I limiti del rap italiano secondo Paola Zukar

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I limiti del rap italiano secondo Paola Zukar

Una riflessione di Paola Zukar sul rapporto tra l'Italia, la sua cultura e il rap italiano, estratta dal suo nuovo libro uscito in questi giorni.

Rap. Una storia italiana è il nuovo libro di Paola Zukar, che ha trasformato la sua passione per il rap in un lavoro, da principio come redattrice diAellepoi come a&r per Universal e infine, attraverso la sua Big Picture Management, come manager di Fabri Fibra, Marracash, Clementino e altre pietre angolari nella storia del rap italiano. In questo estratto l'autrice offre una riflessione sul rapporto complicato tra il rap e la cultura pop in Italia.

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Le strade di Genova, nel 1984, erano molto lontane dalle strade di Los Angeles o di New York, ieri come oggi, ieri più di oggi. Non esisteva quell'immaginario, non esistevano quei colori, quella musica, quegli atteggiamenti, quelle mosse, quelle novità, tutte assieme. Non esisteva niente di tutto ciò, ma io volevo a tutti i costi farne parte, razionalmente non saprei perché, ma avendo sedici anni, quell'avverbio non significava davvero niente per me, mentre tutto quel mondo sì. E non solo avrei voluto farne parte, ma avrei anche voluto farlo conoscere a più gente possibile, per far diventare anche Priaruggia, il mio quartiere, come il film Breakin', anche Genova, anche l'Italia.

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Oggi, qui in Italia, il paradosso del fenomeno rap è che siamo in un Paese che ha accettato il rap suo malgrado, forse per noia o per mancanza di altre novità, ma che in fondo non lo vuole per come è o per come dovrebbe essere, proprio per una ragione di natura strutturale, storica, genetica. Non lo voleva per com'era e ancora non lo vuole per come dovrebbe essere. Ribelle e «fastidioso», controverso e parallelo ai canoni della cultura dominante, su una strada tutta sua. Il peggiore difetto dell'Italia, per me, è essere un Paese fortemente ipocrita e falso, dove l'apparenza è tutto e la verità è un'altra. E a nessuno conviene veramente dirla, spiegarla o raccontarla, perché non ci guadagni niente, anzi… L'algoritmo è tutto qui. Ecco perché il rap è arrivato nei Novanta tutto baldanzoso e «contro» per poi venire brutalmente rigettato dalla cultura dominante e anche, paradossalmente, dall'underground. Anche per questo motivo, da noi, il percorso della localizzazione del rap, la sua italianizzazione, è stato molto più lento e tortuoso rispetto ad altri Paesi europei, direi quasi sofferto, al di là di alcune oggettive difficoltà di «traduzione» e di suono delle parole.  L'Italia, quella vera, vuole il rap ma solo nelle sue forme più digeribili, più assimilabili e presentabili, più innocenti e amichevoli, quando invece la sua natura è quella di essere scomodo, discusso e sempre nuovo, originale, tecnicamente irreprensibile. L'Italia «vera», quella che esiste nei bar, nella provincia, nelle parrocchie, fa davvero molta fatica a decodificare, a interpretare, a tradurre, ad andare oltre la prima impressione delle cose, della storia, dell'arte, della realtà. È un Paese di pance, più che di teste. Quindi come ha potuto crescere ed espandersi il rap pur mantenendo in qualche modo una propria identità, al di là degli scivoloni verso le lusinghe della cultura musicale italiana? Lentamente e con grandi difficoltà nonché attraverso mutazioni genetiche, non sempre piacevoli.

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Esistono delle ragioni per questa storica e innata diffidenza: l'Italia, oggettivamente, è un Paese tradizionalista, non moderno, basta guardare cosa la differenzia oggi da altri Paesi europei e mondiali. L'hip hop di per sé è nuovo, mai uguale a se stesso anno dopo anno, difficile da catalogare o assimilare, sempre pronto a rimettersi in discussione e reinventarsi. Esattamente il contrario dell'Italia e degli italiani veraci, quelli che sembrano nascosti ma sono invece una maggioranza ben determinata a lasciare le cose come stanno, come stavano.

Sono quei milioni di persone che guardano il Festival di Sanremo ogni anno. Vecchi anche quando sono giovani, provinciali anche quando stanno in città. Anche in Italia però è filtrata lenta ma inesorabile la contemporaneità, che lo si volesse o meno: arriva Internet, arrivano i voli low-cost, arrivano pesantemente le multinazionali, l'IKEA, i brand stranieri, i social network, arrivano le droghe sintetiche e tutti quegli elementi che cambiano una realtà sociale, mentre nel frattempo in questa stessa realtà c'è la decadenza dei Novanta che degrada nella crisi economica degli anni Zero, c'è la noia, c'è una musica pop italiana piuttosto inerte e stantia, c'è un'identità culturale tutta frastagliata e sospesa nel vuoto di questi vent'anni che passano da un Drive In a una Domenica In. Con questi fattori in gioco, alla fi ne qualcosa nella barriera deve cedere. Se non ci fosse stato Internet, questa nuova ondata del rap italiano nel mainstream non ci sarebbe stata. Ieri come oggi, stesso discorso con la trap. Un album come «Mr. Simpatia»(2004) di Fabri Fibra ha spinto sull'acceleratore e ha funzionato da catalizzatore per quello, perché a quell'epoca Internet era un contenitore in cui si potevano davvero trovare proposte alternative a quelle del circuito musicale standard. E infatti «Mr. Simpatia» era ed è tuttora un'anomalia nella macchina della musica italiana. Un nuovo canale di distribuzione, per un progetto così, era indispensabile.

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Ma in dieci anni sono già cambiate molte cose: ormai anche la musica in Rete strizza pesantemente l'occhio alla musica del circuito tradizionale, la imita, sia nel rap che in altri generi… Non è più così coraggiosa perché su Internet ci sono arrivati praticamente tutti quelli che una volta ne erano fuori. Ed è questa maggioranza lenta e grassa come un blob che decide ancora una volta con il telecomando in mano, come se anche Internet fosse schiava dell'Auditel, dei grandi numeri. Anche in Rete sono arrivati i soldi e quindi le leggi del marketing si applicano anche qui, come in altri circuiti mediatici tradizionali italiani. La differenza di Internet sta però nel fatto che lì non ci sono i vecchi editori italiani a scegliere cosa dobbiamo fruire. Semmai questi selezionano ancora a monte, nei media tradizionali, e poi a valle, su Internet, la gente ricade sulle scelte di cui sopra. Ma non sempre la direzione è in questo senso: alle volte il senso si inverte e qualcosa parte dal basso. Tutti i media outlet sul web sono di multinazionali estere localizzate sul nostro territorio: Twitter, YouTube, Apple Music, Spotify ecc. La rappresentanza italiana non decide, non sceglie: segue.

Oggi è difficile inventare qualcosa di veramente nuovo perché siamo saturi e perché l'Italia tenta sempre di inglobarti con le sue regole e i suoi meccanismi. La frase cardine di 1992, la serie di Sky, era: «Illusione, delusione, collusione». Una dinamica che si applica ovunque qui da noi. Dopo aver creduto di poter cambiare il mondo, ti rendi conto che stai combattendo una guerra troppo grande e finisci per cedere, unendoti al nemico. L'Italia, con la sua mentalità tradizionalista, è decisamente un osso duro. Si capisce presto quello che rende e quello che non rende: rende essere addomesticati, non rende essere coraggiosi e solitari perché magari, se conviene, ti la- sciano entrare anche a te nel pollaio e ci puoi stare comodo anche tu. Difficile lasciare crescere qualcosa per quello che è, accettarlo, lasciarlo esprimere. La cultura dominante italiana mangia la sotto- cultura e non lascia niente, se ne appropria come se fosse sempre stata sua, se le interessa. E la nostra cultura dominante ha anche un forte lato oscuro, mai davvero risolto: quello che rispetta e teme di più «i veri cattivi» (i villains) mentre punisce gli «anti-eroi» (gli underdog), quando nella cultura anglosassone accade l'esatto opposto: la cultura dominante inglese e americana prende in prestito dei pezzi di sottocultura e ne rende merito, lasciando crescere quelle nicchie come bacini dai quali attingere nei momenti di bisogno. E l'anti-eroe è amatissimo perché incarna, talvolta meglio dell'eroe, il sogno americano. In Italia non esistono delle nicchie in grado di autoalimentarsi e di sopravvivere, le sottoculture spariscono perché il raggio d'azione è troppo piccolo e finiscono per farsi comprare dalla cultura dominante o per soffocare per asfissia.

Il mercato è uno solo, piccolo, asfittico, il resto è mancia.

Rap. Una storia italiana è edito da Baldini&Castoldi ed è disponibile in tutte le librerie, online e offline.

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