventano una forma di partecipazione per le persone, creando e stimolando interazioni e portandole a riflettere sul tema della sostenibilità.

Un altro gruppo di partecipanti ha invece lavorato a nuovi prototipi di oggetti datapoietici, da affiancare alla lampada già prodotta. Tra questi c’è il prototipo di un nuovo tipo di orologio, che non mostra più solamente lo scorrere del tempo ma che si trasforma in un oggetto domestico interattivo grazie a un sensore di prossimità che rileva la mia presenza quando mi avvicino. A quel punto l’orologio può mostrare dati diversi—per esempio, potrebbe aggiornarci sul numero di particelle di anidride carbonica presenti nell’aria.

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L'orologio. Immagine per gentile concessione di Progetto Datapoiesis

Un altro prototipo è pensato per stampare in diretta delle cartoline che rappresentano i dati sulla povertà nel mondo quando una persona interagisce con la stampante.

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Cartoline sulla povertà nel mondo, parte di un prototipo sviluppato durante la Fall School. Immagine per gentile concessione di Progetto Datapoiesis

I semi—in parte germogliati—del progetto Olivettiano cercavano di unire da un lato la tecnologia e i dati, e dall’altro la lotta sociale e politica. Una dimensione e un’esperienza che oggi cercano di prendere nuova vita nel progetto gestito da ICONA, che possiede il complesso delle ex Fabbriche e sta cercando di portarle a nuova vita.

La mentalità dell’azienda Olivetti, aperta a interazioni e collaborazioni, era ben visibile anche nell’introduzione del concetto di Open System Architecture—l’idea per cui un sistema deve essere in grado di interagire con sistemi operativi diversi e connettersi a reti esterne di altri costruttori creando così una convivenza tra gli ecosistemi proprietari e aperti. Allo stesso modo, l’impresa datapoietica è il nodo centrale di un ecosistema che vede ruotare e dialogare artisti e persone che producono l’opera, pubblico che la condivide e ci interagisce, e strutture e istituzioni che la acquistano e la diffondono.

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Alcuni partecipanti all'opera durante la Fall School. Immagine per gentile concessione di Progetto Datapoiesis

Durante l’apertura della mostra, affidata a Oriana Persico e Salvatore Iaconesi, i due hanno ribadito proprio la necessità di far vivere l’arte nel quotidiano e riportare i dati e le intelligenze artificiali nella cultura.

Camminando per alcuni spazi delle fabbriche Olivetti in parte abbandonati, vuoti, ricoperti da un filo di polvere, si ha la sensazione di vivere effettivamente un’esperienza mistica, di stare evocando un fantasma, una versione dimenticata dell’idea stessa di innovazione, per cui l’impresa datapoietica potrebbe rappresentare, finalmente, un primo varco di passaggio per tornare.

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