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La storia di Charlene Downes, la ragazzina scomparsa e ‘finita in un kebab’

Un caso di abusi, abbandono, scomparsa e omicidio che dal 2003 continua a far parlare di sé.

di Joe Cusack
24 maggio 2019, 2:40pm

Charlene Downes. Foto via Focus Features.

Charlene Downes avrebbe dovuto essere soltanto un'altra studentessa di una città nel nord dell'Inghilterra, come tante Charlene. Avrebbe compiuto 30 anni quest'anno, se fosse sopravvissuta—sicuramente traumatizzata, di certo provata dalla vita. Ma il suo nome non avrebbe voluto dire niente, al di fuori del suo mondo.

La zona dietro al lungomare di Blackpool può fare l’effetto di un brutto trip: vicoli bui e stradine luride, piene di luci lampeggianti, insegne al neon, sale giochi e vetrine di cibo da asporto. Questa è la malvagità che ha ingannato Charlene nel novembre del 2003. Due uomini sono stati processati nel maggio del 2007—uno per omicidio, l'altro per aver gettato il suo corpo in una macchina tritacarne e averla servita come kebab. Le ossa sono state polverizzate in un contenitore di stucco per le piastrelle. La giuria non è riuscita a raggiungere un verdetto ed è stato programmato un nuovo processo, ma nell'aprile del 2008 i due sono stati rilasciati per mancanza di prove. Ancora oggi, la Blackpool, il caso è circondato da leggende e pettegolezzi.

Sono stato il primo giornalista britannico a intervistare la famiglia. Al giornale per cui lavoravo volevano un approfondimento su bambini scomparsi. E di Charlene si erano perse le tracce proprio in quei giorni. Quindici anni dopo, con tutti gli articoli di giornali, riviste, le apparizioni televisive, la storia non è ancora finita. E si continuerà a parlarne.

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Karen e Bob Downes. Still via VICE Studios/Channel 5.

Quel giorno ho bussato a tutte le case della strada dei Downes, in cerca dei famigliari di una studentessa scomparsa in una città dimenticata. Ho iniziato al numero uno; vivevano al 109.

Alla fine ho trovato Bob e Karen Downes, e loro mi hanno fatto entrare. In soggiorno c'era uno strano odore, l'aria era pesante e l'atmosfera opprimente; si vedeva che le finestre non venivano aperte da anni. Charlene aveva due sorelle e un fratello: Emma, Becki e Robert junior. Con loro abitava anche la nonna, che si era trasferita dalle West Midlands in cerca di un nuovo inizio nella "Las Vegas del nord".

Ho parlato un po’ con Karen e sua madre, Jessie. Bob Downes e un suo amico mi stavano addosso, osservando ogni mia mossa. Karen si stava abituando a parlare con gli uomini in giacca e cravatta che arrivavano nel loro salotto per indagare sulla scomparsa della figlia, ma era comprensibilmente nervosa. Mi ha mostrato una foto di Charlene. Le ho chiesto se pensava le fosse successo qualcosa di strano, di fuori dal comune, o se avesse notato qualsiasi cambiamento nella sua vita.

Mi aveva detto: “Charlene diceva che a scuola un gruppetto di ragazze la prendeva in giro perché non aveva le scarpe della marca giusta. Charlene aveva preso i pidocchi e da allora avevano iniziato a chiamarla “barbona”, la facevano sentire sporca. Era una cosa stupida e senza senso. Charlene era sempre pulita e in ordine. Non siamo ricchi, ma non li abbiamo mai mandati in giro in disordine."

Quando per lavoro intervisti le persone, capisci quando mentono. Ma non stava a me tirare fuori la sua verità, io ero lì per documentare il suo dolore. A fine intervista ho lasciato casa dei Downes felice di passare oltre, di non tornare mai più, o almeno così pensavo.

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Qualche anno dopo, ho ricevuto una chiamata in cui mi si chiedeva se avessi sentito parlare della ragazzina di Blackpool che era stata adescata, assassinata e poi fatta a pezzi e messa in un kebab.

Per quanto avessi trovato strana quell'affermazione, il tribunale di Preston l'aveva sentita fin dall'inizio del processo, quando il caso era passato dalla semplice scomparsa a un giro di adescamento di minori.

Il pubblico ministero aveva detto alla giuria che Charlene era una delle poche ragazze di Blackpool che faceva sesso con adulti, uomini che lavoravano in alcuni fast food cittadini, in cambio di sigarette e alcolici. Uno di questi, secondo un testimone, era stato sentito raccontare di aver fatto sesso con Charlene, prima di “[dire] ridendo che era finita nei kebab.”

Ero sbalordito, ma sapevo anche che i giornalisti di redazione e l’Associated Press avrebbero ricostruito tutto. Non aveva senso, per me, coprire il caso.

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Gli articoli si sono moltiplicati e le cose non sembravano mettersi bene per “i due del kebab.” Ma la giuria non è riuscita a raggiungere un verdetto. Sono stati messi in carcere ed è stato ordinato un nuovo processo. E poi la cosa si è fatta davvero strana: il caso è crollato e le indagini si sono interrotte.

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Branchi di giornalisti si aggiravano fuori dalla casa di Karen, bussavano alla finestra del soggiorno, importunavano i vicini per strada, infilavano le braccia nella cassetta delle lettere per rubare la posta. Gli sciacalli di agenzia facevano il giro dei locali a luci rosse e dei negozi di kebab per aggiornamenti.

Le voci e le storie alternative aumentavano. Non molto tempo dopo mi sono ritrovato seduto nel salotto di Karen per la seconda volta. Un reporter di The People le aveva detto di me: “Stagli lontano, è lo squalo più grande di tutti.” Alla fine, anche io avevo deciso di occuparmi del caso.

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Blackpool è il posto più “bianco” che conosca, e la storia di Karen aveva inevitabilmente attirato bande di “teste calde” di destra. Ho iniziato sentirmi coinvolto da quel posto e da quella ragazzina, ma che importava cosa pensassi? Mi sentivo tormentato—insolitamente agitato, persino. Così sono andato a cercare le persone che avevano qualcosa da dire e qualcosa da nascondere. Le persone che conoscevano Charlene, che l’amavano, che l’hanno sfruttata.

L’omicidio di Charlene Downes—un documentario prodotto da VICE Studios per Channel 5—mi segue nel viaggio in cui rivisito gli eventi del 2003. Per indagare sulla fine di un’adolescente emarginata ed esaminare come una ragazza possa sparire dalle strade della Gran Bretagna nel disinteresse più totale.

Alcuni hanno visto la famiglia Downes come complice della rovina di Charlene, vittime indegne e non meritevoli della nostra comprensione, dei poveracci.

Ma l'unica verità è che Charlene era una bambina innocente che non aveva nessuno che la proteggesse. Tante persone—professionisti, amici, gente del posto—ve lo racconteranno. Vi diranno cosa stava accadendo davvero a Blackpool. Nessuno di loro ha fatto nulla quando la ragazzina era viva. Tutti disinteressati alla sua vita, eppure affascinati dalla sua morte.

A Karen è stata data l'opportunità di dire al mondo cosa le sia successo. Le è stata offerta l'opportunità e l'aiuto—da parte di mia moglie, Ann, e mia—di scrivere un libro e di mettere a nudo il peso insopportabile di perdere una figlia e la possibilità di espiare gli errori commessi e alzare le mani.

Nel film, la vediamo raggiungere il limite della sua verità. La guardiamo lottare. Ha bisogno di qualcuno da incolpare, qualcuno che allontani la colpa da se stessa. I fatti lasciati fuori dalla storia di Karen erano i fatti che esponevano sua figlia ai rischi che alla fine l’hanno portata via. Lo so: l’ho aiutata io a scrivere il libro.

Mi sono stati passati pacchi di rapporti su Charlene, ma nessuno di loro vale un fico secco. Charlene è morta e nulla è stato fatto mentre era viva. Era indifesa, maltrattata, adescata da uomini, picchiata e sgridata, lasciata sola dalla polizia, dai servizi sociali, dalla sua famiglia, dai suoi vicini, dagli operatori sanitari. E dai giornalisti, tra cui io. È solo una storia, per loro. E per me.

La scomoda verità è che la morte di Charlene Downes è una grande storia: l'adolescente finita nel kebab. Prima che la corte sentisse quell'orrenda affermazione, Charlene era solo un’altra ragazza scomparsa, il dramma di qualcun altro. Non so chi l'abbia uccisa, ma so chi l'ha tradita.

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