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Le cure migliori per il post-sbornia secondo i giapponesi

Mi trovo in Giappone e, inspiegabilmente, mi è sembrata una buona idea chiedere ai giapponesi quali siano i metodi migliori per curare le sbronze. Prima, chiaramente, ho bevuto un sacco di whisky.

di Natalie B. Compton
26 giugno 2018, 10:41am

Tutte le foto sono dell'autrice. 

Non ho assolutamente idea di cosa intenta il barista qui, in questo whisky bar di Tokyo, con “gioco della degustazione.” Lui e altri due baristi giapponesi mi guardano comunque sorridendo, in attesa di una risposta a quest’invito. Ok, ma cosa andrò a degustare? In cosa consiste la sfida? Quanto costa? Ecco, anziché porre queste domande legittime, acconsento senza troppi problemi e inizio il gioco. Wataru, il barista, indossa una canottiera decorata con una spilla a forma di bandiera texana, e si appresta subito a prendere tutto l’occorrente per la mia degustazione.

Ma partiamo dai fondamentali. Sapete perché mi trovo qui, in questa cantina? Beh, principalmente perché ho un’ossessione che mi porta a ricercare i posti migliori in cui poter apprendere come curare le sbronze. Non sono certa di trovarmi in un luogo che mi darà le risposte che cerco, ma questo non mi impedirà comunque di chiederle a qualsiasi barista, mastro distillatore, fattore o semplice bevitore che incontro, sia che io mi trovi a Oaxaca o in Finlandia. È così che sono capitata in questo whisky bar di Tokyo durante una mite serata giapponese, che forse mi rivelerà i segreti che ho rincorso per anni.

La “cultura del bere” in Giappone è famosa. Nel bene o nel male, ma questo dipende dalla persona a cui lo chiedi. Uomini e donne sbevazzano fino all’alba, riuscendo non si sa come a presentarsi in ufficio per tempo. Chiaramente, ciò significa che avranno buoni consigli da condividere con noi. E chi sono io per non incontrare degli amici in un' Izakaya di Shinjuku in cerca della verità?

Partiamo subito con il dire che il ROSE non sia il tipico whisky bar. È ben illuminato, quindi tutte le bottiglie si riescono a vedere bene. C’è una TV in un angolino del muro, sintonizzata su di un canale o programma che parla di oceani. Così, mentre un pesce pagliaccio nuota indisturbato in un mare di anemoni di mare, io ritorno velocemente sulla terra ferma in tempo per preoccuparmi di cosa stia facendo Wataru. A quanti pare mi sta versando un goccio di 4 bottiglie diverse di whisky giapponese in 4 bicchieri diversi. In ordine abbiamo: lo Yamazaki Single Malt, lo Yamazaki vecchio di 18 anni, quello di 12 anni e, infine, del Chita.

alcol in giappone

Li mescolerà un po’ e io dovrò indovinarli. Ed ecco che inizia a salire l’ansia da prestazione perché a) non sono un’esperta, b) il whisky giapponese è imbarazzantemente costoso, c) è solo mezzanotte e io ho tutta la notte da bere davanti a me (e aggiungiamoci anche una d) – mi sono scolata qualcosa in un bicchiere alto 2 minuti fa).

La teoria vuole che questo gioco sia facile. Qualche giorno fa sono stata alla distilleria Yamazaki con il brand ambassador della Suntory, Mike Miyamoto, per un tour del post. Mike ha iniziato a lavorare alla Yamazaki nel 1973, rimanendovi tutt’oggi. È stato il primo giapponese a lavorare nel settore della produzione di scotch.

“Posso risponderti a qualsiasi domanda sul whisky ma, per piacere, non chiedermi qualcosa di diverso,” mi ha subito detto. Quel giorno abbiamo visitato tutta la distilleria, che poi è anche stata la prima di tutto il Giappone, esplorandone ogni minimo passo.

Ovviamente gli ho subito chiesto se abbia mai sviluppato una cura per il dopo sbronza in tutti questi anni alla distilleria. La sua risposta è iniziata con una fragorosa risata, “No. Bevo un sacco d’acqua. Tutto qui. Se bevi troppo,” ha continuato, “non importa cosa fai dopo o prima. La sbronza te la becchi lo stesso.”

Mike non beve molto, preferisce darsi una regolata. “Se decidi di scolarti 3 shot di whisky, è meglio se li dilazioni nel tempo. Parlo anche di 2 ore o più. E poi devi bere un sacco d’acqua nel mentre.”

Mi ha rivelato anche che alcuni giapponesi si servono di pastiglie all’olio di semi di sesamo per dare una mano al fegato. Lui stesso ne prende qualcuna ogni giorno, ma non per le sbronze! Solo per rimanere in salute. Dopo il tour della distilleria mi aveva comunque fatto assaggiare un po’ di whisky, compresi quelli che ora mi trovo davanti qui al ROSE. Avrei dovuto prestare attenzione anziché bollare tutto con un laconico “wow, questa roba è buona!”.

Attorno a me ci sono anche i clienti abituali del locale, che mi osservano mentre mi atteggio a una che ne capisce di whisky. Lancio le mie scommesse, disponendo i nomi su delle targhette vicino ai bicchieri. La prima la azzecco senza problemi, accendendo boati di consensi in tutto il bar. Purtroppo confondo gli Yamazaki, guadagnato 2 vittorie su 4 finali. Il solo Yamazaki invecchiato di 18 anni, non avendolo indovinato, vale 7000 yen (circa $63) persi, e il mio cuore e portafogli iniziano a sprofondare un pochino.

Giappone

Annusando il panico che ormai si era impadronito di me, una barista, Maho, indica una delle bottiglie e dice qualcosa in giapponese, che io non capisco. Tira fuori Google Translate e mi mostra la parola “servizio.” Se possibile, sono più confusa di prima. Riprova, e questa volta viene fuori “è gratis.” Non le mostro la traduzione di “ne sono sollevata,” perché comunque non renderebbe abbastanza.

Dato che ormai Google Translate è stato sdoganato, ne usufruisco.

“I giapponesi hanno specifici rimedi o cure per li dopo-sbornia?”. Maho aggrotta le sopracciglia e chiama Wataru, lanciando a lui la domanda. Mi scrivono “Ukon” e “Chikara” – un integratore a base di curcuma, - e mi mostrano delle immagini sempre via Google. Ne esce fuori una medicina dedicata all’intestino, chiamata Daiichisankyo IchouYaku Green, io fotografo la foto e, prima d’andarmene, pago il conto (inspiegabilmente ridotto di tantissimo).

Lascio il ROSE all’1:30. Chiedo a Wataru dei consigli sulla mia prossima fermata, e lui mi porta in delle stradine poco distanti. L’ospitalità giapponese mi disarma. Alla fine mi lascia davanti a un bar chiamato Champion, io lo ringrazio per tutto e mi preparo a entrare nuovamente in missione.

Il Champion è pieno zeppo di turisti stranieri intenti a urlare qualche canzone di Springsteen al karaoke. Io, invece, decido di provare un locale più tranquillo fra i vicoli di Golden Gai, vicino ai grattacieli di Shinjuku.

Tra i grovigli di quel labirinto incontro (e faccio amicizia) con Taka, un ragazzo ventiseienne che lavora per una start-up agricola. Ce ne andiamo al Bar Bergerac, un bar karaoke in cui ero stata 3 anni fa. Ci scoliamo qualche bicchiere e io gli pongo la solita domanda sul post-sbornia, focalizzandomi però sul cibo.

Gli dico subito che il mio cibo da post-sbornia è il ramen. “Il ramen io invece lo mangio prima! Per il dopo-sbronza vado di cetriolini sottaceto o di porridge,” mi rivela subito. “Forse è meglio per lo stomaco. L’alcol fa venire voglia alla gente di mangiarsi qualcosa di oleoso e grasso, ma con la realtà dei fatti, cioè l’hangover, mica hai voglia di mangiare. Quando ero giovane pure io ero della squadra McDonald’s post-sbronza, ma ora non più.”

Le ore scorrono via veloci mentre saltiamo di bar in bar. Finiamo in un gin bar pieno di bottiglie di, appunto, gin da tutto il mondo. Il barista dice di chiamarsi Indi, tipo Indiana Jones. Ci porge un pacchetto di patatine da sgranocchiare con i drink e io subito gli chiedo della cura per il post-sbornia.

“I clienti abituali qui a Golden Gai, dopo aver bevuto un po’ troppo, se ne vanno in sauna a bere acqua,” puntualizza Indi. “I clienti abituali di qualsiasi altro posto semplicemente vengono qui e bevono ancora.”

Rincaro la dose e chiedo di medicinali o integratori vari. “Medicinali, dici? Non saprei. Forse dei Pocari Sweat. O quei bevenorini da sport!” I Pocari Sweats sono tipici in Asia, e sono delle bibite agrumate.

Taka allora tira fuori l'Ukon no Chikara. “Si tratta di una sorta di verdura che ti aiuta e previene le sbronze. La trovi in tutti i minimarket. I giapponesi la comprano prima di ubriacarsi. Diciamo che ti protegge, sì.”

Quanto avrei voluto saperlo prima d’iniziare questa serata.

Lasciamo il gin bar alle 5 del mattino, con il sole ormai sorto. Mi faccio forza e mi trascino a casa conscia della sbronza che sta per arrivare. Mi addormento e mi sveglio a un orario non ben precisato, circa le 3 del pomeriggio. La vita da freelance, oggi, mi torna comoda. È però comunque il momento di capire cosa ne sarà di me oggi, e decido di provare un po’ delle cure per il post-sbornia che mi hanno rivelato tutta la notte appena trascorsa. Non faccio in tempo a imbastire un piano d’azione che subito subentra il malessere. E non accenna a fermarsi.

Mi trascino al primo distributore automatico disponibile per un caffellatte e un tè verde. Il pollo fritto sembra una buona idea, quindi mi fermo a far incetta di un piatto di riso con carne. Forse aiuterà, chi lo sa. Poi mi ricordo dei Pocari Sweets e corro al primo 7-Eleven a prenderne una bottiglia enorme.

Me ne scolo subito un po’ mentre mi dirigo verso una farmacia che vende dell’IchouYaku Green. Il farmacista mi consiglia del Bufferin per il mal di testa, che ormai sembra intenzionato ad aprirmi la testa in 2. Il danno è fatto ormai, quindi evito di prendere gli integratori alla curcuma di cui mi aveva parlato non ricordo più chi. È troppo tardi per quelli.

Mentre bevo il mio Pocari Sweat mi sento terribilmente male, con il corpo pieno di alcol, finti Gatorade, caffè, tè e dosi scorrette di non si sa bene cosa (il foglietto illustrativo è in giapponese e io sono un’idiota). Non mi resta che optare per gli estremi rimedi, di quelli che tutti i baristi fighi e giusti del Tales of the Cocktail adoperano dopo qualche (molti) cocktail di troppo: se ne vanno alla Tokyo Metropolitan Gymnasium, una palestra dove puoi allenarti a un prezzo giornaliero bassissimo (meno di $5).

Sudato via tutto l’alcol, torno a sentirmi normale. Più o meno. Non è nulla di magico ma andrà meglio prima o poi.

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Quest'articolo è originariamente apparso su Munchies US.