Come Spotify potrebbe diventare Google

La canzone che stai ascoltando in questo momento rivela molte più informazioni su di te di quanto tu creda.
GC
London, GB
28.6.18
Illustrazione di Elia Alovisi.

Di quanto le abitudini d’ascolto sul gigante di streaming musicale ci stiano cambiando ne avevamo già parlato non molto tempo fa. Le analisi relative ai dati pervenuti dai report annuali – che il colosso svedese rende periodicamente consultabili – hanno rilevato dei primi passi importanti nell’evoluzione dello streaming, ma forse anche della società che esso stesso sta contribuendo a cambiare. Un’industria che ha ormai una maniera autonoma di interfacciarsi al pubblico, influenzando irreversibilmente abitudini che sembravano consolidate fino a pochi anni fa (qualcuno ha idea di che fine abbiano fatto gli iPod?).

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Qualcosa, però, si sta muovendo verso una dimensione ancora più approfondita. Se è vero che la longevità di una piattaforma digitale ha sempre da guardarsi dal progresso tecnologico, capace di spazzare ogni certezza da un momento all’altro (RIP MySpace), è inevitabile constatare che comunque, al momento in cui ne parliamo, alcuni metodi di fruizione sono difficili da schiodare dalla loro posizione di supremazia. Pensiamo, chiaramente, a Google e Facebook, contenitori sociali che domineranno la scena per altri anni e adattandosi, se necessario, ai mutamenti di un pubblico in evoluzione.

In questo gioco alla sovranità digitale, Spotify ha tutte le carte in regola per inserirsi, perché copre un mercato decisamente influente e per niente trascurabile come la musica.

Ciò che è emerso dagli ulteriori studi sulla piattaforma è che l’asticella si sta alzando e che la privacy degli utenti sarà analizzata con sempre maggior precisione. Secondo il Chief Economist della Banca d’Inghilterra, Andrew Haldane, molti dei servizi offerti cominciano a rivelare, oltre alle abitudini d’ascolto, anche quelle relative alla vita delle persone che lo utilizzano. In questo modo, con chirurgica precisione, ci stiamo avvicinando a definire un profilo molto più approfondito di quanto la nostra azione determini. Ci sembra semplicemente di ascoltare musica, ma stiamo lentamente incrementando particolari appartenenti ad una sfera molto più ampia.

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Nel suo intervento alla King's College Business School a Londra, Haldane parla del consumatore del futuro in maniera molto schietta e semplice: attraverso Spotify, ormai comunità globalmente dominante, è davvero facile tracciare le sorti degli utenti, perché deliberatamente attivi in qualsiasi momento, per di più per mezzo di diverse attività. E, molto semplicemente, la concretezza di un censimento digitale è semplice da esaminare già in superficie, attraverso l’abitudine.

Così come Google incamera dati provenienti da milioni di ricerche giornaliere e anticipa ciò che potremmo scrivere sulla barra di ricerca, così come Facebook è abile e rapido a propinarci contenuti sponsorizzati che sembrano spiare le nostre conversazioni quotidiane, Spotify sta riuscendo ad incidere analogamente, per mezzo della musica.

Oltre a confermare che diversi dati sono già attualmente utilizzati da ricercatori che si occupano dell’evoluzione del consumo (specie concernenti le nuove frontiere digitali), il Chief Economist ha parlato di come il modo in cui ciascun utente utilizza il servizio riuscirà, nel breve termine, a raccontare le abitudini di spesa di famiglie intere. In pratica, a indicare il mood (per prendere in presto un termine tanto caro al marchio) di un’intera nazione.

Per esempio, per alcune ricerche i dati sull'utilizzo di Spotify sono stati incrociati con quelli di software per la ricerca semantica applicata ai testi delle canzoni: in questo modo è possibile determinare l'umore dell'utente.

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La promessa e la missione dei big data, per citare l'oggetto dell’intervento di Haldane, è che tutto ciò che tornerà utile a concettualizzare meglio la nostra epoca deve seguire un percorso di tipo analitico. In soldoni, deve saper risalire al consumatore per anticiparlo. Ancora prima che lui possa diffidarne, ma magari anche apprezzarne le evoluzioni.

Uno scenario simile, o addirittura più imminente, è quello di cui parla il Consumer Sentiment Index, redatto mensilmente negli Stati Uniti dalla University of Michigan. Il tragitto verso una sorta di preveggenza comunicativa, in particolare nei confronti della società digitale, pare trovare riscontro accurato nell’industria dei videogiochi, ritenuta tra le più autentiche per queste statistiche. Quello che succede nel settore gaming è già una forma effettiva di economia a sé stante, con dei connotati personali riscontrabili ancora più da vicino dal momento dell’implemento dell’online, qualche anno fa.

Per i big data e per la sua sete di conquista, però, una macro-comunità come quella della musica non può non dettare legge. A Spotify non potremo, nel breve periodo, chiedere la ricetta delle lasagne o come toglierci dall'esofago questo pezzo di Lego che abbiamo appena ingoiato. Per tutto il resto, a velocità di un play al secondo, è molto vicino a diventare il nostro nuovo Google.

Giovanni scrive le cose difficili su Noisey. Seguilo su Twitter: @storiesonvenus.

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